La missione di Grégoire: «Liberare i malati dalle catene»

22 Maggio 2019

AfricaDisagio psichicoGenova

«Ridotti in ceppi, abbandonati o immobilizzati: le famiglie credono che siano posseduti dagli spiriti maligni»

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Tiene a farsi fotografare con le catene in mano, pesanti e arrugginite, il simbolo con cui spiega al mondo la sua missione: andare per le strade di quattro Paesi africani, Costa d'Avorio, Togo, Benin e Burkina Faso, impiegando le sue energie per salvare i malati mentali da una vita di sofferenza.
Grégoire Ahongbonon, figlio di un contadino del Benin, ex gommista e poi piccolo imprenditore, ha cambiato vita davanti a un uomo mezzo nudo che frugava nei bidoni della spazzatura a Bouaké, in Costa d'Avorio: «Ho visto Gesù in lui, nell'ultimo degli ultimi», racconta. Ahongbonon è protagonista, oggi alle 18.15 a Genova, nella basilica dell'Annunziata, dell'incontro pubblico "Sciogliere le catene", organizzato dalla Società per le missioni africane e dalla Comunità di Sant'Egidio. Nel corso della conferenza racconterà come è arrivato fin qui: da quella di "vocazione" davanti a un bidone della spazzatura al cambiamento di rotta, quindi alla realizzazione dell'associazione Saint Camille che oggi gestisce 8 centri di cura, 13 di reinserimento, 28 di consultazione medica.
I malati vengono letteralmente presi dalla strada e portati nelle strutture per essere curati da infermieri volontari e soprattutto imparare a contare sull'aiuto reciproco, visto che chi guarisce assiste gli altri. Per capire il progetto di Ahongbonon, bisogna immaginare le stesse catene che esibisce davanti all'obiettivo attorcigliate attorno alle caviglie di un uomo o di una donna. «Così vengono trattati i malati di mente» racconta «perché si crede che siano posseduti dagli spiriti maligni. Le famiglie li allontanano oppure li nascondono nelle cantine e nei sotterranei, legandoli con catene, immobilizzandoli con ceppi dì legno». Il telefono cellulare di Ahongbonon squilla continuamente, anche mentre scorre un video dimostrativo. In cui si vedono, da un lato, le carni straziate dei malati e, dall'altro, gli stessi visi più distesi, quasi sorridenti, all'interno di un centro di cura: «Non sono un medico, né un guaritore» dice «il mio lavoro era riparare gli pneumatici. Andava tutto bene. Con i guadagni avevo messo su una piccola compagnia di taxi, che per i primi tempi funzionava. Non pensavo a Dio. Forse, se tutto fosse andato avanti così, la mia vita sarebbe stata diversa». «La fortuna non dura», continua: i troppi incidenti dei suoi taxi lo gettano sul lastrico. «Vivevo da miserabile, con già una moglie e dei figli. I miei amici, tutti scomparsi». Lo trova un amico sacerdote che lo richiama alla fede e lo porta con sé a Gerusalemme. «Ho capito così che volevo essere pietra viva della Chiesa».
Tornato in Africa, inizia a visitare i malati negli ospedali, poi i carcerati e quindi i malati di mente: «I dimenticati dei dimenticati», dice. Come raccontano i filmati che mostra sul suo telefonino, avvicina i malati per strada e li convince a seguirlo: «Parlo con loro come fossero amici, senza timore» dice «soffrono perché noi abbiamo paura di loro».Non solo: per i malati psichici esistono anche altre trappole, quali i cosiddetti "campi di preghiera" spesso gestiti da sedicenti guaritori.
Nei centri Saint Camille vengono somministrati farmaci che Ahongbonon acquista in grandi quantità per ottenere sconti. «Non ci sono medici, sono gli infermieri a occuparsi delle medicine: hanno le competenze necessarie e sono spesso coadiuvati da medici psichiatri ospiti» assicura, lasciando tuttavia aperto qualche interrogativo. «Il problema non è gestirli, i farmaci, è comprarli», dice sorridendo. E' il sostegno di organizzazioni come la Società per le missioni africane a permettere a Grégoire di chiudere i conti ed è l'appoggio di alcune persone fondamentali a consentirgli di andare avanti. A cominciare dalla moglie Léontine, che davanti al primo malato portato a casa mezzo nudo «non ha battuto ciglio». - GRÉGOIREAHONGBONON


[ Elena Nieddu ]