Intervento di Chiara Mercuri

alla presentazione del libro "Sant'Egidio: la storia, il culto, le fonti"

Vorrei iniziare da una domanda che tutti ci poniamo, quando ci interroghiamo su donne e uomini che hanno raggiunto la santità: sono veramente esistiti? Perché, soprattutto quando si tratta di santi medioevali, e in questo caso è un santo altomedioevale, si parla di un periodo storico in cui le fonti sono davvero scarne, e quando ci sono è molto difficile risalire alla loro tradizione.

Questa domanda, se Sant’Egidio sia davvero esistito e che cosa ci sia di storico nella tradizione che è arrivata fino a noi, se l’è posta all’inizio del ’900 una studiosa, Ethel Jones, la quale ha dato come risposta: «No, questo santo non esiste, non è mai esistito. Tutto è nato per via di una querelle, una querelle tra il vescovo e l’abbazia che si trova sulla foce del Rodano, quell’abbazia che un tempo si chiamava San Pietro e che poi ha preso il nome di Sant’Egidio».

Perché Ethel Jones dice che Sant’Egidio non è mai esistito? È vero che nel X secolo siamo in una fase di ridefinizione vescovile, in tutta Europa. Cosa succede? I vescovi tentano di ristabilire il loro potere anche su quelle abbazie che sono diventate delle isole franche, dei veri e propri feudi. In questa lotta tra il vescovo, che vuole ristabilire il proprio potere su  quelle zone, e queste abbazie, che vogliono resistere in quella che è, invece, la loro autonomia, in tutta la Francia, i monasteri “inventano”, nel senso latino del termine, “ritrovano, riscoprono” una tradizione di un padre, di un santo fondatore, nella cui leggenda si nasconde però la legittimazione dell’autonomia di quel monastero.

Questo succede, appunto, nella abbazia di Saint-Gilles. Scrivere quella vita di Sant’Egidio - diceva la Jones - serviva per dire che Egidio, cioè il fondatore del monastero, si era recato a Roma per chiedere al papa di mettere quella abbazia, che sorgeva alla foce del Rodano, sotto la sua diretta dipendenza, sottraendola in questo modo al potere vescovile.

Cos’è che non convince nella ricostruzione proposta dalla Jones? Il fatto che la tradizione che riguarda sant’Egidio presenta delle discrasie. Nella Vita si parla di Cesario di Arles, si parla di un re visigoto, ma poi si parla anche di Carlo Magno. E poi si parla di un viaggio a Roma di Egidio, alla presenza del papa. Tutte queste informazioni non stanno insieme. Se davvero questa fosse una tradizione del tutto inventata - un santo del tutto inventato, come dice la Jones - perché scrivere una leggenda così piena di contraddizioni? Ci sono stati molti casi in cui effettivamente, per rivendicare l’autonomia di un monastero, di una chiesa, rispetto all’autorità vescovile, si sono inventate dal nulla delle tradizioni agiografiche. Ma quando questo avviene, quando si crea una leggenda dal nulla,  si fa in modo che questa leggenda sia coerente.
Per sciogliere il dubbio, vi invito a prenderete in mano l’ottimo lavoro di Marco Bartoli e di Francesco Tedeschi. Voi stessi vi farete un’idea, perché la ricchezza di questo libro è che non si tratta di una vita – nel senso di una biografia - di Sant’Egidio. Loro hanno fatto un lavoro più prezioso consegnandoci un tipo di libro che è quello che ognuno di noi vorrebbe poter utilizzare quando si interroga sull’esistenza - o comunque sulla storicità - del culto di un santo, offrendo ai loro lettori e alle loro lettrici il dossier documentario nella sua interezza.

È un libro che può essere veramente letto da tutti, perché i curatori hanno fatto lo sforzo di tradurre tutti i documenti; quindi, in questo libro c’è una risposta per ogni tipo di lettore e anche per gli addetti ai lavori, che trovano il dossier di tutte le fonti e la loro discussione storica, compresa una discussione sulla letteratura, a proposito del culto, dei miracoli e della tradizione di Sant’Egidio. Il libro poi, grazie ad un uso sapiente dei caratteri tipografici, è fruibile per una lettura multistrato, in maniera che il lettore arrivi subito a leggere i passi che lo interessano di più. Penso, ad esempio, all’ufficio liturgico, in cui le parti in grassetto sono quelle che riguardano Sant’Egidio. Le introduzioni poi sono in un linguaggio semplice e diretto.
Tornando all’ipotesi che faceva la Jones, dobbiamo porre la questione della vita, secondo me, in termini differenti. C’è un nucleo di questa vita di Sant’Egidio che è un nucleo originario che va posto nel VI secolo dopo Cristo. Egidio è un greco che a un certo punto decide di lasciare la Grecia per venire in Occidente, come era comune nella tradizione cristiana. Dovete immaginarvi l’alto medioevo come un mondo al contrario del nostro. La parte sviluppata, la parte più stabile anche dal punto di vista politico, era l’Oriente. E quindi si veniva in Occidente per «cercare il deserto». Egidio, all’inizio della sua vita, ha seguito un percorso che ricorda un po' quello di Francesco. Era ricco, aveva studiato, era ben inserito nell'aristocrazia del suo paese, ma ad un certo punto sentì forte un desiderio di eremo, di solitudine. Era normale per un giovane greco del VI secolo andare in Occidente per cercare la solitudine.

Nell’introduzione, Andrea Riccardi fa capire bene come doveva essere l’Occidente in cui si venne a stabilire Egidio. Dobbiamo immaginare che l’Impero Romano d’Occidente, che contava 67 milioni nel 200 dopo Cristo, all’epoca di Egidio ormai ne conta meno della metà, quindi c’è stato un collasso demografico. Quando c’è un crollo così verticale della popolazione è perché ci sono state delle cause spaventose. In quei secoli si trattava di ondate di guerre di conquista. Ondate di conquista significano saccheggi, peste, carestie. Quando una popolazione crolla vertiginosamente, bisogna immaginare che i più fragili, come donne e bambini, non trovano riparo. Le strutture erano totalmente saltate, soprattutto le strutture difensive e quindi la gente era preda di bande armate, spesso di predoni. Gli inermi erano alla mercé di chiunque.

È per questo che l’Occidente era allora l’emergenza. Oggi noi facciamo il cammino inverso. Dall’Occidente, trovandoci in una situazione di privilegio, avvertiamo il desiderio di andare a fare apostolato, di andare a portare aiuto, facendo il viaggio inverso nel Mediterraneo. Nel VI secolo è assolutamente plausibile che dall’Oriente, dall’Impero Romano d’Oriente, che era ancora in piedi, che ancora era florido, si cercasse di venire in Occidente, perché l’Occidente era la parte di Europa che si trovava in ogni tipo di emergenza.

Questo è a mio parere il nucleo della leggenda di Sant’Egidio, della sua vita, perché leggenda significa testo da leggersi, come si specifica più volte nel libro. Egidio quindi sbarca a Marsiglia e comincia lì a fare una vita eremitica. Cerca anche di fondare una comunità che assista i malati, i lebbrosi, i poveri e gli indigenti. Nella vita si dice che lui alterna questi momenti e questo non deve stupirci. Papa Francesco una volta ha detto: «in un tempo come il nostro, di fronte alle difficoltà, ci può essere la tentazione di isolarsi nei propri ambiti comodi e sicuri e ritirarsi dal mondo»[1]. La preghiera è un momento importante nella vita di ogni cristiano, ma ci deve essere poi il dialogo sempre con la comunità, con gli altri. Effettivamente questi sono i due momenti nei quali Egidio scandisce la sua vita.

Se noi accettiamo che Egidio sia vissuto nel VI secolo, sono assolutamente coerenti la citazione di Cesario di Arles e, dall’altra parte, quella di un re visigoto chiamato Flavio. Non è stato identificato un re visigoto con questo nome, ma Flavio significa biondo e i goti erano di origine scandinava, e quindi potrebbe essere semplicemente un modo per chiamare i re che venivano dall’Europa nordica. Ma anche, l’etimologia della parola Flavio viene spesso ricondotta alla parola flumen, e il fiume è fondamentale per una comunità che fonderà proprio alla foce meravigliosa del Rodano la sua casa madre.
Ritornando alla Jones, che cosa è successo nel X secolo? Nel X secolo non è stata inventata la vita di questo santo che prima non esisteva, come riteneva la studiosa inglese. Nel X secolo, in occasione di una querelle che si è sicuramente sviluppata, durante la quale i vescovi tentarono di impossessarsi di tutte quelle abbazie che avevano acquisito una totale autonomia, fu riscritta la vita di Sant’Egidio, come spesso accadde per altri testi agiografici. Nella tradizione agiografica di Francesco a un certo punto si arrivò all’ordine di distruggere tutte le vite precedenti, perché una nuova vita, che veniva composta e approvata, doveva essere l’unica. La vita di un santo è anche un modello che serve anche ad educare, anche a fare catechesi. È evidente che, se le Vite sono diverse, se le tradizioni sono diverse, si perde l’occasione di poter, il giorno anniversario del santo, catechizzare.

Quindi, la prima Vita, il nucleo primitivo, è stato distrutto, e a quel nucleo primitivo sono stati aggiunti i due episodi che effettivamente creano problemi a tutti i filologi che si sono occupati di questa tradizione, molto complicata come sempre lo sono le tradizioni agiografiche. L’episodio di Egidio che va a Roma dal papa per chiedere di mettere il proprio monastero sotto la sua autorità (questo è chiaramente un episodio che serviva al monastero di Saint Gilles per rivendicare la propria dipendenza diretta da Roma e quindi sottrarsi alle pressioni e alla normale tutela vescovile) e poi l’altro episodio, che riguarda Carlo Magno, che chiama ad un certo punto Egidio perché vuole confidargli  un suo peccato inconfessabile.
È bene rileggere tutto il dossier che è contenuto in questo libro. Carlo Magno avrebbe un peccato inconfessabile, che vuole affidare ad Egidio. Un angelo, mentre Egidio sta celebrando la messa, lo porta a conoscenza del peccato di Carlo Magno, ma nello stesso momento gli ordina di perdonarlo.

Che c’entra Carlo Magno in tutta questa storia? Il viaggio a Roma era ben comprensibile, ma Carlo Magno come spunta fuori?
La fortuna del culto di Sant’Egidio è legata al fatto che questa abbazia si trova in una parte del cammino di Compostela, dove passavano i pellegrini. Tra X e XI secolo cominciarono a svilupparsi le Chansons de geste, la più famosa delle quali è la Chanson de Roland, che ha come centro proprio Carlo Magno.
Quindi, siamo in un momento in cui Carlo Magno sta uscendo dalla storia e sta entrando nel mito, nell’epica. Un grande, grandissimo filologo, che purtroppo è venuto a mancare qualche anno fa, Cesare Segre, ha dimostrato in maniera inoppugnabile che tutta l’epica medioevale nasce dall’agiografia, cioè dalle vite dei santi. Nell’alto medioevo non si scriveva più, la cultura era andata sott’acqua. Gli unici che continuarono a scrivere sono gli unici che continuarono a studiare, cioè i religiosi. Di che cosa scrivevano i religiosi? Chiaramente scrivevano sui santi, anche perché era l’unico modo per fare catechesi. In un’epoca in cui non c’è internet, non ci sono giornali, non c’è la televisione, l’unico modo per cercare di catechizzare, ma anche di acculturare le masse è quello di leggere, nel giorno anniversario della morte di un santo, la sua vita cosicché sia di esempio agli altri. È un modo per passare tantissimi modelli morali e culturali.

Quindi, questa esigenza di confezionare una vita che attiri, però, anche i pellegrini che sono diretti a Santiago, fa sì che Carlo Magno debba entrare all’interno di questa storia. Grazie al fatto di averlo fatto diventare coprotagonista nella vita di questo fondatore dell’abbazia di Saint-Gilles, permetterà alla vita di Egidio di entrare in via definitiva, nel XIII secolo, nella saga di Carlo Magno e in molte altre opere di epica francese o comunque nordica.

Io credo certamente che nella Vita di Egidio ci siano delle interpolazioni e delle aggiunte successive. Un episodio su Carlo Magno, del resto,  lo si trova in tutte le storie di fondazione delle abbazie francesi, che in questo momento si mettono a produrre testi scritti proprio nell’ottica di rivendicare libertà e autonomia tanto dai poteri vescovili quanto da quelli temporali. A Saint Denis, André Vauchez lo sa molto bene, accade la stessa cosa. Saint Denis vuole mantenersi autonoma rispetto al potere vescovile e quindi si mette a scrivere e, attraverso la scrittura, rivendica l’antichità della sua abbazia, la sua autonomia, che gli è stata data anche grazie a un dono incredibile di reliquie, portato da Carlo Magno dall’Oriente.

Anche nella vita di Sant’Egidio rientra questo dono incredibile di reliquie, che sono le due porte di cipresso che il papa avrebbe donato ad Egidio quando si è recato a Roma per chiedere il riconoscimento della sua comunità. Due porte di cipresso che vengono abbandonate nelle acque del Tevere, che poi tramite il fiume verranno portate sul Mediterraneo e sbarcheranno miracolosamente a Marsiglia. Ecco che, anche in questa parte della leggenda, si cerca di creare un ulteriore legame tra quel monastero alla foce del Rodano e il papato. Trastevere sta diventando la città leonina, quindi la città dei papi, la parte oltre Tevere, quella dove il potere del papa si sta spostando. Il potere che era inizialmente a San Giovanni in Laterano, lentamente prende in considerazione l’idea  di spostarsi oltre Tevere.

Tornando alla Vita di Egidio, sicuramente la Jones ha ragione quando afferma che nel X secolo la leggenda, volendo rivendicare un forte legame tra quella abbazia, Saint-Gilles, e il papato, deve per forza includere questo miracolo, che viene, nella mente dei pellegrini che si recano a Saint Gilles, rievocato dalla vista di queste porte, che poi furono effettivamente montate e diventarono una sorta di preziosa reliquia del santuario, nonché sigillo  del  legame privilegiato con Roma. I pellegrini vogliono che il loro percorso abbia continuamente delle «finestre» - oggi li chiamiamo pop-up -  se non altro nell’immaginario, che facciano pensare creando collegamenti ai  grandi santuari  della cristianità. Questo è il motivo della rievocazione del legame stabilito con Roma.

Un’ultima cosa. L’introduzione di Andrea Riccardi impreziosisce questo volume imprimendogli il marchio della Comunità di Sant’Egidio. Il volume è un lavoro assolutamente scientifico, anche se con un grandissimo sforzo di tradurre e rendere fruibile tutto a tutti. Un libro - tengo a sottolinearlo - utile tanto agli addetti ai lavori quanto a chi si voglia avvicinare alla memoria di Sant’Egidio. Che cos’è che lega questo volume alla Comunità di Sant’Egidio? Nell’introduzione Andrea Riccardi dice: alla fine questo nome è casuale, come del resto accade con il nome, che nessuno di noi sceglie, ma che ci viene dato. Ricordiamo però che nel medioevo nomen = omen, quindi, il nome costruisce e contiene già in nuce la nostra vocazione e il nostro destino.

Com’ è reso molto bene nelle sue parole, questo santo, che nel X secolo era al vertice del suo culto, alla fine del medioevo sparisce, il monastero cade in rovina e la sua memoria è quasi cancellata. Oggi, una comunità con il suo nome. È casuale?
In ogni caso, da qui si riparte e quei contenuti cominciano a rivivere e a condizionare, nel senso che il nome ci condiziona, se non altro perché ci chiediamo da dove viene, che cosa significa, qual è l’etimologia. Anche il solo interrogarci su questo, piano piano ci porta a ritornare su una strada, che è stata segnata da Egidio e che adesso va a rimpolparsi di nuovi significati, che mi sembrano davvero molto affini a quello che la Comunità di Sant’Egidio esprime, anche a livello internazionale.

Trascrizione a cura della Redazione
 
[1] Messaggio del Santo Padre ai partecipanti al Convegno della Conferenza Italiana degli Istituti Secolari, 23 ottobre 2017