Indonesia: Il Paese dell'Islam tollerante aperto ai cristiani e a tutte le fedi

14 Maggio 2018

Andrea RiccardiIndonesiaDialogo interreligioso

Ma i radicali giudicano «empie» le libertà dei non-musulmani

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Tredici cristiani uccisi a Surabaya in Indonesia in tre attentati, divisi con «ecumenica» e crudele precisione: nelle chiese cattolica, pentecostale e evangelica. Di nuovo i cristiani muoiono di domenica. In Indonesia, vengono colpiti per destabilizzare il più popoloso paese musulmano del mondo, considerato dai terroristi «empio» per lo spazio dato agli «infedeli». L'Indonesia non è - né vuole essere - uno Stato islamico, nonostante l'86% dei cittadini sia musulmano e si manifestino spinte per l'islamizzazione (e ci sia un partito islamista minoritario). E' una storia ben diversa dal Pakistan che, dopo l'indipendenza, ha vissuto una crescente islamizzazione. L'Indonesia è invece un grande laboratorio di convivenza tra islam e democrazia, nonostante le tensioni e le spinte centrifughe in un Paese di circa 17.000 isole, di tante etnie e lingue differenti, dove c'è una grande crescita economica, ma 80 milioni di cittadini mancano di elettricità. Dall'indipendenza, lo Stato ha condotto una politica inclusiva di etnie e religioni diverse. «Molti, ma uno» è il motto del Paese, che campeggia innanzi al parlamento di Jakarta. Islam, protestantesimo, cattolicesimo, confucianesimo, buddismo e induismo sono religioni riconosciute. Mai è stata rivista questa impostazione, anche in tempi di islamizzazione globale. L'Indonesia è un modello in controtendenza nel mondo musulmano, inaccettabile per i radicali, i fondamentalisti infiltrati dal Sud delle Filippine, i foreign fighters rimpatriati. Ho conosciuto Abdurrahman Wahid, primo presidente democratico, eletto nel 1998. Era un personaggio vibrante, carismatico, cieco, ma capace di mobilitare le folle. La sua convinzione era che l'Indonesia rappresentasse un'altra via rispetto all`islamizzazione. Si chiedeva : «Perché essere a rimorchio del mondo arabo, del suo  autoritarismo e delle sue crisi?». Incarnava la particolarità dell'islam indonesiano. Era leader della Nahdlatul Ulama, grande confraternita musulmana, fondata nel 1926 proprio a Surabaya (la città degli attentati). La Nahdlatul si era sviluppata parallelamente alla Muhammaddiyah, l'altra grande confraternita: le due organizzazioni insieme raccolgono più di cento milioni di indonesiani. Diverse sono le tradizioni, ma in entrambe pulsa un islam segnato dalla cultura giavanese, dai sufi e da una tradizione di tolleranza. Le confraternite sono ramificate in reti religiose, educative e sociali, molto popolari, capaci di orientare la gente, che respingono alla base l`infiltrazione radicale. Nahdlatul e Muhammaddiyah sono interessate a un rapporto positivo con i cristiani, tanto che quest'ultima ha condotto congiuntamente con la Comunità di Sant'Egidio un'opera di pacificazione nell'isola filippina di Mindanao e azioni umanitarie in favore dei Rohingya in Bangladesh. Il dialogo interreligioso, come convivenza e tolleranza, è visto dalle due confraternite come un «valore» indonesiano. Tuttavia la società indonesiana non è laica, ma impregnata di islam alla base, come si vede anche nei moderni quartieri della capitale. C'è sempre rischio di conflitti confessionali, anche se sono semplificazioni di tensioni più profonde. Il caso del governatore di Jakarta, Ahok, cinese e cristiano, accusato nel 2017 di blasfemia contro il Corano, ha dato luogo a manifestazioni di milioni di musulmani, a cui le due grandi confraternite hanno partecipato, anche per esercitare un ruolo moderatore. Ora, alla vigilia delle elezioni amministrative e verso le presidenziali del 2019, s'intensifica la strategia della tensione nel Paese. Il prezzo, purtroppo, è pagato da gente semplice, disarmata, raccolta in preghiera.


[ andrea riccardi ]