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6 Aprile 2017

Il saggio

Riccardi e quella pace "fuori agenda"

 
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La tesi è molto precisa e documentata con piglio giornalistico: a fronte di quella che papa Francesco chiama «terza guerra mondiale a pezzi», pare che nell'opinione pubblica (non solo italiana) il tema della pace sia ormai acqua passata, questione che non scalda più i cuori, tematica uscita dall'agenda del dibattito. Sono lontani, annota Andrea Riccardi - storico, fondatore della Comunità di Sant'Egidio ed editorialista di "Avvenire" - nel suo nuovo libro "La forza disarmata della pace" (Jaca Book, pagine 72, euro 10,00) -, i giorni del 2003 quando 110 milioni di persone scesero in piazza in tutto il mondo per dire no alla guerra in Iraq: «Avventura senza ritorno», la qualificò Giovanni Paolo II. E il sorgere del Daesh sulle ceneri dell'Iraq-post Saddam dovrebbe dire qualcosa a quei commentatori che bollavano come naif l'anti-bellicismo del pontefice polacco.
Seppur nella brevità del testo, il saggio di Riccardi apre squarci di riflessione che sarebbe opportuno sviluppare, sia in sede cattolica che in ambito laico. Proviamo ad enucleare la sua posizione in alcuni interrogativi: perché questo silenzio pubblico sulla pace? Perché sulla guerra in Siria, al di là di qualche sussulto pubblico, non c'è stato movimento di popolo ed élite per la sorte del popolo siriano? Più radicalmente: perché le guerre degli altri non ci interessano? Qui Riccardi sembra mettere il dito nella piaga in un egoismo politico e sociale che pare aver infettato, insieme al populismo apparso sulla scena elettorale, il corpo sociale europeo: siccome sono guerre degli altri, non ci riguardano. E invece ci si preoccupa solo quando gli "altri" - leggasi immigrazione - iniziano a toccarci sul vivo: «Ci si appassiona non tanto al dramma della guerra che altri vivono, ma agli "altri" che arrivano nei Paesi europei. Si guarda con molta attenzione alla sicurezza del proprio Stato nazionale, che si sente minacciato dal terrorismo o dalle ondate di rifugiati e immigrati».
L'analisi di Riccardi tiene conto della mutata geopolitica contemporanea: tramontata la Guerra
Fredda tra i due blocchi, superata la fase in cui gli Stati Uniti erano la potenza egemone, ora si sta in una situazione globale in cui «tutto è molto nebuloso e scoraggiante». Lo storico non arriva a scriverlo esplicitamente, ma pare di capire che il tramonto del pacifismo popolare abbia a che fare anche con un antiamericanismo finito ormai fuori dalla storia, visto che oggi non sono solo gli Usa («una grande democrazia») a menare le danze politico-militari globali. Russia, Turchia, Iran, e molti altri sono gli attori entrati in campi nel conflitto siriano. E quindi (implicitamente) non c'è più un singolo soggetto che fa la guerra contro cui decidere di andare in piazza.
E le religioni? Riccardi evidenzia come il loro compito sia insostituibile per allontanare il flagello degli scontri. Le religioni possono essere «acqua o benzina» rispetto alle guerre. I diversi credo religiosi devono essere capaci di costruire quella «civiltà del convivere» che ha permesso in diversi contesti di superare guerre fratricide e conflitti interetnici per arrivare alla pace. La transizione alla democrazia nelle Filippine di Marcos o nel Cile di Pinochet, la rivoluzione "dolce" di Mandela in Sudafrica contro l'apartheid, la rappacificazione in Mozambico (proprio sotto la guida di 
Sant`Egidio) ricordate da Riccardi (ma potremmo aggiungere la fine della guerra civile in Irlanda del Nord o quella a Timor Est) ci dicono che la guerra non è lo strumento giusto per risolvere le controversie. La pace ce la può fare. E anche meglio.


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