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Signor
Presidente della Repubblica,
Beatitudini e Santità,
Illustri Rappresentanti deIle Chiese cristiane e delle grandi Religioni del
mondo, cari amici, cari amici di Bucarest che questa sera siete convenuti tanto
numerosi, grazie a voi tutti per l'accoglienza calorosa di questi giorni, grazie
per averci accolto e seguito con entusiasmo, grazie a tutti quelli che hanno
lavorato per la realizzazione di questo incontro, grazie a chi lo ha arricchito
con la sua presenza.
Siamo
giunti alla fine, a questa manifestazione conclusiva, in questa storica piazza,
dove risuona la memoria del martirio e della sofferenza di tanti nei lunghi anni
della dittatura comunista.
Oggi
si unisce a questa memoria anche il ricordo di quanti, in ogni parte del mondo,
hanno sofferto, sono morti, sono stati perseguitati dalla seconda guerra
mondiale sino a ora. Sia eterna memoria di loro.
Sì,
ricordiamo anche chi, ancora, patisce nelle prigioni, nei campi di
concentramento, nell'ingiustizia, nella privazione della libertà, nella
schiavitù, condannato a non avere un futuro degno. Nel silenzio di questa
piazza giungono le grida e le espressioni di dolore di chi sta duramente
soffrendo, come una domanda a tutti perché si costruisca un mondo più giusto.
Da
questa piazza dove si è levato un grido di libertà per tutta la Romania nel
1989, oggi si alza la voce degli uomini e delle donne di religione che si
rivolgono alla Romania e al mondo intero: solo la pace è santa e Dio non vuole
l'odio, la guerra, la violenza.
E'
un grido che viene dal profondo di credenti che sono cresciuti spiritualmente
nell'incontro di questi giorni. Perché, cari amici, questi giorni a Bucarest
sono stati un tempo in cui ci si è guardati negli occhi, ci si è parlati, ci
si è riconciliati, ci si è capiti, ci si è amati. Questo diventa un impegno
per noi tutti in Romania e in ogni altra parte del mondo: amarsi, capirsi,
riconciliarsi, ma anche far riconciliare e far capire e amare.
Alcuni
dei presenti hanno vissuto qui l'esperienza di Giuseppe in Egitto, quando
andando incontro ai suoi fratelli che avevano paura di lui e non lo
riconoscevano come fratello, anzi lo temevano come nemico, si fece riconoscere
tra le lacrime dicendo: "Sono io Giuseppe, vostro fratello".
E'
stata l'esperienza di molti in questi giorni, provenienti da paesi diversi e da
mondi religiosi differenti. Ma anche parecchi romeni - così mi pare - , proprio
in questi giorni, sono andati gli uni verso gli altri e si sono detti
abbracciandosi: "Io sono Giuseppe, vostro fratello". Questo è
avvenuto fin da sabato, a partire dalla Messa celebrata nella cattedrale
cattolica.
Questi
giorni lasciano un'eredità preziosa di pace che non può essere dispersa nella
vita che viene. La lasciano alla Romania e ai romeni. La lasciano agli ospiti
che hanno partecipato ai nostri incontri. E' un'eredità di fiducia nel dialogo
attraverso l'amore, la pazienza, il rispetto.
Ma
è anche una convinzione che richiede una nuova audacia, soprattutto ai
responsabili religiosi: quella dell'amore al di là degli schemi talvolta
pietrificati dei propri comportamenti e delle proprie tradizioni. E' l'audacia
umile di chi scopre con crescente consapevolezza che i servitori di Dio sono
allo stesso tempo i servitori della pace, servitori della pace tra gli uomini,
tra i popoli, tra le religioni. Che essi, cioè, sono chiamati a rendere un
culto a Dio nella pace.
Abbiamo
compiuto un lungo cammino in questi anni, cari amici, in questi incontri annuali
promossi dalla Comunità di Sant'Egidio. Per felice coincidenza, il 1 settembre,
la liturgia romana ricorda la memoria di Sant'Egidio abate. Oggi ricordiamo quel
1 settembre, quando i soldati tedeschi varcarono la frontiera polacca e
cominciò la seconda guerra mondiale con la catena dei suoi orrori. Nove anni
fa, come il card. Glemp ricorda, eravamo a Varsavia con gente di religione
diversa per ricordare e pregare, dicendo: Mai più la guerra!
Siamo
giunti alla fine di un secolo. Abbiamo camminato insieme! Restiamo con questi
sentimenti e in questa unità di cuori, pur nella diversità delle storie, delle
culture e delle tradizioni.
La
bella immagine di questa sera, splendente nelle diversità delle preghiere e
quasi degli stessi abiti, compone un mosaico armonico di pace. Possano vederlo
tutti gli uomini in ogni luogo, specie quelli che sono nel terrore della guerra,
bersagliati dall'odio etnico e religioso. Perché questa immagine è il dono che
il Signore ci ha fatto: questo è il giorno che ha fatto il Signore.
Noi
non lo disperderemo!
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