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Destino degli irregolari, vivere nascosti a costo di dover nascondere anche il dolore. I romeni Emilia e Petre, coi quali condivideva la baracca, il fidanzato Vasile e l’amica del cuore Mariana – quattro persone, il suo mondo – hanno avuto paura e non sono andati al funerale di Saban, la 25enne morta nella notte tra il 12 e il 13 dicembre in un cassonetto dei vestiti usati.
Avevano paura Emilia e Petre, Vasile e Mariana. - La paura di chi non ha il permesso di soggiorno -ha detto il direttore della Caritas don Roberto Davanzo, che ha partecipato alla messa nella cappella del cimitero Monumentale.
La cerimonia, organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio e presieduta da padre Traian, responsabile della comunità rom, è avvenuta a più d’un mese di distanza dalla morte della giovane. Un ritardo dovuto all’iter dell’autopsia e all’inchiesta della magistratura. Un ritardo che ieri è stato prolungato di un’altra mezz’ora: il funerale era previsto per le 14, ma non si trovava l’addetto del cimitero con le chiavi per aprire la cappella. Quando è stato rintracciato la cerimonia è iniziata. Una quindicina di ragazzi di Sant’Egidio hanno preso posto sulle panchine. La bara di Saban, di color marrone e senza fiori, è stata portata all’interno da tre addetti. Padre Traian ha cominciato la celebrazione officiata secondo il rito ortodosso. Una portavoce di Sant’Egidio ha letto alcune preghiere in cui si è ricordato il dramma dei tanti zingari in città.
Dopo la lettura del Vangelo ha preso la parola don Davanzo. - Quella di Saban è stata una vita breve e difficile – ha detto il direttore della Caritas – che deve farci riflettere sulle condizioni della comunità rom -. Una vita breve e difficile, quella di Saban. Nata a Mangalia, al confine con la Bulgaria, seconda di 12 figli, ha vissuto con la famiglia in una baracca, all’interno di un villaggio sorto nelle vicinanze di una discarica. Lì Saban trascorreva le giornate alla ricerca di rame e ferro da rivendere. Lo scorso marzo Saban aveva seguito il fidanzato Vasile in Italia. Sognavano di trovare lavoro e casa e metter su famiglia, avere un nuovo figlio dopo la primogenita morta a due anni in un incendio. A Milano, Saban e Vasile avevano iniziato a vivere in un parco. Poi, sollecitati da Emilia, erano andati in una baracca in zona viale Suzzani. Saban mendicava agli incroci e la notte, con la sua bici, si avvicinava ai cassonetti e vi entrava per recuperare qualche vestito. Così aveva fatto quell’ultima volta a dicembre: ma era rimasta imprigionata e soffocata.
Dopo il funerale, la salma è stata rimpatriata a spese della Caritas. - Saban è morta lontana da casa e dalla famiglia – ha detto don Davanzo. - Ma la dobbiamo ringraziare perché ci ha permesso di vivere un momento di preghiera con la Chiesa ortodossa di Romania -. Un momento simbolo dell’unione necessaria per soccorrere chi ci chiede aiuto.
Andrea Galli
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