Cultura dell'odio e idea di nazione. La deriva della paura

16 Novembre 2018

Andrea Riccardi
nazione

Il nazionalismo era meno centrale nella vita dei popoli prima della caduta del Muro La globalizzazione ha riproposto la domanda: chi siamo noi, chi sono gli altri? Intolleranza e razzismo sono tornati

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La nazione è una realtà storica recente, anche se, per autolegittimarsi, deve mostrare di esistere da sempre, o almeno da prima di altre nazioni che insistono sullo stesso territorio o confinano con esso. L'auto-accreditamento fa parte della narrazione della nazione. Nelle rappresentazioni la nazione appare sempre più come una casa omogenea di un popolo, nonostante la geografia e la demografia diano risultati diversi. La "cultura nazionale" è stata un grande contenitore che ha dato efficienza all'odio: l'ha congelato e conservato negli anni, l'ha diffuso come educazione all'identità. Storia, lingua, geografia, epica letteraria hanno contribuito all'efficienza e alla diffusione dell'odio.
Eppure l'invenzione della nazione è storia contemporanea. Dall'Ottocento in poi gli intellettuali sono stati i propagatori dell'idea nazionale. Hanno offerto, nello scontro tra popoli, di fronte a forme imperiali antiche, quali l'impero asburgico o ottomano, che erano multireligiose e multietniche, un'identità a chi si era sempre definito solo con la religione o al massimo con la regione. Non ci si definiva necessariamente in modo nazionale fino a cent'anni fa in varie parti del mondo.
La vicenda della nazione, dagli intellettuali e dalle élite politiche è passata progressivamente al popolo con i processi che George Mosse ha chiamato la "nazionalizzazione delle masse". Sono processi diversi, svoltisi in tempi differenti, che si misurano sempre con la costruzione del "noi" e con la contrapposizione agli "altri" o - in modo particolare e con odio - a un "altro".
La nazionalizzazione delle masse si accompagna, specie nel Novecento, a un'opera di propaganda e di sensibilizzazione all'appartenenza, tanto da far parlare di "religione della patria": la coscrizione obbligatoria dei cittadini maschi porta a morire in guerra per la nazione e richiede una buona dose di convincimento perché si compia questo passo. Si pensi alla propaganda che accompagna le due guerre mondiali, fatta di odio per il tedesco da parte del francese e viceversa, o di odio contro l'austriaco che occupa le terre italiane irredente, come Trento e Trieste durante la prima guerra mondiale.
Parole e linguaggio sono decisivi. Il nazionalismo e la nazionalizzazione sono realtà multiformi, che si contagiano e si contrappongono. Da Federico Chabod, grande storico del Novecento, tanti hanno notato in Europa che i processi di nazionalizzazione seguono due modelli. Uno d'origine francese, per cui «la nazione è il plebiscito di tutti i giorni» (lo diceva Ernest Renan), quindi un modello culturale, volontaristico, assimilatorio, tanto che un corso come Napoleone diventa imperatore dei francesi. Ed è anche il modello italiano, per cui i dalmati, pur con cognomi slavi, si sentono italiani e italofoni, come a Trieste o a Fiume. L'altro modello è tedesco, basato sulla "terra e il sangue", che valorizza la discendenza: la nazione è una realtà in cui si nasce, non si entra, ma anche si esce a fatica. Questo modello diventa quello dei popoli slavi.
Ogni nazione ha il suo nemico. Esistono città segnate in profondità dall'odio nazionale, che ne ha cambiato radicalmente il volto.
Nell'età dei nazionalismi c'è un gruppo etnico che non viene coinvolto dalla nazionalizzazione, forse per l'assenza di premesse territoriali e di élite: sono i rom, conviventi di sempre dei popoli europei, fatti ripetutamente segno di odio nelle varie società europee fino a oggi e, anzi, oggi in modo particolare nel quadro del disagio delle periferie.
Nell'età dei nazionalismi, specie nel XX secolo, le identità nazionali occupano prepotentemente lo scenario della vita politica e internazionale. Non si dimentichi - notava Umberto Eco - che la costruzione di un'identità nazionale e la sua diffusione tra i popoli necessita della costruzione di un nemico attraverso una pedagogia dell'odio. Così il tedesco è boche per i francesi e i belgi (l'uso è durato anche dopo il 1945). Crucchi erano, per i soldati italiani, lo sloveno o il croato nella prima guerra, che chiedevano kruch, pane. Si potrebbe parlare dei pregiudizi e delle definizioni irrisorie nei confronti degli italiani, specie a seguito della loro massiccia immigrazione in America e in Europa.
Ma forse il caso più evidente di costruzione del nemico è l'antisemitismo, che si fonda su un terreno secolare di pregiudizi, tra cui quello religioso. Gli ebrei sono stati in Europa l'unica minoranza religiosa convivente con la maggioranza cristiana, mentre le presenze musulmane o altre sono state eliminate. Nella politica dell'odio nazista l'ebreo e l'ebraismo tengono un posto centrale.
Le nazionalità sembrano radicate in modo immutabile, nonostante la loro storia più o meno breve. Scriveva nel 1915, in piena Prima Guerra Mondiale, tra furori nazionalisti, un Papa che avrebbe definito il conflitto come l'«inutile strage», Benedetto XV grande osservatore delle vicende europee: «Né si dica che l'immane conflitto non può comporsi senza la violenza delle armi. Depongasi il mutuo proposito di distruzione; riflettisi che le Nazioni non muoiono: umiliate ed oppresse, portano frementi il giogo loro imposto, preparando la riscossa e trasmettendo di generazione in generazione un triste retaggio di odio e di vendetta». L'idea di Benedetto XV era la necessaria composizione negoziale tra le istanze differenti e confliggenti delle nazioni: le nazioni non muoiono, ma trasmettono di generazione in generazione l'ansia di riscossa e il retaggio di odio e di vendetta. Idea che, nella seconda guerra mondiale, ha trovato piena conferma.
La realtà è che, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo Auschwitz e Hiroshima, è sembrato che l'età degli odi nazionali, se non archiviata, fosse almeno in parte oscurata. L'Europa dei Sei, sull'asse della riconciliazione franco-tedesca, avviava il processo d'integrazione europea, che avrebbe inquadrato le identità nazionali in un orizzonte unitario, mentre merci e persone cominciavano a circolare liberamente oltre le frontiere. Le guerre nazionalistiche europee sembravano seppellite per sempre.
In Occidente, durante la guerra fredda, avevamo dimenticato la forza e il radicamento delle identità nazionali nell'Est europeo, che appariva seppellito dall'ideologia marxista e dalla politica comunista. Con la caduta del Muro le identità nazionali sono riemerse con una vitalità sorprendente e talvolta devastante. Dopo la Seconda Guerra, e soprattutto dagli anni Sessanta, con la decolonizzazione si è ridisegnata la carta geografica del mondo, con la nascita di nuovi Stati, fondati su confini tracciati con arbitrarietà dai colonizzatori, e fondati spesso su un mix di eredità storica, di tradizione, religione, etnia.
Il nazionalismo e gli odi nazionali sono apparsi nella seconda metà del Novecento come una realtà dei Sud del mondo più che dell'Europa della guerra fredda. Tuttavia, il nazionalismo e gli odi nazionali erano considerati meno centrali nella vita dei popoli al tempo della caduta del Muro. La globalizzazione ha riproposto la domanda sulla propria identità: chi siamo noi? Ma anche: chi sono gli altri? Oggi, in Europa - lo mostra il rapporto della commissione "Jo Cox", approvato anche dalla XVII legislatura italiana - l'odio, l'intolleranza, la xenofobia e il razzismo sono un problema rinnovatosi in un atteggiamento di "paura della storia", come diceva Eliade, anche in Paesi saldi nella loro identità storica. Lo si vede nel successo dei movimenti sovranisti e populisti, che hanno come base la difesa dell'identità nei confronti degli altri: l'immigrazione non sta diventando un'invasione? - ci si chiede.
La paura viene da un mondo divenuto tanto grande, dallo smagliamento di reti associative, familiari, partitiche, religiose, dalla solitudine; viene dall'ignoranza di fronte a mondi che non erano in contatto con noi e che si conoscono prima attraverso il pregiudizio che con l'incontro e la cultura. È un territorio immenso, come quello del web, come le periferie urbane, su cui bisogna intervenire, da regolare; ma è anche un mondo con cui bisogna dialogare.
Tanto della paura, che spinge a rivestire identità-contro, viene dalla solitudine, dall'assenza di lettura del mondo contemporaneo, dallo spavento di fronte a un presente illeggibile con i propri strumenti. La risorgenza dei nazionalismi e dei loro odi è una risposta vecchia e datata che sembra rassicurare, ma getta in un vortice di paura e violenza.


[ Andrea Riccardi ]