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MILANO - Per i gagè che si fermano al semaforo, sono poco più che macchie grigie. Si avvicinano a volte zoppicando, con bimbi minuscoli aggrappati al collo, e tendono la mano, bussano al finestrino. Il primo istinto è chiudere la sicura, poi magari qualcuno abbassa il vetro quel poco che basta, lascia cadere una monetina e scappa via. Carità e ripulsa si confondono quando si ha a che fare con gli «zingari», un nome che è già un`offesa, dal greco athinganos, intoccabili, come venivano chiamati gli eretici di un`oscura e antica setta. I gagè siamo invece noi, i «non-rom», come veniamo chiamati nella babelica lingua romanès. Gente strana, ai loro occhi, gente di cui avere paura. «Sembrerà strano - racconta Paolo Ciani, coordinatore della Comunità di Sant`Egidio per i campi nomadi - ma quando le mamme vogliono farsi ubbidire dai propri figli dicono: se non fai il bravo ti faccio rapi- re dai gagè». IL PREGIUDIZIO - «La gente in mezzo alla strada vede l`effetto di una persecuzione razzista, e la scambia per la causa di un grave problema sociale». Alessio Santino Spinelli è un poeta, un cantau- tore e un docente universitario. Ma sopratutto è un rom italiano. Vive a Lanciano, e fa parte di una comunità di «fantasmi», nel senso che in Italia nessuno o quasi sa nulla di questi 70 mila e oltre connazionali che a tutti gli effetti sono «zingari», anche se vivono, lavorano, si sposano e fanno figli esattamente come gli altri italiani. «Di noi nessuno parla - spiega ancora il professore -, veniamo identificati con quei fenomeni di devianza e degrado di cui i giornali si occupano solo in occasione di tragedie assurde, come quella di Livorno, dove quattro bambini sono stati uccisi dalla miseria in cui erano condannati a vivere». Secondo Spinelli, non ci si rende conto che la gente che vive nelle bidonville senz`acqua o cibo non ha certo scelto questa sua condizione: «Chi è costretto a vivere nel disagio e nella frustrazione, privato dei diritti minimi e indispensabili, è ovvio che aspiri a qualcosa di meglio. Eppure si deve sentir dire che non c`è modo di cambiare le cose, perché in fondo sono gli stessi zingari a voler vivere così, senza costrizioni. Ma è un`atroce falsità. I rom non sono apolidi senza casa e perennemente squattrinati. Ma sono obbligati ad esserlo». Come dice Bauman non sono nomadi per scelta, «è l`ordine delle cose» che li spinge a vagare senza sosta. LAVORO SOTTO FALSA ETNIA - In un rapporto del Consiglio d`Europa, si legge che «anche in Italia gli zingari sono largamente discriminati». Anzi, si può dire che sia proprio la discriminazione a causare povertà ed emarginazione. «Gli zingari rubano, sfruttano donne e figli, rapiscono e vendono bambini». Quanto false siane queste arcaiche leggende, e quanto siano allo stesso tempo radicate nell`immaginario comune, lo si è scoperto sulla spiaggia di Palermo, due settimane fa, quando una donna romena venne arrestata solo perché la sua gonna variopinta aveva attratto l`attenzione di un ragazzino. Ma come si lega il razzismo alle difficoltà economiche? «È difficile che qualcuno assuma un muratore o un operaio che si qualifichi come rom». Daniela Pompei lavora con Ciani nei campi assistiti dalla Comunità di Sant`Egidio. «Negano di essere zingari, ed è l`unico modo per ottenere il lavoro. Molti di loro trovano impiego come badanti o giardinieri, a contatto con persone che se conoscessero la loro origine li terrebbero ben lontani dai propri beni o i propri figli». LE ANIME ROM - Ci sono gli italiani in tutto e per tutto integrati nella realtà locale, i giostrai e i circensi come le famiglie Orfei e Togni, e poi ci sono i rom immigrati dai Balcani, prima e soprattutto dopo la guerra nell`ex Jugoslavia. I più fortunati hanno una casa e un lavoro, gli altri per lo si stabiliscono nei 240 campi ufficiali (almeno altri cento quelli non censiti) dove, tra incomprensioni, frequenti sgomberi e scontri con le forze dell`ordine, si fanno strada anche tentativi di confronto e integrazione. Qui vivono anche molti dei rumeni che fin dal 2001 sono entrati in Europa dalla porta principale, dal momento che fin dall`allora non c`era bisogno di visto. Gli altri, quelli che non trovano posto nelle roulotte e nei prefabbricati di gesso, si rifugia- no in baracche di lamiera e sotto i ponti, condannati ad ogni tipo di stenti. «Partono dalla Romania - riprende Pompei - perché lì muoiono di fame. Arrivano in Italia senza una lira in tasca, e non trovano spazio nei campi no- madi. Si costruiscono allora baracche con lamiere e pezzi di plastica, e vivono così, comepossono». Qualcuno si dà alla delinquenza. Rubano, spacciano, ma soprattutto mendicano o costringono i propri numerosi figli a battere le strade per chiedere l`elemosina. Gli altri, e sono un numero sempre più grande, vivono di quello che trova nei cassonetti. In queste condizioni sopravvivere diventa un gioco d`azzardo, non a caso l`aspettativa di vita è da Terzo mondo, 55 anni, un dato angosciante che cozza con il tasso di crescita, dal 3 al 5 per cento. In Italia siamo vicini allo 0. Ogni nucleo familiare ha cinque, sei figli almeno. «Sono il loro orgoglio», conclu dono i volontari di Sant`Egidio. «Come capita dappertutto esistono snaturati, criminali e reati da perseguire. Ma non confondiamo il dramma di pochi con un popolo intero».
Antonio Castaldo
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