Le limitazioni tolgono riferimenti a tutto il Paese

28 Aprile 2020

Andrea RiccardiReligionecoronavirus

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Le chiese aperte, senza liturgia, avvolte nel silenzio, sono in sintonia con il silenzio delle città. Il blocco totale del culto è una rottura nella storia bimillenaria della penisola. La Chiesa ha accolto con disciplina la scelta del governo. Nel trauma del Covid-19, c'è anche un problema religioso. Basta pensare alle tante morti, specie di anziani, senza funerali.
Siamo in un momento di domande di senso: il silenzio delle chiese non incoraggia. Il mondo cristiano, rilevante nella solidarietà del Paese, ruota attorno alla messa domenicale: qui sono le «sue sorgenti» - scrive la Cei. Ci sono poi la presenza e l'intervento pasquale del Papa per la solidarietà europea, desiderato pure dall'Italia. Del resto, la messa del Papa ha in media ogni giorno 1.500.000 ascolti.
Tutte le istituzioni erano impreparate alla travolgente pandemia. Forzature, lentezze sono comprensibili. Non più però nella fase due. Il presidente della Cei, Bassetti, aveva parlato chiaro «in coscienza»: «è arrivato il tempo di riprendere la celebrazione dell'Eucarestia domenicale e dei funerali in chiesa, oltre i battesimi e a tutti gli altri sacramenti, naturalmente seguendo le misure necessaria a garantire la sicurezza...». La giusta preoccupazione per la sicurezza sanitaria non può trascurare le esigenze spirituali. L'ha notato ieri il rabbino Di Segni: «II governo non dovrebbe trascurare le esigenze spirituali delle collettività religiose, ciascuna con le sue specificità».
Il decreto del presidente del Consiglio dell'altro ieri invece aveva ripreso la linea del comitato tecnico-scientifico. Ci si è chiesti subito se tale decisione non contrasse il dettame concordatario e la Costituzione, per cui lo Stato e la Chiesa Cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani». Lo Stato può dire quante persone entrino nello spazio di una chiesa, quali siano le precauzioni, ma non ha diritto di decidere se si possano tenere atti di culto o stare in silenzio. Lo Stato esige dalla Chiesa di vigilare. Sanziona gli irresponsabili, ma non decide in un ordine non suo. Altrimenti, oltre al serio vulnus giuridico, si crea una centralizzazione che blocca la ripresa della società, bisognosa di autonomia responsabile e di energie ricostruttive.
Nonostante le garanzie costituzionali e concordatarie, la Chiesa sembrava trattata peggio di una categoria commerciale: certo non come un servizio essenziale. Con la Chiesa, le altre religioni: l'islam in tempo di Ramadan e gli ebrei, per la cui preghiera è d'obbligo il minian, dieci ebrei maschi presenti. La decisione del governo crea un precedente pericoloso per la libertà religiosa.
La Cei ha reagito con fermezza: «La Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale... I vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l'esercizio della libertà di culto». Ieri sera Conte ha assunto la responsabilità politica di dirsi disponibile a un protocollo per far partecipare tutti i fedeli alle messe. La base dei fedeli e il clero non hanno accolto bene le limitazioni. I leader sovranisti hanno subito cavalcato il malumore, facendosi sostenitori della messa e cercando di delegittimare i vescovi. Il nazional-cattolicesimo non è da sottovalutare. L'hanno colto Zingaretti e il Pd che ieri hanno chiesto la modifica delle prescrizioni.
E poi - diciamo la verità -, agli italiani è stato tolto molto fino ad oggi e molto sarà chiesto in una fase ricostruttiva. Non si possono togliere i riferimenti religiosi, compagnia secolare di tanti credenti di vario sentire o anche non credenti.
Le motivazioni (religiose e non) sono un propulsore decisivo per la ripresa del Paese.


[ Andrea Riccardi ]