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L'omelia dell’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia alla Veglia di preghiera per i morti nel mediterraneo

26 Giugno 2019 - TORINO, ITALIA

Morire di speranzaOMELIA

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Omelia dell’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia alla Veglia di preghiera per i morti nel mediterraneo.

Salvaci Signore siamo perduti.
Questo grido che il Vangelo ci richiama lanciato dagli apostoli che in mezzo alla tempesta hanno paura che si rovesci la Barca e affondi con loro dentro è lo stesso  che si è alzato tante volte nel mar mediterraneo da parte di immigrati che stanno per affondare e purtroppo sempre piu’ spesso muoiono stremati dalle sofferenze che hanno dovuto affrontare.
Queste tragiche morti fanno da corollario a tante altre violenze e sopprusi di cui sono  oggetto  molti immigrati nei Centri di raduno in Libia e altri Paesi del medio oriente ,tante donne in particolare e anche molti minori. Nel mediterraneo che i romani chiamavano” mare nostrum”,il nostro mare che univa  l’Europa all’Africa e all’Oriente,si rinnova  la strage degli innocenti.Purtroppo  l’immigrazione verso il nostro Paese, che è esplosa in tempi  e modalità  sempre piu’ intensi,ha suscitato in tanti anche credenti serie difficoltà ad accettare quella accoglienza serena e positiva che dovrebbe essere propria di un popolo come il nostro che di emigranti ha riempito il mondo. Torino e il nostro territorio  si è mostrato sempre accogliente e in questo la Chiesa è stata ed è in prima linea.L’accoglienza  che comprende  ovviamente anche il salvataggio in mare degli immigrati, in barconi spesso fatiscenti, rappresenta un  necessario passo  che dovrebbe essere  posto alla base del nostro rapporto con  ogni persona  che chiede  aiuto sia italiano che straniero.

Appellarsi alla responsabilità  degli altri Stati Europei per affrontare  insieme il problema della immigrazione in atto, in forte crescita, è giusto e doveroso, ma non può diventare un alibi per chiuderci a riccio e rifiutare e abbandonare al loro destino, quanti giungono nei nostri mari dopo lunghe e dolorose esperienze di guerra o di povertà estrema, molti dei quali anche minori  e donne indifese che hanno dovuto subire violenze di ogni genere. Il rifiuto ingenera una cultura e dei comportamenti  carichi di  preconcetti verso questi fratelli e sorelle che possono sfociare in atteggiamenti e comportamenti razzisti e discriminatori  di cui abbiamo  avuto triste esperienza nel passato. Per questo la nostra Diocesi di Torino ha deciso di offrirsi per accogliere i 43 fratelli e sorelle che da molti giorni sono costretti a restare nella nave che li ha accolti nel mediterraneo e attendono di poter scendere in un porto sicuro.
Lo abbiamo fatto per  ragioni umanitarie e civili e perché come cristiani è un  obbligo morale avendo Gesu’ deciso di identificarsi  con ognuno di loro .Ci ricorda infatti il Vangelo  che saremo giudicati  su come avremo accolto e riconosciuto il Signore in chi ha fame, sete, è nudo o è in carcere o ammalato e in  chi è forestiero: tutto cio’ che avremo fatto a uno di questi fratelli lo abbiamo fatto a Lui  e se non lo abbiamo fatto abbiamo rifiutato Lui.

Quello che mi preoccupa in tutto questo è che mentre c’è una larga schiera di volontari e realtà laiche e religiose che si coinvolgono con i problemi della povertà e delle necessità sia di italiani che stranieri, il popolo di Dio e la comunità civile restano spesso apatiche e sembrano subire la situazione  senza reagire e mostrano insofferenza, pregiudizi, e ostilità. Dobbiamo dunque operare oltre che in favore dei nostri fratelli e sorelle in difficoltà anche sul campo educativo e formativo, culturale, sociale  e religioso per sostenere le ragioni della accoglienza,nella mentalità e nello stile e scelte di vita di ogni membro della comunità. E’ dunque importante che le Chiese cristiane, i fedeli dell’Islam e di altre realtà religiose  presenti nel nostro territorio e tanti anche laici, facciano un patto di alleanza per raggiungere questi obiettivi comuni.

La preghiera di questa sera oltre al ricordo dei morti, è anche la richiesta al Signore di sostenere l’impegno di tutti noi perché si attivi una politica e una azione congiunta sia sul piano religioso che culturale e sociale, capace di affrontare questo problema con giustizia e solidarietà. Noi riteniamo che la preghiera possa favorire tutto cio’ perché solo se Dio ci aiuta e ci guida possiamo sperare di rinnovare  il cuore di ciascuno  e aprirlo alla conversione  di cui ha bisogno per impegnarsi a edificare una società piu’ ricca di umanità e di amore verso tutti, nessuno escluso.

Qualcuno mi dirà: questi sono discorsi religiosi, ma la politica segue altri criteri di riferimento. Credo che quando la politica tiene conto solo del consenso e cavalca le opinioni della gente, senza preoccuparsi di promuovere la giustizia e la solidarietà operando dunque anzitutto per il bene di tutti  e in specie dei piu’ poveri e  privi persino del diritto di vivere, e di chiedere aiuto e sostegno umano e accoglienza, perde la sua funzione primaria per cui esiste e diventa disumana e violenta. La politica diceva san Paolo VI è la piu’ alta forma di carità quando viene esercitata per servire l’uomo e i piu’ poveri e scartati offrendo loro percorsi di  inclusione sociale che vanno oltre i sussidi pure necessari, ma promuovono la persona nella sua dignità, ne salvaguardano i diritti e ne orientano la formazione e qualificazione appropriata per il lavoro fonte prima di autonomia e indipendenza. 

A Maria Madre di Consolazione e di speranza affidiamo tanti nostri fratelli e sorelle che alla ricerca di una vita piu’ giusta e umana sono tragicamente morti nel nostro Mare e li ricordiamo nella preghiera di suffragio. Lei che si è fatta carico della salute e della vita buona di Santa Elisabetta, della famiglia di Cana e sotto la croce ha offerto il suo sacrificio in unione a quello del Figlio per la  salvezza eterna di tutta l’umanità, sa ascoltare il grido  dei poveri e di tanti sofferenti e intercede perché le loro  preghiere e  il loro dolore non vadano perduti e siano accolti da Dio e nel nostro cuore, come monito che ci spinga a operare con speranza perché simili tragedie non ripetano piu’.

Perché avete paura gente di poca fede? disse Gesu’ agli apostoli. Sì chiediamo al Signore con l’intercessione di Maria la grazia di non lascarci vincere dalla paura anche di fronte a situazioni molto dolorose e difficili.Se il Signore è con noi chi potrà essere contro di noi: niente puo’ turbarci e abbatterci. Anche la morte di questi immigrati e’ seme di nuova umanità e fonte di giustizia e di pace, è sacrificio che unito a quello di Cristo puo’ tramutarsi in grazia, riconciliazione e pace : il loro sacrificio fino a dare la vita è un atto di amore  che vince l’odio e il rancore e dà origine ad un mondo nuovo.Come il sangue  dei martiri è fonte di nuovi cristiani, così il sacrificio di questi nostri fratelli e sorelle è come un seme di vita che edifica il mondo che Dio vuole dove tutti ci riconosciamo siamo uniti nel camminare insieme sulla via della pace.



L'omelia dell’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia alla Veglia di preghiera per i morti nel mediterraneo
L'omelia dell’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia alla Veglia di preghiera per i morti nel mediterraneo
L'omelia dell’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia alla Veglia di preghiera per i morti nel mediterraneo