Giovanni Paolo II e la transizione pacifica dell’Est

19 Ottobre 2019

Giovanni Paolo II

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Siamo alla vigilia del trentesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, data spartiacque nel XX secolo. Nella storia, che spesso scorre con continuità, esistono momenti di svolta che provocano quasi naturalmente cambiamenti radicali e spesso non prevedibili.

Da quel giorno è iniziata una transizione inesorabile nei Paesi dell’Est comunista che ha consegnato al secolo successivo la libertà di tanti popoli e la fine del mito attrattivo del comunismo. Una vera e propria svolta radicale avvenuta senza quegli spargimenti di sangue che solitamente caratterizzano i cambiamenti della storia. Una conclusione positiva per un Novecento tanto insanguinato dalle guerre e rivoluzioni. Una transizione quasi del tutto pacifica che ha alcuni protagonisti, tra cui il principale sembra essere Giovanni Paolo II.

L’elezione di Karol Wojtyla nel 1978, un Papa proveniente da un Paese appartenete al blocco comunista, fu una vera sorpresa a livello mondiale. Lo choc ci fu un po’ ovunque e soprattutto nell’Est comunista. Gorbacëv, in anni successivi, ha dichiarato: «Nulla di quanto è avvenuto nell’Europa dell’Est sarebbe potuto accadere senza questo Papa». Gli attori di questa transizione sono diversi: Unione Sovietica, Stati Uniti, Europa, ma certamente Giovanni Paolo II ha avuto un ruolo unico. È una storia breve, ma con un salto lunghissimo compiuto dalla Polonia e dall’Est europeo attraverso una transizione pacifica che va considerata un modello, forse il principale delle liberazioni novecentesche senza spargimento di sangue. Solo il Sudafrica di Mandela ha vissuto in modo così intenso una vicenda di superamento pacifico dell’assetto di schiavitù.

Ma in Polonia il gioco geopolitico era ancora più strategico, trattandosi di uno spazio vitale per l’impero sovietico, al cuore delle frontiere della guerra fredda. In questa vicenda vanno poi considerati fattori immateriali – l’aspirazione alla libertà, il patriottismo, la religione, la speranza – che erano fuori dall’analisi comunista, senza tralasciare fattori storici come la crisi profonda del sistema economico-politico dell’Unione Sovietica, che portò all’elezione di Gorbacëv. C’è pure il cattivo funzionamento dello Stato e dell’economia della Polonia. Pochissimi osservatori sospettavano negli anni Settanta o Ottanta che il saldo blocco sovietico si sarebbe sgretolato con la liberazione della Polonia e degli altri Paesi comunisti, ma anche che l’Urss sarebbe crollata con la sua ideologia e presenza internazionale. È una storia che ha come protagonisti apparati politici e classi dirigenti, ma anche singoli uomini e popoli. Il popolo polacco, prima di tutto, che viene da una lunga storia di rassegnazione e di paura sotto un dominio che sente estraneo, quasi come quelli imposti dagli stranieri fino al 1918. Con Giovanni Paolo II, per i polacchi anche un leader nazionale, avviene un risveglio polacco che è una liberazione dalla paura. Non può essere represso dal potere di Varsavia, perché trova in Solidarnosc e nella Chiesa le sue guide.

Durante lo stato di guerra le chiese sono rimaste l’unico spazio libero di rifugio. Giovanni Paolo II e il primate polacco Glemp nei frangenti più drammatici evitarono una ribellione violenta che avrebbe trascinato in un bagno di sangue e nella fine della speranza di liberazione. La crisi progressiva dell’Urss non spiega tutto di questa transizione. Va considerato il protagonismo del popolo polacco che non si comprende senza l’iniziativa del papa. Egli risvegliò la coscienza nazionale da una condizione di rassegnazione e intimidazione. Giovanni Paolo II, ritornando anni dopo sugli avvenimenti polacchi, notò: «Sarebbe sbagliata un’interpretazione esclusivamente spirituale degli avvenimenti dell’Est, così come sarebbe sbagliata un’interpretazione soltanto materiale». Per lui la storia è piena di sorprese. Indubbiamente la fine del comunismo in Polonia e la grande transizione dell’Est è una di queste sorprese.

Essa sconvolse gli schemi interpretativi correnti, i determinismi consolidati che non vedevano possibile l’evoluzione dei sistemi e anche le visioni che avevano nutrito la politica internazionale dal secondo dopoguerra.


[ Marco Impagliazzo ]