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L'ascolto quotidiano della Parola di Dio, il filo rosso della vostra storia. L'omelia del card. Pietro Parolin alla liturgia per #santegidio50

12 Febbraio 2018

anniversario comunitàsantegidio50

Una storia aperta al futuro e dono alle future generazioni

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Il testo dell'omelia del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità  alla celebrazione del 50mo della Comunità di Sant'Egidio.

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Eminenze,
Cari fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
Signori Ambasciatori,
Distinte Autorità,
Cari fratelli e sorelle nel Signore,
Cari amici,

Sono lieto di celebrare oggi con voi questa Liturgia eucaristica, in occasione dei cinquant’anni anni della fondazione della Comunità di Sant’Egidio. Esprimo, assieme ai tanti convenuti in questa Basilica lateranense, la gratitudine al Signore per aver suscitato e accompagnato la Comunità in tutti questi anni. Saluto con affetto voi tutti, e in particolare il Prof. Andrea Riccardi e il Presidente, Prof. Marco Impagliazzo.
La presenza di tanti, dai più giovani agli anziani, la rappresentanza di vostre Comunità presenti in numerosi Paesi, i cristiani di diverse confessioni, le Autorità e gli Ambasciatori, testimoniano l’affetto e la stima di molti ed esprimono l’attesa che portiate ancora frutti di bene.
La Chiesa della Diocesi di Roma, rappresentata qui dal Vicario di Sua Santità, vi ha visto compiere i primi passi dopo la fine del Concilio Vaticano II. Oggi prega e gioisce con voi, perché – come disse San Giovanni Paolo II nel 1986 - “Dove ci sono altre comunità di Sant'Egidio –  anche non di Roma – sono sempre di Roma".
Abbiamo ascoltato la Parola di Dio. Non smettete di tornare alla Parola di Dio! Questo è stato il filo rosso della vostra storia: l’ascolto quotidiano della Parola, dalla bella Basilica di Santa Maria in Trastevere a ogni angolo di Roma e del mondo.
Torniamo dunque alla Parola in questo quadro di festa. L’evangelista Marco narra l’incontro di Gesù con un lebbroso a Cafarnao nella periferica Galilea: è la prima guarigione fra le quattordici narrate dagli evangelisti. La lebbra era una malattia che oltre alla sua intrinseca gravità, escludeva per sempre dal popolo. Il lebbroso doveva gridare da lontano “impuro, impuro”, in modo che lo si potesse evitare (Lv 3,45). Era considerato perciò una sorta di morto vivente.
La guarigione operata da Gesù liberò il lebbroso dalla segregazione e così quello si mise a parlare con tutti di quanto aveva vissuto. Liberare dalla segregazione e dalla solitudine, inserendo nel circuito della vita: è quello che fate da anni, da quando – giovani studenti – avete affrontato con passione le borgate romane, oltrepassando tante barriere.
Bambini, donne, uomini, poveri, anziani dalla vita dura, percepivano se stessi quasi come il lebbroso di Cafarnao. Altro era il loro destino rispetto alla città, era quello degli esclusi. Dicevano: “vado a Roma”, e se cercavano lavoro, nascondevano le loro origini.
Sembrava che ci fosse un muro invisibile o un abisso. Dai primi incontri con quel mondo è cominciata una storia della loro liberazione dalla “lebbra” dell’esclusione. Nella periferia, avete comunicato la Parola di Dio, avete nutrito folle di affamati di dignità e solidarietà, ed essi sono divenuti vostri fratelli privilegiati. Avete comunicato, con entusiasmo e umiltà, che nessuno è escluso davanti a Dio. Questa storia continua in parecchi Paesi del mondo: in Europa, Africa, Asia, nelle Americhe.
Questa storia riguarda la “lebbra” della povertà, ma anche della malattia, come nel caso della cura dei malati di AIDS in Africa. Gli esclusi sono divenuti loro stessi protagonisti d’inedite liberazioni di altri. Avete creduto che la pace è possibile, che un popolo non è mai condannato ad essere ostaggio della violenza e avete cercato di far crescere le speranze concrete di liberazione dalla guerra e dalla violenza, che come lebbra, ammalano interi popoli.
Così vi siete impegnati nell’avvicinare chi si combatte o si odia. Inoltre, vi siete fatti attenti ai feriti della guerra e della miseria: penso ai rifugiati e agli emigrati, in particolare ai corridoi umanitari per i profughi dalla Siria e dal Corno d’Africa.
Ma torniamo alla Cafarnao del Vangelo. Il lebbroso sta in ginocchio innanzi a Gesù: “Se vuoi puoi purificarmi”, gli dice. L’incontro con Gesù risveglia una domanda di salvezza. Gesù “ebbe compassione” di quell’uomo e lo guarì. La compassione di Gesù è il cuore del suo rapporto con le persone. Gesù “tese la mano, lo toccò e gli disse: ‘Lo voglio sii purificato’” (Lc 5,13a). La parola s’accompagna al contatto. Gesù, toccando, infrange la barriera. Rivela al lebbroso che Dio vuole salvarlo: “Lo voglio, sii purificato”. L’impossibile diventa possibile.
La via della compassione, insegnata e praticata da Gesù, è stata e dovrà essere sempre più la strada da percorrere dalla Comunità. Alla luce della compassione, anche le nostre braccia, talvolta pigre e inermi, raggiungono e stringono chi è separato. “E ci ritrova in un’unica famiglia, dove si confonde chi aiuta con chi è aiutato. Il protagonista diviene l’abbraccio”, come vi ha detto Papa Francesco (alla Comunità di Sant’Egidio, 14 giugno 2014).
C’è un fatto sorprendente nella pagina evangelica. Gesù cerca di imporre il silenzio all’uomo sanato e gli chiede di presentarsi ai sacerdoti. Non ha fretta del consenso, della pubblicità, ma vive l’inquietudine perché si comprenda la grazia di quell’incontro, passo dopo passo.
La compassione e la passione non sono disgiunte dalla pazienza, che è capacità di lavorare nella fede e nell’attesa, ed ha segnato la vostra storia di questi cinquant’anni. Non vi siete fermati di fronte al muro di quello che poteva apparire impossibile. L’amore di Dio non si ferma e non recede di fronte all’abisso che divide dai nemici, dai lebbrosi, dai poveri.
San Giovanni Paolo II disse nel ventesimo anniversario di Sant’Egidio: “La vostra piccola Comunità dell'inizio non si è posta alcun confine se non quello della carità” (1988).
Questa è anche l’esperienza di Cafarnao: il miracolo di un incontro senza confini. Da Cafarnao a un’altra Cafarnao, nelle varie periferie del mondo: così si ricompone la famiglia umana oltre le sue lacerazioni.
Quando avete guardato al sogno di un mondo in pace non avete accettato gli abissi ereditati dal passato.
Il sogno è cominciato a diventare realtà nel servizio quotidiano ai poveri. Il vostro impegno per la pace poi è stato lotta alla guerra, “madre di tutte le povertà”, come dite. In questa prospettiva vedo la passione per riconciliare i popoli, per tessere legami di fraternità fra cristiani e credenti di varie religioni, per tener vivo lo “spirito di Assisi”. “Preghiera, poveri e pace”: così Papa Francesco ha riassunto efficacemente cinquant’anni della vostra vita.
Non siamo qui solo a ricordare una storia bella o a celebrarla. La vostra storia è aperta al futuro ed è un dono alle giovani generazioni.
Cinquant’anni sono un talento per la Chiesa da spendere senza paura nel mondo di domani, così diverso da quello di ieri. Sì, il mondo globale ha bisogno di una realtà come la vostra, radicata nel locale, ma anche capace di abitare la dimensione globale con spirito e fraternità.
Infine, con le parole dell’Apostolo Paolo, esprimo un augurio e un auspicio, che è la chiave per camminare verso il domani: fatevi imitatori dell’Apostolo Paolo, come lui lo è di Cristo, senza cercare il vostro proprio interesse, ma quello di molti perché tutti giungano alla salvezza.
Nell’esprimere la nostra gratitudine per la festa di oggi, chiediamo a Dio Onnipotente che voglia inviare su ciascuno di voi, sulle vostre opere e sul cammino ancora da compiere la Sua divina benedizione.  Vi accompagni Maria, Madre del Signore e madre nostra. E così sia.