Corridoi umanitari, il modello italiano

8 Marzo 2018

EtiopiaSiriacorridoi umanitari

"Protetto. Rifugiato a casa mia". Così Caritas italiana, Comunità di Sant'Egidio e Ong Gandhi hanno denominato il progetto dei corridoi umanitari dall'Etiopia. Un lavoro iniziato a fine 2017 e che terminerà - per la fase dei trasferimenti - nel prossimo autunno.

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«Abbiamo iniziato con i rifugiati siriani nel 2015», spiega Giancarlo Penza, che con Cecilia Pani coordina per la Comunità di Sant'Egidio questo progetto. «Ma l'esperienza maturata ci ha spinto a elaborare ulteriormente il modello di corridoio umanitario, la cui vera novità è il coinvolgimento della società civile ed ecclesiale. Perciò l'apporto da un lato della Ong Gandhi (la cui fondatrice, Alganesc Fessaha, da 18 anni lavora nei campi profughi etiopici, ndr) che ha curato l'individuazione dei rifugiati, e dall'altro di Caritas che ha trovato le realtà ospitanti e ha messo in collegamento i profughi con chi li ospiterà, ne fa oggi il modello più avanzato di integrazione». Si tratta di 500 persone. Poche, se pensiamo che la sola Etiopia, Paese poverissimo, accoglie 900 mila rifugiati. «Ma se il modello fosse adottato dagli Stati», aggiunge Penza, «i numeri sarebbero ben diversi».
L'apporto delle diocesi e delle famiglie è determinante: «Ogni rifugiato avrà un tutor che gli starà accanto», sottolinea Daniele Albanese, responsabile con Oliviero Forti del progetto per Caritas italiana. «Inoltre, la mobilitazione dei volontari consente un notevole contenimento dei costi: 15 euro al giorno per persona, nell'anno in cui i profughi sono in carico a noi. Dopo il quale dovranno raggiungere l'autonomia». «La formazione e la preparazione della comunità che dà ospitalità è fondamentale», insiste Albanese. «La gente sa poco o nulla di quanto avviene in Eritrea o in Sud Sudan. Chi accoglie conosce i contesti da cui provengono i rifugiati, e loro sanno dove andranno. In molti casi hanno già ricevuto un video dalla famiglia italiana che li accoglierà».
La gran parte dei 113 rifugiati di questo corridoio umanitario erano già seguiti da tempo da Alganesc Fessaha, la fondatrice della Ong Gandhi Charity: «Sono famiglie dove manca un genitore», dice, «o con bambini malati e disabili. Alcuni sono coloro che ho liberato dalle carceri egiziane o dalle mani dei sequestratori nel Sinai».
A ricevere a Fiumicino il gruppo ci sono mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, Mario Giro, viceministro degli Esteri, Marco Impagliazzo, presidente della Sant'Egidio. Tutti e tre hanno sottolineato che questa è la risposta al dramma delle morti nel deserto o in mare. Ma è anche la via maestra per una vera integrazione. «Esiste l'alternativa allo sciacallaggio economico e politico, anzi pseudopolitico», ha concluso Galantino, «ed è la bella lezione che viene dai corridoi umanitari». Una lezione che, dall'Etiopia, anche l'arcivescovo di Addis Abeba, cardinale Berhaneyesus Souraphiel, invita a seguire: «Tutti i Paesi europei», ci ha detto.


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