Il Segno

Sant'Egidio, quella "forza" che disarma

11 Gennaio 2019

Pace

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Fare pace. Dalle periferie arrabbiate della città italiane al mondo intero. È il compito quotidiano di don Angelo Romano, 54 anni, che per la Comunità di Sant’Egidio segue da Roma le attività di mediazione in zone più o meno note. Come la Casamance, un conflitto che non è neppure degno di cronaca ma che sconvolge un’intera regione del Senegal: «È proprio – dice – il problema del nostro tempo: si parla di una crisi solo quando esplode». In questo momento sulla sua scrivania ci sono due dossier, parte di quel «mondo frantumato» dalla «terza guerra mondiale a pezzi» di cui parla Papa Francesco: la Libia, dove Sant’Egidio sta provando a ricucire i fili tra le diverse tribù (il 13 dicembre a Napoli ha fatto incontrare gli esponenti della società civile); il Centrafrica, resistendo ai molti che hanno provato a trasformare il conflitto politico in guerra di religione. «Nel 2012-13, quando ancora nessuno ne parlava – racconta il sacerdote – ci sono state violenze da ambo le parti, sia contro le moschee, sia contro le chiese». Insieme a una presenza locale di Sant’Egidio, don Angelo è stato impegnato a sostenere la leadership religiosa – gli imam, la Conferenza episcopale e le Chiese protestanti – a combattere questa deriva. Una spinta alla riconciliazione è venuta dalla visita del Papa, anche se le violenze non sono certo finite: il 15 novembre 42 persone, tra cui due sacerdoti, sono stati uccisi in un attacco a un campo profughi.

«Si tende a dare una connotazione religiosa a scontri etnici che avvengono in un paese che non è quasi mai stato governato e ha assistito a una lenta decomposizione. Oggi almeno c’è un Governo». A Roma, nella sede di Sant’Egidio, è stato firmato un accordo per il cessare il fuoco tra vari gruppi centrafricani: «Non si fronteggiano due eserciti, ma diverse realtà che dalla guerra si arricchiscono. La differenza la farà il disarmo: abbiamo seguito un primo progetto pilota che ha visto 600 persone consegnare le armi ed essere accompagnate al reinserimento». Don Angelo ha in mente una scena alla frontiera con il Camerun: «16 soldati che restituivano le munizioni: erano tre anni che non facevano la doccia, avevano con sé solo uno zainetto, che era tutta la loro vita. Questa è la guerra: i capi la vogliono, ma il 90% dei soldati spera disperatamente di essere disarmato. Quando un guerrigliero parla dei figli, non spera che combattano ma piuttosto che possano studiare». «La guerra è la madre di tutte le povertà», è un’altra verità sperimentata da Sant’Egidio. Per questo, per sostenere il processo di pace nel paese, la Comunità ha deciso di avviare anche il programma Dream di cura dell’Aids, già attivo con successo in altri Stati subsahariani.

Don Angelo ha incontrato combattenti che si erano macchiati di crimini efferati, in passato ci sono state anche delle critiche per questo. Eppure, negli scenari di guerra la pace si fa tra gente che si combatte, anche aspramente: «Non sono i sani – dice – che hanno bisogno del medico, ma i malati. Anche l’ultimo dei violenti può cambiare vita, da cristiani dobbiamo crederci con ancora più convinzione». Il metodo di Sant’Egidio è «incontrare delle persone, pensando che sono uomini che hanno commesso atti terribili, ma che possono cambiare vita. La guerra infatti trasforma l’uomo in animale, che segue gli istinti». Don Angelo lo ha capito fin dalla prima trattativa, quella che portò nel 1992 alla pace in Mozambico mettendo fine a trent’anni di guerra civile: «Accompagnavo dei guerriglieri: erano uomini usciti dalla foresta dove si erano nascosti per anni, li portavo dal medico e a comprare dei vestiti per le vie di Roma. Piccoli gesti come questi riumanizzano e favoriscono una lenta trasformazione delle persone».

Dopo il Mozambico, ci fu l’impegno, insieme a don Matteo Zuppi oggi vescovo di Bologna, per scongiurare che il Burundi venisse travolto dall’odio genocidario che nel 1994 aveva ammazzato in Ruanda: «Ci riuscimmo». Sant’Egidio non è un mediatore che ha dalla sua parte l’opzione della forza, oppure mezzi per imporsi: «Puntiamo sui minimi desideri di pace, trovando gli elementi di pace. Un accordo così ottenuto ha più possibilità di successo di una pace forzata».

È lo stesso approccio da seguire nelle periferie delle città italiane: «Anche qui i conflitti nascono dalla frustrazione, dalle ingiustizie percepite perché si pensa di non poter cambiare la propria situazione. Infatti spesso sono i giovani a fare le guerre». Per pacificare le periferie, una via è la scelta di stare accanto a chi è più in difficoltà: «Per il cristiano essere vicino ai poveri non è solo un atto individuale, ma un modo di cambiare la storia: tutti vengono toccati da quel gesto, che riconnette pezzi di società».
 


[ Stefano Pasta ]