"In fuga dall'Isis, ora vive con noi". Una storia di ospitalità italiana #corridoiumanitari

10 Giugno 2019

corridoi umanitari

Fuggiva dalla guerra, l'abbiamo accolto in casa come un figlio

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«Ci vuole coraggio, dice? In effetti "coraggio" è stata una parola che ci è stata ripetuta spesso quando abbiamo raccontato agli amici cosa stavamo facendo. Secondo me ci vuole un bel coraggio ad assistere senza far nulla a quanto sta accadendo nel Mediterraneo». Gianni Mari rigira tra le dita un sigaro spento. Guarda negli occhi sua moglie, Marina Fresa, seduta anche lei al tavolino di un bar all'Esquilino. Hanno 66 anni, una vita passata a lavorare: idrogeologo lui, architetto lei. Ora, entrambi in pensione, «abbiamo quasi più da fare adesso di prima». Sorridono e parlano della loro nuova «avventura», la chiamano così: da due mesi ospitano in casa un ragazzo siriano, Admon Alhabib, 20 anni, arrivato in Italia il 2 dicembre del 2016 attraverso un corridoio umanitario aperto dalla Comunità di Sant`Egidio.

Admon ora è qui, camicia a quadri, jeans, un piccolo crocifisso al collo, un ragazzone di 1 e 80 che la guerra l'ha vista così da vicino da decidere di non volerci avere nulla a che fare. «Vengo da Al-Qaryatayn, nella provincia di Homs. La mia città non esiste più: l'Isis è entrato il 5 agosto 2015 distruggendo tutto, case e chiese», racconta. Senza più un tetto, Admon, col resto della famiglia, si trasferisce nel capoluogo. «A pochi chilometri da Homs, come Frascati con Roma», aggiunge. La guerra, però, li insegue e la madre decide di far fuggire i due figli per evitare loro la chiamata nell`esercito. «Io e mio fratello scappiamo in Libano ed è lì che entriamo in contatto con Sant`Egidio». Il resto è storia più recente: Admon arriva in Italia, riesce a ottenere l'asilo politico, impara l'italiano, inizia a frequentare una scuola serale (tecnico-commerciale con indirizzo turistico) e continua a coltivare il suo sogno: «Vorrei fare il professore di matematica», spiega. «Già, in matematica ha 9», lo interrompe fiera Marina.

Si sono conosciuti grazie alla mediazione di Anna Marchei che per Sant`Egidio si occupa dei corridoi umanitari e dei percorsi di integrazione nella capitale. A consentire di incrociare le vite di Gianni, Marina e Admon, però, ci ha pensato il I Municipio di Roma che, a fine gennaio, nel pieno delle polemiche seguite alla decisione del Viminale di chiudere il Cara di Castelnuovo di Porto, ha provato a sondare la disponibilità dei romani a dare una mano a chi si è ritrovato improvvisamente senza un tetto. "Aiutiamoli a casa nostra" si chiama l`iniziativa lanciata dalla presidente Sabrina Alfonsi e dal suo assessore Emiliano Monteverde a cui collaborano, insieme a Sant`Egidio, anche Caritas, Cir e Refugees Welcome. «Alla prima assemblea a cui abbiamo partecipato - interviene Gianni - non sapevamo di voler ospitare. Sicuramente, però, volevamo fare qualcosa. È stata Sant'Egidio a proporci di aprire casa». Nel giro di qualche giorno Gianni e Marina conoscono Admon, pranzano insieme, parlano, si prendono subito. «Abbiamo una stanza in più e due bagni a casa. Lui sta con noi, ogni tanto lo portiamo a cena da amici o a fare una passeggiata in campagna».

La mattina, due giorni a settimana, Admon esce per assistere due anziani: «Mi piace parlare con loro - spiega - perché conoscono la vera cultura di questo Paese». «Per loro è un sostegno importante - aggiunge Marina - e a noi fa un sacco di compagnia». «Non abbiamo avuto figli per scelta - interviene Gianni - ma di Admon potremmo essere i nonni. Detto ciò, non abbiamo alcuna intenzione di educarlo. Gli diamo una mano per quanto possiamo, facciamo un pezzo di strada insieme». Rimarrà da loro almeno 6 mesi, poi si vedrà. «Non c`è una scadenza a questi progetti - spiega l'assessore Monteverde - finora ne abbiamo attivati una decina. È anche un modo per consentire di creare una rete di conoscenze per queste persone a cui, solitamente, quasi nessuno affitta una casa». C'è diffidenza in giro, lo raccontano le cronache di questi mesi, specie a Roma, con le rivolte (alimentate dall`estrema destra) a Torre Maura e Casal Bruciato. «Ci chiamano buonisti? Problemi loro - sbotta Gianni - io non sono un buonista. Il mio è anche un discorso economico: quanto costano questi migranti che attraversano l`Africa e il Mediterraneo pagando ogni volta che superano un confine? La soluzione contro gli scafisti c`è già: si chiama "corridoi umanitari. Admon annuisce, poi dice: «L`Italia mi ha accolto e qui sto benissimo». «È la dimostrazione - lo interrompe Monteverde - che questi progetti che invitano alla conoscenza reciproca aiutano anche sul fronte della sicurezza: chi si sente accolto resta legato al Paese d`arrivo». A guardare Admon, Gianni e Marisa, in posa per una foto di gruppo, l`incrocio di vite sembra aver funzionato: «Pensavamo di conoscere qualcosa della Siria, del Medio Oriente aggiunge Marisa prima dei saluti ma grazie ad Admon abbiamo scoperto molto di più. Noi gli abbiamo aperto le porte di casa, lui ci ha aperto una finestra sul mondo».



[ Mauro Favale ]