Comunità di S.Egidio


 

16/05/2008


Conoscere gli altri

 

Gli zingari sono ormai considerati tra i maggiori agenti di allarme sociale, tanto che regolamentare la loro presenza sembra essere diventata una delle più importanti sfide della politica di sicurezza. Ma c'è di più. Alcune frange della popolazione hanno deciso di farsi giustizia da sole, come mostrano i recenti episodi di intolleranza e di violenza avvenuti a Ponticelli, a Novara e in altre zone d'Italia. Sono vicende da condannare senza mezzi termini come hanno fatto in questi giorni molte istituzioni e tra queste, in primo luogo, la Chiesa di Napoli. Non è accettabile infatti che siano alcuni violenti a determinare la politica di una città come Napoli nei confronti degli zingari. Oltretutto chi organizza la rivolta si propone come custode della sicurezza degli altri cittadini, ruolo che spetta solo allo Stato. Altrimenti si accredita la violenza arbitraria come lo strumento per risolvere i problemi.

La Comunità di Sant'Egidio - a partire da una trentennale esperienza di vicinanza agli zingari - ha posto da più di un anno all'attenzione delle istituzioni lo scivolamento dell'opinione pubblica italiana verso una forma di nuovo razzismo: «l'antigitanismo». I rom, i sinti e le altre famiglie zingare si prestano bene infatti a essere raffigurati come uno degli elementi che insicurizzano le nostre città. In una società di diritto il crimine va punito, ma è un fatto che riguarda le persone che compiono il crimine. Ciò deve valere anche per gli zingari, che vanno trattati come tutti gli altri cittadini.

C'è inoltre qualcosa di più profondo in ciò che sta accadendo. Occorre individuare e capire il terreno fertile su cui si sviluppano i comportamenti antigitani.

Il problema è che la nostra società è insicura nel profondo: il nostro benessere è minacciato dalla crisi economica e dalla globalizzazione, la pace è appesa al filo delle relazioni internazionali, la crisi della società e dei valori di fondo è ormai un leit-motiv delle discussioni quotidiane. La vita in quartieri come Ponticelli è inoltre piena di difficoltà e di problemi, che spesso vanno oltre la comprensione dei singoli: sono complessi, di difficile soluzione. Invece avere un nemico sembra rassicurante perché semplifica l'orizzonte in cui vivo: so con chi devo prendermela, di chi è la colpa del mio disagio, all'occasione gli zingari, in fondo deboli e poco temibili. Gli episodi di intolleranza e razzismo, a Ponticelli e in altre zone d'Italia, colpiscono intere famiglie, persone inermi, bambini, colpevoli solo di appartenere al variegato inondo dei nomadi. E un fatto inaccettabile, che merita una ferma condanna.

Il consenso, che purtroppo le gesta dei violenti raccoglie, dà all'opinione pubblica l'impressione di riuscire a controllare le sue frontiere sociali. Eppure, in una società democratica, dovrebbe essere un dato acquisito che i problemi non si risolvono a furor di popolo. C'è bisogno di una politica seria di integrazione, di una pacata riflessione che dia risposte alla gente che si sente insicura e, al tempo stesso, agli zingari oggetto di persecuzione. E necessario offrire ai rom presenti in Campania la possibilità di una vita minimamente dignitosa: ad esempio piccoli insediamenti distribuiti sul territorio (di limitato «impatto»), nel contesto di una riqualificazione dei quartieri o dei Comuni che li accolgono, perché chi vive accanto a loro non debba sentirsi penalizzato.

Se guardiamo per un attimo all'universo zingaro e non solo alle urla nostrane, cosa vediamo? La condizione dei rom è particolarmente debole: non godono di alcuna vera protezione né simpatia e non hanno neanche uno Stato alle spalle che ne possa difendere i diritti. Pur essendo cittadini europei a pieno titolo, sono una «nazione senza territorio». E sebbene il romanticismo abbia fabbricato un mito positivo del loro stile di vita, alla bohémienne, quando questo popolo cerca di mettere radici nella nostra società, ogni attrattiva e simpatia si trasformano in rifiuto.

La loro presenza è peraltro di scarsa consistenza numerica: in Italia sono 140mila, di cui la metà cittadini italiani A Napoli tre-quattromila. Dunque, poche migliaia, nelle periferie di città con milioni di abitanti. Mentre sono oggetto di quotidiana denigrazione, più frequentemente la loro realtà presenta drammi umani, come la morte per fame o per freddo dei loro bambini ormai estranei alla maggioranza de corpo sociale.

In definitiva sappiamo ancora molto poco chi sono gli zingari: il mondo del nomadismo, che presenta molte diversità al suo interno, non viene studiato né considerato. Di loro ignoriamo quasi tutto, pur avvertendoli come «diversi» e colpevoli della nostra insicurezza. Mentre basterebbe poco per cambiare la nostra e la loro condizione di vita. Tanto per cominciare: trattiamoli come «persone» e non come un mondo a parte. Gli zingari sono come noi: se vivranno meglio staremo meglio tutti.

Marco Impagliazzo