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11/06/1995 |
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Ma sì, quello è padre Martini. «Ciao padre», dice un trasteverino di mezza età tracimando con la moglie commossa la folla che, in piazza Santa Maria in Trastevere, festeggia (musica, spaghetti) il ventisettesimo compleanno della Comunità di Sant’Egidio. Il cardinal Martini, arcivescovo di Milano, ha appena finito di celebrare, nella basilica di Santa Maria, una liturgia di ringraziamento. Una cerimonia impressionante perché mistura di neobenedettismo e di scaltro trionfalismo: un coro possente; rappresentanti di tutte le religioni; e duecento fra cardinali, vescovi, parroci, diaconi a scortare Martini, a pregare con lui: per i poveri di Sant’Egidio, per la pace. E gli amici della Comunità, credenti e non, mischiati sotto le navate col popolo di Roma, coi barboni, coi vu cumprà, con generali e politici, col sindaco di Roma, col direttore dell’Osservatore Romano, con ambasciatori color dell’ebano. Come se qualcuno avesse dato forma umana e movimento ai personaggi fissati da Giotto agli Scrovegni, ai volti imperscrutabili del Sancta Sanctorum, alle più famose tele di Scipione, alle figurazioni di Warhol. Per molti versi Roma sarebbe da considerarsi cinica (e magari cialtrona) epperò nessuna città al mondo ha così alto il senso della Storia, fonte d’un «saggio relativismo permeato di attenta indifferenza», per dirla con l’Abboud. Caratterialmente è vicinissima alla Roma di fine Ottocento che quel viaggiatore francese racconta cogliendo la commistione fra il popolano e il potente (il cardinale che pizzica nella tabacchiera del guardiaportone), il «Tu» che ricchi e poveri si scambiano dignitosamente. Non so se il Cardinal Martini abbia letto Roma scomparsa dell’Abboud ma quel «ciao padre» non incrina il suo sorriso tra l’ironico e il misterioso, non fosse altro perché proprio grazie alla Comunità di Sant’Egidio, egli ha vissuto la realtà egalitaria di Trastevere. Nella metà dei ‘70, in un pomeriggio di primavera, l’allora rettore del Pontificio Istituto Biblico andava per Trastevere affastellando, racconta, pensieri amari sul quel tempo di piombo, quando vide un giovinotto con la Bibbia sotto il braccio infilarsi in un portoncino addossato alla piccola chiesa di Sant’Egidio. Di lì a poco la porta della chiesina s’apriva a frotte di giovani ricchi e poveri, romani e forestieri. Fu così che il futuro cardinale scoprì come in quel tempo di piombo giovani laici si riunissero al Vespro per pregare insieme con chi lo volesse; per leggere il Vangelo e rifletterci sopra, vegliati dal perpetuo sorriso di due sacerdoti: Vincenzo Paglia, Matteo Zuppi. I giovani di Sant’Egidio accolsero con semplicità padre Martini ed egli andò con loro nella borgata Alessandrina dove quei bambini baraccati puzzavano di kerosene e per questo i coetanei delle palazzine non ce li volevano a scuola. Andò con loro a «pregare e operare» nell’inferno dell’Acquedotto Felice, tra i Rom, a Primavalle. E durante due anni filati si recò tutte le settimane a trovare un vecchio (anticlericale) che viveva solo in Trastevere: per fargli compagnia, per aiutarlo. Nel tragitto relativamente breve fra la basilica di Santa Maria e l’ex convento delle Carmelitane, in piazza S. Egidio, ov’è la sede della Comunità, il cardinale, giovedì scorso, avrà calato garbatamente la testa almeno cinquanta volte in risposta al «ciao padre»: per i trasteverini egli, lo sfingeo arcivescovo di Milano, rimane quel padre Martini che confessava agli amici di Trastevere il desiderio di andare a Gerusalemme «a pregare, a studiare» (invece il Papa lo spedì a Milano; ma questa è un’altra storia). Gli italiani, nella stragrande maggioranza, hanno «scoperto» la Comunità di Sant’Egidio solo di recente, il 13 di gennaio del 1995. Quel giorno, nell’ex convento delle Carmelitane, ospite della Comunità l’opposizione algerina (dall’Fln al Fis) firmò la cosiddetta piattaforma di Roma «per una soluzione politica e pacifica della crisi». Un lampo di luce nel buio della perenne strage d’Algeria. L’hanno riscoperta qualche giorno fa allorché tv, radio e giornali han dato la (grande) notizia che «autorevoli istituzioni e personalità mondiali» hanno candidato la Comunità al Premio Nobel per la Pace. La candidatura è robusta poiché quelli di Sant’Egidio, il 4 di ottobre del 1992, stupirono il mondo riuscendo a far firmare, a Roma, dopo ventisette mesi di estenuanti trattative, al presidente del Mozambico, Joaquim A. Chissano, e al presidente della Resistenza, Alfonso Dhlakama, quell’accordo di pace che ha posto fine a sedici anni di atroce e blasfema guerra civile. Va detto subito che la candidatura al Nobel per la Pace certamente «gratifica» i ragazzi di Sant’Egidio, tuttavia non li esalta. Il cardinale Achille Silvestrini, già straordinario «ministro degli Esteri» del Vaticano, attualmente Prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali, generoso pastore d’anime e fine intellettuale, dedicato com’è al «servizio dei giovani» (da quarant’anni assiste i Ragazzi di Villa Nazareth), segue «con affetto e con rispetto» la Comunità di Sant’Egidio, conosce i suoi leaders e sa molto della loro fatica, spesso segreta. Ed è lui a spiegarmi come il ruolo internazionalista della Comunità, il lavoro per la pace «sia la cima di un’alta montagna che fora le nubi». Tutto il resto della massa montagnosa si chiama sollievo dalla sofferenza. Quelli di Sant’Egidio, sorride il cardinale Silvestrini, potremmo dire che amino il loro prossimo più di se stessi. E infatti: «Non siamo una realtà direttamente interessata alla diplomazia», mi dice il professor Andrea Riccardi, docente di Storia del Cristianesimo alla Sapienza. «Il lavoro internazionale si svolge senza che noi si perda il contatto con la nostra realtà. L’apertura ai problemi diplomatici è avvenuta sulla pista dell’amicizia coi poveri. Nessuno più del povero ha bisogno di pace». Innumerevoli sono i personaggi davvero illuminati che militano nella Comunità «con la Bibbia e il giornale», secondo l’assunto del teologo svizzero-tedesco Karl Barth, vale a dire onorando Dio e servendo l’uomo; e io ne conosco parecchi frequentandoli in ragione del mio lavoro. Ma qui parlerò - sapendo di non far torto a nessuno -, di due di loro soltanto: Andrea Riccardi e Mario Marazziti (carismatico fondatore della Comunità il primo, ispirato presidente il secondo). Ma per sapere di Andrea ho dovuto interrogare Mario e viceversa. La cosa incredibile è che nonostante ventisette anni di lavoro in comune, i due non abbiano mai litigato sul serio, né cercato di farsi le scarpe. E’ Andrea che nel febbraio del 1968, insieme con un pugno di compagni del «Virgilio», un animoso liceo della Roma borghese, prende l’abitudine di riunirsi in una stanza attigua all’antico oratorio di San Filippo Neri, «il santo dei poveri», in piazza della Chiesa Nuova. Quei giovani si interrogano sulla loro solitudine nella grande città. E cercano risposta nel Vangelo. Leggendolo sine glossa, come diceva Francesco ai suoi confratelli. Ora noi sappiamo che gli autori del Nuovo Testamento «non sapevano di scrivere i Vangeli». Ma non sappiamo (ancora) se il Gesù Figlio di Dio che predicò, mori crocifisso e risorse in Palestina e il Gesù di Paolo, il Gesù della Cristianità siano assolutamente simmetrici. Ciò per dire come sia tremendamente difficile «leggere» il Vangelo, trarne una lezione non enfatica ma essenziale. Ebbene com’è che dei liceali romani, non praticanti, in un momento storico-sociale in cui vorticava già il polline dell’odio e un marxismo alla vaccinara preparava la (inutile) violenza omicida delle BR, come è possibile che abbiano saputo leggere il Vangelo, così, direttamente, e cogliervi la lezione giusta? Loro che leggevano anche Mao? Potremmo rispondere dicendo che (forse) sono stati toccati dalla Grazia. «Io - racconta Mario Marazziti -partecipai a una riunione con Andrea e i suoi compagni soltanto per non far torto a una amica. Ero scettico, prevenuto, tuttavia ascoltando Andrea leggere il Vangelo secondo Matteo, capii che cominciavo a capire. Da quel giorno abbiamo camminato insieme». Domando ad Andrea quale possa esser stato il passo del Vangelo che abbia rivelato a Mario se stesso e lui, questo professore che una barba (precocemente brizzolata) alla Mangiafuoco fa sembrare più vecchio dei 45 anni che ha, risponde senza esitare: «Avevo fame e mi avete nutrito. Avevo sete e mi avete dissetato. Ero uno straniero e mi avete accolto» (Mt 25, 35), Ma Andrea, così massiccio e irsuto, non è che sia un po’ troppo consapevole del suo ruolo internazionale?, dico a Mario per provocarlo. Ma lui: «Per carità: Andrea è un vero leader, un uomo che nonostante una cultura mostruosa è rimasto preziosamente umile. Andrea è buono come solo un fratello vero può esserlo, Dobbiamo ad Andrea se la Comunità, riconosciuta nell’86 dalla Santa Sede, sia autonoma da questa, non sappia di sacrestia e oramai spazi nel mondo: ventimila volontari in venti Paesi», risponde Mario: «Senza di lui saremmo perduti». E Mario, dico ad Andrea, come fa Mario così esile, visibilmente delicato a reggere a tanta fatica? (lavorano tutti come tutti, solo che le ore del riposo le divora la Comunità). «Figuriamoci - tuona Andrea -, è soltanto apparenza: Mario è forte dentro, Mario è una spada: senza di lui saremmo rovinati». Mario ha scritto un libro bello e terribile: «Uno straordinario vivere - storie di Aids, solidarietà e speranze»; leggendolo ho imparato che le vittime del male del secolo «non è che debbano essere buone per forza», e tante altre cose ho imparato. In un antico ospedale romano, quindici malati terminali giacciono con gli occhi chiusi, il respiro convulso, il viso color della medusa morta. Ai piedi di ogni letto un televisore. Spento. Nel silenzio livido rotto da un sommesso rantolo collettivo, mi colpisce il ragazzo in camice che siede sul letto del malato n. 12. Gli tiene la mano, bisbigliandogli parole incomprensibili, un’inedita ninnananna pietosa. Poi quel ragazzo, gli occhi bistrati da occhiaie dolorose, mi spiegherà che per evitare una fine cattiva ai malati di Aids bisogna tenergli forte la mano quasi ad aiutarli fisicamente a passare dall’agonia della vita alla pace della morte, («a trapassare»). La maggior parte dei malati sono soli, con la salute hanno perduto la famiglia («han bisogno d’amore»). Domando al ragazzo volontario perché faccia quel lavoro. Stupito:«Non me lo sono mai chiesto», risponde. Lei è di Sant’Egidio? «Naturalmente». Naturalmente: ecco la parola chiave. Come avete avviato la mediazione che portò alla pace in Mozambico?, domando ad Andrea e lui: «Naturalmente abbiamo applicato la lezione di papa Giovanni XXIII: vediamo subito cosa unisce i nemici, mettendo da parte, per dopo, quel che li divide. Ha funzionato, naturalmente». Funzionerà anche con l’Algeria? «Noi ci speriamo. Proprio venerdì scorso, l’opposizione algerina ha riproposto la piattaforma di Sant’Egidio. Questa volta in Algeri». E il rapporto con papa Giovanni. Paolo II? «E’ il nostro vescovo. E ci vuol bene, naturalmente». Quelli di Sant’Egidio hanno anche un inno: «Noi non abbiamo molte ricchezze / non abbiamo nè oro nè argento. / Solo la Parola del Signore: / alzati e cammina con noi». Fu cantato da tutti, l’inno, la sera di giovedì scorso e terminata la liturgia di ringraziamento, Fra Timothy Radcliffe, Maestro generale dei Domenicani, lesse un indirizzo a Sant’Egidio firmato da lui e da tutti i Superiori generali. «... molti avranno pensato che eravate pazzi, ma ciononostante avete avuto successo (la pace in Mozambico, ndr). Forse qualche volta soffrite nel non vedere ben compresi i vostri sforzi. Non scoraggiatevi. Grazie per quello che siete». Ma sono proprio così perfetti, tanto da irritare, quasi, quelli di Sant’Egidio? Grazie alla parola chiave «naturalmente» credo d’aver scovato il loro punto debole: si sentono un po’ dei prescelti, fiori d’un giardino irripetibile. E penso di aver capito perché (molto probabilmente) non gli daranno il Nobel della Pace. Perché per i laici duri sono troppo religiosi mentre per i religiosi di professione sono troppo laici. «Ma -dice Mario -, nella preghiera corale del Vespro ogni cruccio si dissolve. Davanti al martirio dei poveri, dei malati il tuo particulare svanisce». «Chi è sapiente? Chi impara da chiunque. Chi è un eroe? Chi vince il suo istinto. Chi è ricco? Chi è contento della sua parte. Chi è onorato? Chi onora gli uomini» (Capitolo dei Padri: 4-1).
Igor Man
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