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E' stato un «incidente della povertà». Daniela Pompei, volontaria della Comunità di San t`Egidio da anni impegnata nelle attività a sostegno degli immigrati, non ha dubbi. Il rogo in cui, nella notte tra venerdì e sabato, nel livornese, hanno perso la vita quattro bambini rom tra i sei e i dodici anni non può essere che il «frutto dell`estrema precarietà e dell`estremapovertà vissuta dai rom ai margini delle città». Probabilmente i quattro bambini si sarebbero salvati se al posto di un rifugio fatto di legno e lamiere avessero avuto un riparo in muratura... È possibile, ma ciò non toglie che episodi del genere si verifichino anche in campi attrezzati, d`inverno come d`estate, come spesso è già successo. È infatti la preca- rietà di una vita vissuta per strada che espone i nomadi al rischio di un incidente. Soprattutto se si tratta di gente che è appena arrivata in Italia e che non sa dove andare, come potrebbe essere accaduto per i rom delle baracche allestite sotto il cavalcavia della strada per Livorno. Quanti sono, in generale, i nomadi che vivono ai margini delle città italiane? E, soprattutto, come si è evoluto negli ultimi anni il fenomeno degli arrivi dall`Est? È ovvio che quando si parla di popolazioni nomadi non è possibile avere numeri certi. In base alle ultime stime, però, sembra che in Italia ci siano circa 150 mila nomadi. Per il 45% sono italiani. A seguire, gli slavi di terza generazione. Quindi i rumeni che, ormai, sono diventati cittadini dell`Unione europea. Gli arrivi più recenti di queste popolazioni, soprattutto dalla Romania, risal- gono allo scorso dicembre. Pertanto, negli ultimi mesi, il numero non dovrebbe essere cresciuto. Lo abbiamo riscontrato anche direttamente nei centri dove la Comunità di Sant`Egidio è impegnata con le attività divolontariato. Realtà dove abbiamo potuto constatare un crescente desiderio di stabilizzazione. Come è possibile andare incontro a questo bisogno? Circa la metà della popolazione nomade presente nel nostro Paese è rappresentata da bambini. Si tratta di popoli giovani che per l`Italia possono rappresentare una grande speranza. Ed è proprio sui piccoli che bisogna puntare per dare stabilita ai nomadi. Insistendo, in particolare, sulla scolarizzazione. Con delle borse di studio, per esempio, che possano rappresentare un sostegno concreto anche per le famiglie. Si tratta di interventi delicati, molto complessi. Bi- sogna fare attenzione a parlare troppo presto di sgomberi. Occorre piuttosto lavorare con i bambini per far crescere in loro il desiderio di una vita normale, puntando sul confronto con altri giovani della stessa età. Aiutandoli, tra l`altro, a superare quel momento di sbandamento che potrebbe derivare dallo scontro generazionale provocato, per esempio, dall`aver imparato un mestiere diverso da quello fatto dai loro padri. La difficoltà più grande, però, sta nel superare la povertà. E i pregiudizi... Certo, l`integrazione dei nomadi dipende anche dagli italiani stessi, operatori ed educatori. Purtroppo quando si parla di «zingari», per esempio, non si accenna mai al fatto che si tratta di un popolo che ha sofferto molto, che ha vissuto l`Olocausto. E da qui che bisogna partire per far capire a tutti che i nomadi, come popolo, non crea problemi di sicurezza.
Angela Napoletano
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