Madri migranti: storia di Suzan e Ester scampate con i figli alla guerra e alla tratta

23 Novembre 2019

violenza sulle donnecorridoi umanitari

Le voci delle donne

Condividi su


Suzan, siriana, arrivata a Roma incinta e già 4 figli. Ester, nigeriana, ridotta in schiavitù in Libia

Suzan, 30 anni, è arrivata a Roma il 26 giugno, incinta di sei mesi. Ha viaggiato al sicuro, in aereo, con suo marito e i suoi figli, grazie alla Comunità di Sant’Egidio e ai corridoi umanitari per i rifugiati siriani in Libano. È musulmana, ma la sua bambina, nata poche settimane fa, ha il nome di una santa cristiana, Anna. Perché la casa in cui vivono appartiene alla parrocchia del Vaticano, che la mise a disposizione dei profughi nel 2015 dopo l’appello di Papa Francesco.

Suzan si emoziona, sorride, stringe la piccola Anna: «Mi auguro che lei rappresenti la nostra porta verso il futuro».
«Abbiamo contattato la Sant’Egidio via social», racconta. «Dopo aver saputo da Internet dell’esistenza dei corridoi umanitari. A Beirut vivevamo in affitto in un appartamento semi abbandonato, senza servizi. E non potevamo permetterci l’assistenza sanitaria, che lì è privata».
Il figlio maggiore, Adam, ha 9 anni e una disabilità dovuta a questo. «È nato prematuro e quando mi si sono rotte le acque, era di traverso; ma invece del cesareo, mi hanno fatto un parto normale e mi hanno mandata a casa». Anche Anna è nata un po’ prima del tempo, ma a Roma, con l’assistenza adeguata; e sta bene.
«Qui, i miei figli (ci sono anche Zohér, 8 anni, Malàk, 6, e Omar, 2) per la prima volta in vita loro vanno a scuola. Io da piccola sognavo di fare il medico, ma non ho potuto studiare… Magari Anna, chissà… Inshallah», se Dio vuole. «Quando sono partita, avevo paura, non è stato facile. Ma ora non penso più a tornare in Libano, qui ho trovato una famiglia, non mi sento straniera». Nei suoi occhi però spuntano lacrime: «Mi mancano mamma e mia sorella, spero un giorno di poterle portare qui».
Suo marito ha già cominciato il percorso di integrazione: un corso di italiano e, a breve, un tirocinio in un ristorante. «Anche io voglio imparare la lingua, lavorare, contribuire a rendere autonoma la famiglia», dice Suzan.
Intanto, il sostegno arriva anche dalle suore, le sue nuove amiche: «Portano il velo come me, solo che il loro è bianco e il mio è nero. Le amo tanto, mi aiutano, chiacchieriamo e adorano il caffè arabo che preparo».

Ester, 22 anni, nel suo ultimo giorno al centro di prima accoglienza di Intersos, prepara il sugo per tutti. È una ragazza alta e forte, mamma di una bimba di 2 anni, Lily, e racconta con fierezza la sua storia di vittima di tratta.
«In Nigeria studiavo, non pensavo di andarmene. Ma all’ultimo anno di liceo, nel 2017, hanno tentato di uccidermi: il mio ragazzo, il padre di Lily, era entrato in una gang. Poi, sono stata rapita e sono scappata; ma ero incinta, ferita, in pericolo, così ho deciso di andarmene. Un amico aveva una sorella in Italia: mi avrebbe fatto lavorare, ha detto. Sapevo cosa succede alle ragazze nigeriane, però lei, al telefono mi ha assicurato che si trattava di un lavoro da persona istruita, non di prostituzione».
E le ha fatto avere i soldi per il viaggio. Prima tappa, la Libia: «Sono stata subito venduta come schiava, non lavoravo e non mi picchiavano perché ero incinta. Mi hanno chiusa in un campo per tre mesi, poi la madame, dall’Italia, ha pagato il riscatto e mi hanno messa su un barcone per la Calabria». La pancia era cresciuta ed Ester non aveva paura. «Ci ha soccorsi la Guardia costiera italiana, mi hanno portata al Cara di Bari». Lì, la sua nuova padrona ha mandato un uomo a prenderla. «Mi picchiavano perché rifiutavo di prostituirmi, un giorno le ho sentito dire che mi avrebbe fatto abortire. Per salvare mia figlia, ho finto di cedere. Quella sera, mi hanno data a un uomo del Gambia: Sono incinta di 6 mesi, gli ho detto, aiutami. Ha avuto pietà e mi ha messa su un treno per Roma».
Da qui a Rieti, dove è nata Lily, il 20 agosto. «Ho ottenuto la protezione umanitaria per 5 anni. Mi hanno mandata in uno Sprar in Calabria, ma non era un posto per una bambina piccola». Perciò Ester ha rinunciato ai suoi diritti, è tornata a Rieti e ha affittato una stanza. Ma è dovuta fuggire anche da lì: «Il padrone di casa molestava me e la bambina». Ora, attraverso la rete di cui fa parte Intersos, ha ottenuto la ricollocazione in un posto sicuro. «Sono qui grazie a Dio; credo in lui e nella vita, e anche in me stessa».
 


[ Federica Re David ]