Comunità di S.Egidio


 

30/03/1993


Sant'Egidio: la via romana alla pace
La Comunità trasteverina è ormai uno dei protagonisti della diplomazia internazionale. I rapporti con il Vaticano e con l’Italia. Il capitale geopolitico di Roma come perno di un’attività a vastissimo raggio. La vicenda del Mozambico.

 

Il 4 ottobre 1992, a Roma, è stato firmato un accordo di pace sul Mozambico, frutto di oltre due anni di trattative condotte grazie alla mediazione del governo italiano e della Comunità di Sant’Egidio. Il ruolo di quest’ultima nelle questioni internazionali ha suscitato meraviglia. Sant’Egidio non era forse un’associazione prettamente ecclesiale? In Italia e altrove il nome di Sant’Egidio significa una realtà di cattolici con un caratterizzante impegno sociale per gli emarginati e negli ambienti poveri. Molti si sono interrogati sulla congruità di questo lavoro di tipo diplomatico per il Mozambico con il resto delle attività della Comunità.

Sant’Egidio non si è identificato con partiti politici, insistendo sempre sulla specificità di un approccio «evangelico» ed ecclesiale alle situazioni e ai problemi. Per altro verso si può dire che Sant’Egidio ha fatto politica. L’ha fatta fin dai primi anni di attività facendosi portavoce, in Italia, dei diritti dei più poveri, anziani, handicappati, immigrati, zingari, malati. Negli ultimi anni è stato particolarmente presente nel dibattito sugli stranieri in Italia. L’immagine concreta che si ha venendo a contatto con Sant’Egidio è, ad esempio, quella della mensa popolare, dove quotidianamente trovano un pasto circa duemila stranieri o barboni. È insomma una realtà di cattolici impegnati nelle pieghe della vita sociale del paese.

Ma Sant’Egidio ha lavorato, dall’inizio degli anni Ottanta, su alcuni problemi geopolitici, su guerre e conflitti locali, su aree segnate dalla fame, da calamità naturali, da crisi di vario genere; e ciò soprattutto con l’approccio della cooperazione e dei soccorsi d’emergenza. Aiuti umanitari di Sant’Egidio sono giunti, in tempi diversi, a paesi come l’Etiopia e l’Eritrea, la Romania e l’Albania, il Salvador e il Vietnam, l’Armenia e il Libano, last but not least il Mozambico, ma anche ai curdi in Iran, ai namibiani prima dell’indipendenza. La cooperazione e l’interesse per questi e altri paesi ha dato origine a una serie di réseaux, dall’Algeria al Sudafrica, dal Salvador al Guatemala, dal Libano alla Turchia, con numerosi collaboratori e amici legati alla Comunità a vario titolo.

Sant’Egidio è, nel suo impegno internazionale, un prodotto della realtà romana. Roma, nonostante la crisi italiana, rappresenta un crocevia di relazioni internazionali legate alla politica estera e di cooperazione del governo italiano e alle attività della Santa Sede. La distinzione tra Santa Sede e politica internazionale italiana è ovvia, trattandosi di due entità che hanno visioni geopolitiche e interessi differenti. Tuttavia, nella distinzione, non bisogna sottovalutare l’intreccio concreto di uomini, idee, rapporti che costituiscono una risorsa propria di Roma. Sant’Egidio è cresciuto in questo tessuto urbano aperto alle relazioni internazionali, favorito dalle potenzialità che la città in questo senso offre. Inoltre, da tante parti del mondo, Roma è vista nella sua unitarietà. Non si può nascondere che una certa attrazione della guerriglia mozambicana verso gli incontri a Roma nascesse dal duplice connotato: capitale italiana e sede del papa.

Roma è la capitale di un paese che ha intense relazioni internazionali; ma ad essa fanno riferimento pure altri mondi. Innanzitutto Roma costituisce un approdo per i cattolici (frequentemente i vescovi di tutto il mondo vengono nella città per contatti con il Vaticano, mentre molti ecclesiastici «stranieri» studiano qui). La caratteristica di essere sede del papa non ne fa solamente il centro della cattolicità, ma anche un luogo di incontri ecumenici e di dialogo interreligioso. Nelle nuove relazioni instaurate nel mondo cristiano, da trent’anni, Roma rappresenta un luogo rilevante per responsabili ortodossi e protestanti; d’altra parte, seppure con minore intensità, anche i leader delle grandi religioni mondiali considerano la Santa Sede un centro di dialogo. In particolare Roma, nel suo complesso, è un’importante capitale del mondo mediterraneo, nell’intreccio di relazioni tra Stati della riva nord e sud, tra mondi religiosi e culturali differenti, come quello cristiano, islamico e ebraico.

La romanità di Sant’Egidio non si identifica però con la Roma istituzionale, fosse quella vaticana o quella della capitale d’Italia. Sant’Egidio, nella sua attività internazionale, non è emanazione diretta della Santa Sede né di altra entità. Della propria attività in senso politico, Sant’Egidio non risponde direttamente alla segreteria di Stato vaticana. Quest’ultima, per sua parte, non è formalmente responsabile di quanto Sant’Egidio fa. Tuttavia, Sant’Egidio si sente inserito a pieno diritto nel senso universale, ecumenico, sovranazionale della più larga accezione dell’idea di Roma. E si sviluppa nelle potenzialità che il terreno ricco della capitale offre a chi vive con interessi internazionali.

Sant’Egidio ritiene che le religioni possano essere una forza di pace. Pertanto organizza annualmente un meeting internazionale, nello spirito dell’incontro promosso ad Assisi nell’ottobre 1986 da Giovanni Paolo II. Si tratta di una giornata di preghiera per la pace cui partecipano capi di diverse religioni, preceduta da conferenze e dibattiti. Tali incontri si sono svolti, dal 1987, a Roma, Varsavia, Bari, Malta, Bruxelles, con la partecipazione di cristiani di tutte le confessioni, ebrei, musulmani, buddhisti, induisti, sikh, shinto e altri. Il tentativo è quello di liberare le risorse di pace, di non violenza, di riconciliazione, comuni a ogni religione. L’originalità è già quella di accostare esponenti religiosi come patriarchi cristiani, muftì, rabbini o leader buddisti; non sono mancati uomini di Stato come Jaruzelski, Boutros-Ghali, Mugabe. Nel quadro di questi incontri si sviluppano momenti di dialogo anche su questioni non solo di natura teologica, ma inerenti determinate situazioni di conflitto. Così a Bruxelles, accanto a una tavola rotonda sulla Città Santa tra il patriarca cattolico di Gerusalemme, quello armeno, un rabbino e un esponente musulmano, c’era un incontro tra un vescovo croato e un vescovo serbo sulla crisi nell’ex Jugoslavia.

Il dialogo tra i diversi mondi religiosi è una delle dimensioni del lavoro di Sant’Egidio. Una particolare attenzione è dedicata al Mediterraneo e alle sue tre grandi religioni. Sant’Egidio cerca di favorire gli incontri tra esponenti religiosi delle tre grandi religioni dell’area. I rapporti con il mondo islamico in generale sono altresì considerati una frontiera importante con cui confrontarsi. Sant’Egidio ha promosso un fitto scambio con l’islam (fu interessante nel 1989 la partecipazione di esponenti islamici a un pellegrinaggio ad Auschwitz, pur essendo manifeste alcune perplessità musulmane di fronte alla shoah). È noto che le sfere civili e religiose nel mondo musulmano sono assai intrecciate. Gli interlocutori musulmani di Sant’Egidio non sono stati soltanto musulmani moderati, e forse addomesticati, come s’usa talora cercare da parte dell’Occidente, ma anche l’islam musclé nelle sue differenti traiettorie. Insomma l’islam profondo nella sua varietà. Oppure l’islam organizzato, e si possono citare i soggiorni a Roma di autorevoli esponenti islamici: da ultimo, nel gennaio 1993, quello del saudita Nasseef, segretario della Lega mondiale islamica.

Nel quadro mediterraneo, oltre ai rapporti con il mondo ebraico, Sant’Egidio ha relazioni con le piccole e meno piccole comunità cristiane nel mondo arabo, coinvolte negli ultimi decenni da un profondo processo migratorio verso l’Occidente. Il cristianesimo in terra araba o islamica rappresenta qualcosa di prezioso, non solo per le antiche radici che qui ha la storia della Chiesa, ma per il significato «laico» della presenza non musulmana nella Dar-el-Islam. In questo settore si intrecciano l’attenzione ai profughi (Sant’Egidio ha un piano di reinsediamento di cristiani nei paesi arabi) e le relazioni con queste comunità, cattoliche e non cattoliche. La coabitazione tra genti differenti è considerata un valore e una realtà da salvare per il mondo mediterraneo.

Lo sguardo alla coabitazione ha portato Sant’Egidio a misurarsi sul quadrante balcanico. Con l’Albania l’impegno di carattere umanitario si collega a una considerazione peculiare per questo paese, così vicino all’Italia, già primo Stato ateo del mondo, realtà religiosa composita. Con l’aggravarsi della crisi balcanica i contatti della Comunità si sono moltiplicati, tesi soprattutto alla valorizzazione degli elementi di incontro e di pacificazione. Un rapporto non dell’ultima ora con la Chiesa ortodossa serba ha determinato, dopo l’assenza dei serbi alla preghiera per la ex Jugoslavia ad Assisi indetta da Giovanni Paolo II, una visita a Roma di due metropoliti, preludio forse di un incontro tra il papa e il patriarca serbo.

Il problema delle «guerre di religione» (o almeno dei conflitti in cui l’elemento religioso costituisce una copertura ideologica) è uno dei campi che sollecitano l’azione della Comunità, dal Libano alla ex Jugoslavia. C’è in Sant’Egidio un interesse per le situazioni di multietnicità e di multireligiosità e, per converso, anche per i cosiddetti processi di libanesizzazione e di balcanizzazione. La pace è sovente minacciata nelle convivenze multietniche o multireligiose, dove i rapporti fra maggioranza e minoranze rischiano di sfociare in conflitti, specie nella nostra epoca di esasperati nazionalismi in cui, al contrario dell’età moderna, l’idea etnica di nazione determina spesso quella di Stato. Sant’Egidio sostiene che la convivenza tra popoli differenti, fedi e culture diverse, è una chance per gli Stati, in quanto fonte di grande civiltà e di apprezzamento di valori umani molteplici. I fondamenti biblici di questa sensibilità sono abbastanza chiari, ma giocano anche altre motivazioni, non prettamente religiose.

Secondo Sant’Egidio, la grammatica della multietnicità è necessaria per parlare una lingua di pace, di tolleranza, di pluralismo, per giungere al riconoscimento della libertà altrui. In questo senso Sant’Egidio è attento ai luoghi della multietnicità, con uno sguardo particolare alle minoranze religiose che sovente assumono, se non lo sono già, il carattere di minoranza etnica. È allora il Libano dalle tante fedi, e in generale il mondo arabo-islamico, dove Sant’Egidio ha relazioni strette con le minoranze cristiane (dai melchiti siro-libanesi ai copti egiziani, dai caldei della Mezzaluna fertile ai cristiani d’Algeria). Ma è pure l’Albania con le sue quattro comunità religiose, due islamiche e due cristiane, dove un esponente di Sant’Egidio ha ricoperto un ruolo informale di consultore del governo per gli affari religiosi dopo la fine, nel 1990, del regime del socialismo reale; oppure l’Eritrea, anch’essa confessionalmente bilanciata, tra musulmani e cristiani, il cui governo ha chiesto a Sant’Egidio di inviare osservatori alle elezioni appena svolte.

L’attenzione alle minoranze religiose prelude a un altro aspetto dell’impegno internazionale di Sant’Egidio, attraverso interessamenti di carattere diplomatico, invio di aiuti, e quante altre possibili connessioni favorevoli. Si veda ad esempio il caso della libertà religiosa in quella che era l’Unione Sovietica. Tra Mosca e Leopoli, tra ortodossi e greco-cattolici, grazie all’amicizia con metropoliti ortodossi e con vescovi uniati ancora in semiclandestinità, e in forza di relazioni amichevoli con esponenti sovietici come Zagladin, Sant’Egidio ha favorito il processo di distensione religiosa. Lecomte sostiene che la Comunità abbia avuto anche un certo ruolo nella comunicazione sovietico-vaticana.

Nel quadrante africano Sant’Egidio lavora da anni. Un approfondimento del caso mozambicano - quello in cui Sant’Egidio è stato più durevolmente impegnato - funge da verifica dei metodi e della politica di questo gruppo di cristiani.

I ventisette mesi di negoziati tra il governo di Maputo, ovvero il partito Frelimo, e la guerriglia, ovvero la Renamo, si sono svolti grazie alla mediazione di quattro persone: Mario Raffaelli in rappresentanza del governo italiano; Andrea Riccardi, storico, e Matteo Zuppi, prete romano, entrambi della Comunità di Sant’Egidio; monsignor Jaime Gonçalves, arcivescovo di Beira, la seconda città del Mozambico. Il ruolo di Sant’Egidio nelle trattative, svoltesi fra l’altro nei locali romani della Comunità a Trastevere, viene da un impegno di lunga data per il Mozambico.

Dopo l’indipendenza della colonia portoghese, nel 1975, il giovane vescovo di Beira, Gonçalves, visita più volte Sant’Egidio. Ne deriva un interessamento amichevole per la situazione mozambicana. E anche per la sua Chiesa, allora e negli anni successivi in forte difficoltà perché identificata dal governo marxista-leninista di Samora Machel come un residuo dell’epoca coloniale di cui favorire l’estinzione. Le strutture della Chiesa vengono nazionalizzate, il clero limitato nella sua attività, non poche missioni trasformate per altri usi, mentre i missionari abbandonano il paese. Si è vicini al modello del socialismo reale dell’Est europeo.

L’Italia era un partner importante per il Mozambico, grazie a un’intensa cooperazione allo sviluppo, alla cui determinazione contribuiva anche il Pci, influente presso il Frelimo.

Il Mozambico comincia nel 1976 ad essere travagliato dalla guerra civile che provocherà, in 16 anni, circa 1 milione di morti, 1 milione e settecentomila profughi all’estero, 4 milioni di sfollati interni. La Renamo, nata con l’appoggio della Rhodesia di Ian Smith come elemento di disturbo, trova poi l’appoggio di alcuni settori sudafricani. Gli accordi di Nkomati tra il presidente Samora e il governo sudafricano, nel 1984, non portavano alla fine della guerriglia. Il movimento di opposizione, piuttosto misterioso per quanto attiene l’organizzazione e i suoi appoggi, si allarga per il malcontento verso la politica governativa, recependo anche una protesta del Nord contro un potere gestito in maggioranza dagli uomini del Sud. Le rivendicazioni della Renamo, piuttosto scarne politicamente, si collocano sul terreno della richiesta del pluralismo politico ed economico e dell’opposizione al comunismo.

Un ulteriore elemento di difficoltà, in un Mozambico prostrato dalla guerra civile e dalla crisi economica, era il conflitto tra Chiesa e Stato. Su questo aspetto comincia ad agire la Comunità, che gode di un certo credito tra alcuni dirigenti mozambicani. Stante il rapporto privilegiato esistente fra comunisti italiani e mozambicani, si organizzano nella sede di Sant’Egidio incontri fra monsignor Gonçalves ed Enrico Berlinguer. A Maputo giungono sollecitazioni del Pci per la libertà religiosa. Ai funerali di Berlinguer, fra i tanti telegrammi dell’internazionalismo socialista e di solidarietà politica, ve ne sarà uno, l’unico, di una conferenza episcopale cattolica: quella mozambicana.

Al tempo stesso, Sant’Egidio avvia un programma di aiuti umanitari e di progetti di sviluppo per il Mozambico. Gli scambi con il paese africano si intensificano e si creano relazioni amichevoli fra Sant’Egidio e le sfere governative mozambicane. Migliori rapporti fra Stato e Chiesa cattolica si stabiliscono verso la metà degli anni Ottanta, anche se alcuni problemi permangono insoluti. Il 28 settembre 1985, il presidente Samora incontra il papa in Vaticano. La visita, improvvisa, è organizzata da Sant’Egidio mentre Samora è in volo da New York a Roma. Ormai la costruzione di uno Stato marxista, comprensivo della riduzione à néant delle religioni, non è più una priorità del governo, che deve difendersi dalla crescente forza della guerriglia anticomunista.

Sant’Egidio continua la cooperazione allo sviluppo in varie zone del paese, ma ben presto risulta chiaro che poco si può fare per il Mozambico se non vengono stabilite condizioni di pace. La crisi economica è aggravata dalla guerra e dalla conseguente impossibilità di percorrere larghe parti del paese e di comunicare attraverso le strade. Tra le capitali provinciali, quasi isole in un territorio dall’incerto controllo, ci si può muovere solo per via area. Lo stato delle comunicazioni provoca lungo gli anni Ottanta un crescente impegno in Mozambico dell’esercito dello Zimbabwe, specie a tutela del corridoio di Beira, vitale per il commercio estero dello Zimbabwe. Tutto il paese è bloccato dalla guerra civile, concepita strategicamente dalla Renamo proprio come una sistematica opera di distruzione e di destabilizzazione.

Il governo mozambicano rifiuta una politica di incontro con la Renamo, considerata un’organizzazione di «bandidos armados». I vescovi cattolici mozambicani, nel 1984 e 1985, avevano proposto, con delle lettere pastorali, trattative fra le parti come metodo per porre fine alla guerra. Il Frelimo aveva respinto risolutamente queste istanze e si era avviato a preparare un’amnistia che avrebbe dovuto spingere i combattenti della Renamo a reintegrarsi nella vita civile. L’atteggiamento del governo avrebbe subìto un’evoluzione solamente con la verifica del completo stallo militare dello scontro in corso e con il cambiamento del quadro internazionale dopo il 1989. Fino alla morte, nel 1986, di Samora, a cui sarebbe succeduto il ministro degli Esteri, Joaquim Chissano, la presenza dell’Urss in Mozambico è stata notevole. Negli ambienti governativi si è ventilata di tanto in tanto una possibile richiesta ai sovietici di intervenire a fianco delle truppe mozambicane, secondo un modello cubano-angolano. Tuttavia il modello angolano non era applicabile schematicamente al Mozambico: innanzi tutto gli Stati Uniti non appoggiavano la guerriglia e inoltre, dopo la scomparsa di Samora, avevano migliori relazioni con il governo di Maputo.

Un primo sondaggio sulla volontà di pace della Renamo viene fatto con un avventuroso viaggio di monsignor Gonçalves a Gorongosa. In questa località, il leader della guerriglia, Alfonso Dhlakama, accoglie l’arcivescovo: è la prima personalità a visitare la centrale guerrigliera. Gonçalves torna dall’incontro segreto convinto che la Renamo abbia la volontà di trattare.

Successivamente i guerriglieri vengono contattati anche dal governo kenyota, interessato a svolgere un ruolo nella regione. Dai kenyoti i dirigenti della Renamo ottengono i passaporti che consentono loro una maggiore mobilità e una base stabile a Nairobi.

Così nel 1989, sotto gli auspici del governo kenyota, inizia un tentativo di contatto a Nairobi. Il governo di Maputo non intende incontrare direttamente i guerriglieri né riconoscere loro il ruolo di interlocutore politico. Più flessibile è l’atteggiamento della Renamo, che però non considera i dirigenti del Frelimo espressivi di un legittimo governo nazionale. Sotto lo stimolo del ministero degli Esteri kenyota i vescovi cattolici e anglicani del Mozambico formano un gruppo di contatto. Ma il risultato è fallimentare.

Il governo mozambicano e in particolare il presidente Chissano si convincono vieppiù che la via delle trattative dirette non è eludibile. Tuttavia il prezzo che i negoziati richiedono al Frelimo è forte: i «bandidos armados» debbono divenire un interlocutore politico con pari dignità del governo. Le esitazioni sono tante e, soprattutto, sono forti le opposizioni negli ambienti militari. La soluzione addomesticata di Nairobi, in ogni caso, non paga.

D’altra parte si intensifica il rapporto di Sant’Egidio con la Renamo. Nel febbraio 1990 Dhlakama stesso è a Roma per una visita organizzata da Sant’Egidio, nel corso della quale incontra qualche diplomatico italiano. È uno dei pochi viaggi del presidente della Renamo fuori dell’Africa (oltre il Portogallo). Le conversazioni si concentrano sulle possibili trattative di pace. Dhlakama vuole questi incontri benché non abbia ancora un piano dettagliato, ma chiede un trattamento paritetico al governo. Da Maputo, Chissano, informato dei contatti di Sant’Egidio, invia a Roma il ministro Mazula per esplorare le possibilità. Segue un viaggio del responsabile delle relazioni esterne della Renamo, Domingos, per chiedere a Sant’Egidio di farsi promotore di un incontro nella capitale italiana.

In questa prospettiva viene creato un composito gruppo di contatto formato da due esponenti di Sant’Egidio, Andrea Riccardi e il sacerdote Matteo Zuppi, e dall’arcivescovo di Beira, monsignor Gonçalves. Il gruppo è guidato da un parlamentare italiano, Mario Raffaelli, già sottosegretario agli Esteri. E Andreotti, presidente del Consiglio, a volerlo in questo incarico. Raffaelli è ben noto agli ambienti del Frelimo e da essi considerato una personalità vicina. Se Raffaelli costituisce una sorta di garanzia soprattutto per il Frelimo, di cui costituiva da anni un referente ufficiale per la cooperazione, la presenza di Gonçalves è più gradita alla Renamo. Nei primi anni dopo l’indipendenza, Gonçalves aveva sofferto della politica religiosa del Frelimo ed era considerato dalla Renamo persona distante politicamente dal governo; inoltre Gonçalves aveva per primo cercato i contatti con la Renamo ed apparteneva alla medesima etnia di Dhlakama, è un particolare non irrilevante per la mentalità africana. Sia Raffaelli che gli altri membri del gruppo, qualificati come «osservatori», rilevano nel corso delle trattative la possibilità di una mediazione tra le parti.

Sono, questi, tutti elementi che portano al primo incontro diretto tra il governo di Maputo e la guerriglia, dall’8 al 10 luglio 1990, nell’antico monastero di Sant’Egidio in Trastevere. Entrambe le parti hanno manifestato una volontà di pace, ma giungono a Roma con programmi molto diversi. I rappresentanti del governo, con alla testa il ministro Guebuza, che viene considerato a Maputo come una personalità ostile ai negoziati, intendono ottenere anzitutto il cessate il fuoco e ritengono che il solo fatto di incontrare ufficialmente gli esponenti Renamo sia in se stesso una notevole concessione alla guerriglia. La Renamo ritiene che il governo di Maputo non sia rappresentativo del popolo mozambicano e ne sia anzi l’oppressore: l’intenzione è di usare le trattative per mettere il Frelimo dinanzi alle sue responsabilità, insomma sotto accusa. Di cessate il fuoco la guerriglia non intende discutere: è il punto finale del negoziato. Gli osservatori si preoccupano anzitutto di consentire un incontro fra le parti. I contenuti del negoziato saranno affrontati successivamente. La scelta di privilegiare la creazione di un’atmosfera il meno ostile possibile, ovvero la possibilità di sedere a un medesimo tavolo, guiderà tutto il negoziato, sino al 4 ottobre 1992, consentendo che i frequenti momenti di rottura non siano mai irreparabili.

La sessione dell ‘8-10 luglio 1990 è aperta da una proposta di metodo, avanzata da Riccardi, sul modello dell’espressione di Giovanni XXIII: «Preoccupiamoci di cercare quello che unisce piuttosto che quello che divide». L’affermazione è importante perché le due parti, soprattutto la guerriglia, vorrebbero fare degli incontri una tribuna per la ricerca dei responsabili degli errori del passato. Domingos, capo della delegazione Renamo a Roma, si adatta a salutare Guebuza con l’appellativo di «signor ministro»: per gli osservatori è un primo riconoscimento. Nel documento conclusivo della prima sessione i rappresentanti del governo e della guerriglia si riconoscono «como compatriotas e membros da grande familia moçambicana»: è l’affermazione di una interdipendenza. Al momento della firma del primo documento, in Mozambico si balla per le strade, interpretando il comunicato di Roma come un vero e proprio accordo di pace. Ma non è così.

Restano gravi difficoltà. La Renamo vorrebbe il Kenya mediatore nella trattativa, al che il Frelimo replica chiedendo anche lo Zimbabwe. Il Kenya da due anni costituiva il maggior appoggio internazionale per la Renamo. Lo Zimbabwe era invece alleato del governo di Maputo: 10 mila soldati zimbabwiani combattevano in Mozambico contro la Renamo. La seconda sessione si spende su questo problema ed è un nulla di fatto. Una terza sessione, nel settembre ‘90, è disertata dalla Renamo a motivo di un’asserita offensiva delle truppe governative e zimbabwiane contro Gorongosa. La Renamo pone come condizione, per continuare le trattative, il ritiro delle truppe straniere alleate di Maputo (zimbabwiane, ma anche tanzaniane e malawiane).

Un viaggio degli osservatori in Africa australe ritesse i fili del negoziato, specie in un incontro con Dhlakama in Kenya: la Renamo chiede che gli osservatori divengano mediatori, il Kenya rinuncia a candidarsi come mediatore e il Sudafrica di De Klerk esprime interesse alla formula dei negoziati.

La sessione di tre settimane che si svolge fra novembre e dicembre del 1990 consente progressi. Le parti raggiungono una prima intesa circa lo svolgimento dei lavori: in sostanza si stabilisce che la discussione sul cessate il fuoco venga subordinata al previo raggiungimento degli accordi propriamente politici. I quattro osservatori diventano, per volontà delle parti, mediatori ufficiali.

Il 1° dicembre viene firmata una intesa di carattere militare, sulla creazione di due vasti corridoi, quello di Beira e quello del Limpopo, in zone strategiche, ove debbono concentrarsi le truppe dello Zimbabwe d’ora in avanti adibite a soli compiti difensivi; la Renamo si impegna a non compiere azioni all’interno dei due corridoi. Viene creata una Commissione mista internazionale di verifica (Comive) dell’accordo sui corridoi, con sede a Maputo, presieduta dall’ambasciatore italiano Incisa di Camerana, e composta da esperti politico-militari di otto paesi. L’intesa sui corridoi è rilevante: «partial ceasefire» - la si definisce. La Comive appare come il laboratorio di un accordo generale. I corridoi saranno presto al centro di continue reciproche contestazioni. In queste aree di pace si raccoglie un gran numero di profughi mozambicani per trovare protezione dalla guerra. La Renamo violerà più volte l’accordo, compiendo offensive nei corridoi, motivate da asseriti sconfinamenti al di là di essi da parte delle truppe zimbabwiane. D’altra parte arrivano ufficialmente a Maputo, dopo 14 anni di guerra, gli uomini della Renamo per rappresentare la loro organizzazione nella Comive.

I primi mesi del 1991 trascorrono fra polemiche intorno alle violazioni dei corridoi. La realizzazione di un’agenda dei lavori più specifica e dettagliata richiede una estenuante spola da parte dei mediatori per trovare un accordo. L’agenda che ne risulta è rigida, con decine di sottopunti, e lascia scarsi margini di flessibilità. È il risultato della sfiducia ancora profonda. Ciò che i mediatori per il momento tutelano è soprattutto la prosecuzione del dialogo, per nulla facile date le premesse di profondo odio e diffidenza tra le parti.

Negli ambienti diplomatici, specie portoghesi, si comincia a ironizzare sulle lentezze negoziali romane, rilevando debolezza nei mediatori. Qualcuno avanza l’ipotesi di una ripresa altrove delle trattative. Probabilmente a questo fine si mette in dubbio la rappresentatività dei mediatori, sicché sarà tanto più infelice, successivamente, la dichiarazione del ministro degli Esteri italiano, De Michelis, secondo cui l’Italia forse si sarebbe impegnata nei negoziati «nel gruppo degli osservatori, passando da un ruolo non ufficiale ad uno ufficiale» (quando l’Italia era già ufficialmente «mediatore» nella persona di Raffaelli). Simili espressioni genereranno perplessità tra le delegazioni.

La sessione del maggio ‘91 avvia la discussione sul cosiddetto preambolo, che tra varie difficoltà giunge a conclusione, con la firma del protocollo d’intesa, il 18 ottobre 1991. La discussione sul preambolo concerne sostanzialmente l’identità delle due parti e la struttura politico-giuridica entro cui la lotta militare dovrà trasformarsi in conflitto politico. Il governo di Maputo vuole evitare ogni concessione su quanto attiene la propria sovranità e la validità dell’ordinamento giuridico esistente in Mozambico; inoltre nega alla Renamo lo status di interlocutore politico con pari dignità del Frelimo. Chissano e Guebuza perseguono il cessate il fuoco, garantendo in cambio ai guerriglieri la reintegrazione nella società mozambicana, peraltro ormai pluralistica stante la costituzione del 1990. La Renamo contesta la nuova costituzione come atto unilaterale del governo e considera di avere già vinto la guerra, poiché controlla gran parte del territorio mozambicano.

La soluzione infine raggiunta è quella per cui la Renamo riconosce il governo di Maputo e in cambio viene da questo riconosciuta come movimento politico mozambicano. Il preambolo registra però la rinuncia del governo ad emanare leggi sui problemi discussi a Roma e a riconoscere forza di legge agli accordi tra le due parti. La Renamo dichiara di accettare, dal momento del cessate il fuoco, il quadro istituzionale e legislativo del Mozambico, ossia l’autorità del governo di Maputo.

La firma del preambolo sblocca l’impasse dei mesi precedenti ed è decisiva per affrontare temi specifici come il sistema dei partiti, la legge elettorale, la libertà di stampa e di associazione. Saranno questi i contenuti delle discussioni e dei protocolli d’intesa dei cinque mesi successivi. Contestualmente al progresso negoziale, si presenta il problema delle garanzie internazionali dell’eventuale accordo definitivo di pace. Queste garanzie sono richieste soprattutto dalla Renamo, la quale ha accettato l’autorità del governo di Maputo per il periodo di transizione fra il cessate il fuoco e le elezioni. Invece i rappresentanti del governo sono fondamentalmente contrari a una internazionalizzazione dei problemi mozambicani. Il coinvolgimento di paesi terzi garanti appare comunque inevitabile. Finalmente nel giugno 1992 divengono osservatori, col consenso delle parti, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Portogallo e Nazioni Unite.

Del resto gli Stati Uniti avevano svolto un ruolo notevole di supporto nei negoziati fino ad allora svoltisi a Roma, tenendo nella capitale una équipe di esperti di problemi giuridici e militari, mentre i contatti con i mediatori e le parti erano tenuti da un diplomatico distaccato presso l’ambasciata in Vaticano, Cameron Hume. Il Dipartimento di Stato aveva appoggiato la formula di Roma ed aveva contattato frequentemente i mediatori in particolare con viaggi del sottosegretario di Stato Cohen e del deputato Davidow. Riservatamente l’appoggio diplomatico americano aveva fatto sentire il suo peso sul governo di Maputo. Per gli americani - di contro ad alcune pressioni di altri paesi - la formula raggiunta a Roma, per quanto fosse atipica, rappresentava una soluzione buona per il raggiungimento della pace. Con la nomina degli osservatori, i diplomatici americani formalizzavano il loro ruolo, accanto ad altri paesi che non avevano mostrato grande interesse per la formula di Sant’Egidio.

La partecipazione dei portoghesi risolveva invece un problema che si era posto fin dall’inizio dei negoziati, quello di possibili alternative lusitane agli incontri di Roma. Infatti, lungo i mesi delle trattative, più volte le parti negoziali venivano sollecitate da governi o ambienti ad essi legati a cercare un’alternativa alla formula «debole» di Roma. Con l’ingresso degli osservatori il consenso internazionale si coagulava attorno alla via romana.

Nell’estate 1992 si affrontano le questioni dell’esercito unico, della polizia, della eventuale revisione costituzionale, delle garanzie internazionali, di una conferenza di paesi donatori per il Mozambico. Si rischia un nuovo stallo, perché la Renamo esita ad avviarsi al passo definitivo della pace. Un appunto dei mediatori recita: «La Renamo ha scarsa esperienza internazionale, mentre è molto efficace sul piano interno militare, paralizzando di fatto l’intero paese. La diffidenza della Renamo, che non si sente garantita ed avverte ancora di più la propria debolezza in un momento definitivo, rende estremamente complicato un buono e rapido esito dei negoziati. La Renamo è cosciente di avere come unica forza di scambio la pressione militare e la abbandona solo se sicura del proprio futuro».

All’inizio di agosto si organizza a Roma il primo incontro diretto fra i due presidenti, Chissano e Dhlakama, auspici i mediatori nonché il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, venuto nella capitale italiana per offrire una sorta di garanzia africana al negoziato in un momento decisivo. L’incontro ha successo e il 7 agosto Chissano e Dhlakama firmano una dichiarazione comune che li impegna a stipulare la pace entro il 1° ottobre 1992. È il primo incontro diretto trai due leader mozambicani (in questa occasione si segnala la presenza del proprietario della multinazionale Lonhro, Tiny Rowlands, che aveva facilitato gli spostamenti e favorito l’incontro dei due presidenti).

Le delegazioni affluiscono a Roma per la firma del 1° ottobre, ma ancora alcuni punti sono insoluti. Nell’ora in cui sono convocate per la firma, Dhlakama comunica ai mediatori di volersi riservare l’amministrazione sulle zone da lui controllate militarmente. Si comincia a diffondere la notizia della sconfitta dell’Unita alle elezioni angolane, il che rende ancora più teso il clima. La notte del 3 ottobre, mentre sono presenti a Roma da qualche giorno Robert Mugabe, il vicepresidente del Kenya Joni Masire, il ministro degli Esteri sudafricano Pik Botha, il sottosegretario di Stato americano Herman Cohen, il segretario di Stato portoghese Durao Barroso, Chissano accetta una formula proposta dai mediatori, che consente il mantenimento degli amministratori della Renamo nei territori da essa controllati sotto la guida di una commissione mista.

Il 4 ottobre 1992, in ritardo sulla data prevista per ritocchi ai testi delle ultime ore - sarebbe più esatto scrivere delle ultime notti - Chissano e Dhlakama firmano l’accordo di pace, alla Farnesina. Lunghi applausi e abbracci fra Chissano e Dhlakama. Quest’ultimo afferma pubblicamente che avrebbe accettato il verdetto delle urne, fosse pure negativo. L’accordo, oltre al cessate il fuoco, prevede l’intervento di truppe Onu per disarmare le parti, la creazione di un esercito mozambicano di 30 mila uomini reclutati metà dalle fila governative e metà da quelle della Renamo, il ritiro delle truppe zimbabwiane dai corridoi, la smilitarizzazione delle zone di guerra, la liberazione dei prigionieri politici.

Fin qui la cronaca delle trattative. Indubbiamente si è trattato di una vicenda atipica per la diplomazia internazionale, in primo luogo per l’originale composizione del gruppo dei mediatori. Tuttavia elementi che sulle prime parevano di debolezza si sono rivelati indispensabili al buon fine dei negoziati. Si è avuta una sinergia di forze diverse. I mediatori di Sant’Egidio hanno creato l’atmosfera per i colloqui e poi hanno lavorato per la creazione di un clima umano tra le parti. Il lavoro di spola, tra alberghi di Roma e capitali dell’Africa, ha esaltato le doti di pazienza e di perseveranza dei mediatori, pur quando le parti sembravano al limite della rottura. Il governo italiano ha fornito un sostegno tecnico-diplomatico, lasciando che i mediatori si avvalessero, nel corso delle trattative, dell’«ombrello» rappresentato dallo Stato italiano. L’ambasciatore italiano a Maputo, Incisa di Camerana, ha lavorato per le trattative non senza rischi personali, come del resto tutti gli attori della vicenda. La formula di Sant’Egidio ha avuto la capacità di aggregare attorno a sé risorse ed energie di vari paesi, da quelle americane a quelle del nuovo Sudafrica di De Klerk, a quelle dello Zimbabwe, desideroso di tirarsi fuori dall’imbroglio mozambicano.

La condizione di nemici, in guerra da molti anni, con alle spalle milioni di vittime, di rifugiati, di sfollati, non era superabile automaticamente - come taluni commentatori ritenevano - grazie alla progressiva distensione internazionale. I conflitti regionali non venivano a cessare con il nuovo quadro internazionale; emergevano invece altri elementi che li avevano determinati, come le motivazioni tribali, le esperienze dolorose di gran parte della popolazione. In Mozambico la guerra era divenuta un fatto endemico. E c’erano rischi di fratture all’interno del movimento guerrigliero, che avrebbero reso ancor più complessa la trattativa: occorreva portare la Renamo nella sua unità alla pace. La Renamo da anni era sostanzialmente indipendente da appoggi esterni e il conflitto in Mozambico era ormai una guerra civile incancrenita, con dinamiche proprie, su cui poco poteva incidere la diplomazia tradizionale. I lunghi negoziati hanno consentito l’evoluzione della mentalità e della cultura dei guerriglieri, preparandoli a discutere sul piano politico.

Ci si chiede ora se la formula romana ha davvero esaurito il suo ruolo, come sembra. Qualora così non fosse, ciò significherebbe l’insuccesso di quelle sedi e istanze formali che sono subentrate nel prendere in carico il problema mozambicano. I mediatori hanno passato l’intero dossier mozambicano ai garanti internazionali dell’accordo, in primis alle Nazioni Unite, perché provvedessero a tutelarne l’applicazione, sino alle elezioni e alla definitiva pacificazione. L’azione dell’Onu ha palesato notevoli ritardi, sicché l’applicazione degli accordi avviene con preoccupante lentezza. La crisi politica italiana ha pure determinato un indebolimento della presenza diplomatica dell’Italia e un ritardo nell’impegno militare di questo paese in Mozambico, previsto sotto la bandiera dell’Onu. Lo spettro angolano non è ancora dissipato, mentre la diplomazia internazionale è al lavoro.

Roberto Morozzo della Rocca