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LA STORIA Escono a Parigi le memorie di Fernand Meyssonnier, boia di Algeri: compì 200 esecuzioni «I nonni mi insegnarono il Vangelo. Mio padre la ghigliottina» «Non mi pento di nulla. Che diritto avevano i criminali di vivere?» DAL NOSTRO CORRISPONDENTE PARIGI - Il segreto sta nel tenere ben ferma la testa, in modo che il colpo cada preciso e la morte arrivi in un attimo e il condannato non soffra. Conosce il mestiere Fernand Meyssonnier. In Algeria, durante la guerra d’indipendenza, la ghigliottina era per lui una routine, un gioco da ragazzi, visto che cominciò a far cadere teste a 16 anni, e una tradizione di famiglia: boia il padre, Maurice, boia il padrino, Henri Roch, e boia gli antenati, fra i quali Sanson, celebre nella storia francese perché eseguì la condanna del re, Luigi XVI. A 72 anni, un malato di cancro che «uccide il tempo, dopo aver ucciso uomini», Meyssonnier, che nei tratti assomiglia all’attore Fernandel, con una sottile ironia nello sguardo, ha deciso di pubblicare le memorie: « Paroles de bourreau », parole di boia, edizioni Imago, un libro scritto in collaborazione con il sociologo Jean-Michel Bessette. Uscito ieri a Parigi, promette di riaccendere polemiche e inquietudine nella coscienza della Francia sul passato coloniale. Meyssonnier si limita a rievocare, nei più macabri dettagli, l'attività di «braccio della legge», «funzionario al servizio di de Gaulle», «esecutore che non si è fatto domande sulle sentenze». Ma queste sentenze rispondevano alla macchina repressiva dello Stato e, negli anni più drammatici, fra il '56 e il '58, agli ordini del ministro della Giustizia dell'epoca, il futuro presidente François Mitterrand. Suo padre, ex membro del partito comunista, cominciò nel 1928 e fece scendere la lama 344 volte. Maurice non lo superò: 200 esecuzioni concentrate in pochi anni. Diversi condannati «erano criminali comuni», ma la maggior parte «terroristi, membri del Fronte di liberazione e attivisti». Fra essi, Fernand Yveton, ghigliottinato all'alba del 21 febbraio 1957, militante comunista: un capitolo a parte, fra le vicende oscure della guerra, l'unico motivo di rammarico nella famiglia Meyssonnier, che conosceva il condannato. «Per gli altri - dice - non mi pento di nulla. Ogni volta pensavo alle vittime, ai vecchi e ai bambini dilaniati dalle bombe. Che diritto avevano i criminali di vivere? C'era una guerra in corso. Se de Gaulle non avesse promulgato l'amnistia avrei superato Sanson». E' credente, Meyssonnier? «I miei nonni mi hanno insegnato il Vangelo. Rispetto la religione, ma non sono credente. Mi sono sempre chiesto se Dio ha fatto l'uomo o se siano gli uomini a essersi creati l'idea di Dio. La religione mi ha lasciato la coscienza e il senso della giustizia. Per il resto, aspetto di morire in pace, perché non ho mai pensato di aver fatto qualche cosa di sbagliato. Certo, nei panni di un giudice, proverei rimorso se avessi fatto condannare un innocente. Ma io?». Nessuna pietà, nessun senso di colpa. Un professionista: «La ghigliottina fa impressione, perché il sangue schizza fuori e devi raccogliere la testa dal cesto. Ma il condannato non soffre, se gli sistemi bene la testa, stando attento che la lama non ti tranci le dita. La sedia elettrica è più dolorosa. Una barbarie. A chi mi giudica, faccio notare la differenza fra il boia e il pilota che sgancia una bomba sui civili e magari viene decorato». L'ex boia vive in Provenza, a Fontaine-de-Vaucluse, nella bella casa costruita con i risparmi di una vita tumultuosa. Quando finisce la guerra, per i funzionari francesi, non c'è più un angolo sicuro in Algeria. La famiglia, che gestiva un bar, ripara a Nizza. Fernand, che da bambino aveva sentito parlare delle isole tropicali, sceglie Tahiti. Non ha un soldo in tasca, ma ha solo trent'anni e un passato senza fantasmi, perché la coscienza è tranquilla. Sposa una bellezza esotica, molto più giovane di lui, che gli dà una figlia e lo aiuta a diventare ricco: un ristorante, terreni, piccole imprese, un'agenzia di viaggi. La ghigliottina, quella che lui e suo padre hanno usato, gli va appresso, come un cimelio, oggi esposto nel piccolo museo della pena di morte che ha creato a sue spese, a due passi da casa. Documenti, una garrota spagnola, qualche effetto personale lasciatogli dai condannati. E la ghigliottina lo fa sentire un protagonista della storia di Francia, a suo modo dalla parte della giustizia, sia quella applicata al canto della Marsigliese, decapitando il re, sia quella della «grandeur», che mandava a morte terroristi e rivoluzionari algerini, attività in cui si sono distinti, con mezzi diversi, dalla repressione armata alla tortura, anche generali, prefetti, uomini politici, come i più famosi Maurice Papon e Jean-Marie Le Pen (anche se quest'ultimo ha sempre smentito). «Ho voluto spiegare la mia funzione, oggi sono contro la pena di morte. Sono un autodidatta, ma ho letto Beccaria. Meglio l'ergastolo, per quanto non riesca a capire come certi mostri in circolazione possano meritare di vivere». Ridotta a banalità da macelleria, con i dettagli di lame affilate e ingranaggi oliati con cura, la «funzione», come la chiama Meyssonnier, diventa un mestiere come un altro, dignitoso e tanto più rispettabile perché noioso e ripetitivo: «Siamo considerati una specie maledetta e forse per questo il lavoro è stato tramandato di padre in figlio. Le autorità ci affidavano il compito sulla base della fiducia. Mio padre mi fece assistere alle esecuzioni e poi mi arruolò. All'inizio ero quello che teneva il braccio del condannato fino al patibolo. Poi divenni il primo aiutante, quello che in gergo si chiama il "fotografo", perché sistema la testa nella lunetta, e poi divenni il capo. Le autorità ci proteggevano, si poteva circolare armati, eravamo dei privilegiati e in una guerra non è cosa da poco». Nella casa in Provenza, il boia di Algeri tiene un pappagallo, addestrato a cantare la Marsigliese e un ritornello macabro che fa rima con Meyssonnier e la «tête tranchée». La «funzione» del pappagallo, come quella del boia, è ripetere. Che differenza c'è? Massimo Nava
FRANCE/ALGERIA: M Guillotine executes a profit in kill and tell WHEN Fernand Meyssonnier, a stocky 72-year-old in a green check shirt, wants to demonstrate what he did for a living, he escorts visitors to the back of a souvenir shop in the picturesque village of Fontaine de Vaucluse, near Avignon, in southern France. There, tucked away behind the ceramics and Provençal spices, is a functioning guillotine. He lovingly caresses the dark wooden beams enclosing the triangular blade dating from the turn of the century. "It is the quickest and most humane death," he said, nonchalantly. "3 seconds and that's it." Nobody is better qualified than Meyssonnier to explain the grim mechanics of this eye-catching memento: as an executioner he helped to decapitate more than 200 prisoners in the former French colony of Algeria and his memoirs, published this week, are not for the faint-hearted . "My job was often to hold the head just as the blade was coming down," he explained. "The blade falls, tchak, and the head stayed in my hands. Holding a head at the moment of death makes quite an impression." He retains the same fascination for the subject that he felt when he attended his 1st execution at the age of 16: "I remember uttering a little cry, Ahhh! When the blade drops, there is a jet of blood that spurts about 3 metres, about the same amount as 2 glassfuls." Meyssonnier became an apprentice to his father, chief executioner in Algeria, and helped to assemble the guillotine at various jails for executions, mainly of Muslims subject to French law. He tied up prisoners with fishing line, escorted them to the guillotine and hosed it down afterwards. His main task was pulling the prisoners head towards him so that it would be cleanly severed. "It was quite dangerous, actually," he said. "If you put your fingers too close to the blade you would lose them. If you put them too close the other way, you could be bitten." It was also messy work. After one bad drenching, Meyssonnier took to wearing a cap. "I can still remember the smell of human blood," he said. In 1957 he became his father's assistant. It was a busy period: the Algerian war of independence was hotting up and hundreds of suspected rebels were awaiting their fate on death row. "In one month alone we executed 20 prisoners," said Meyssonnier. "One day we executed 5 in a row. "They tried to be respectful of the condemned. Prisoners would be offered a last cigarette. Some were courageous," said Meyssonnier. "Others howled like dogs." Meyssonnier Sr would cut the shirt to expose the shoulders before leading a man up to the guillotine. "My father would sometimes say, 'Mind the step.' It was his way of distracting them. They would look down and not see the blade." The prisoner was pushed onto the bascule, a rocking wooden plank on which he was lowered into position. Meyssonnier Jr would lower the lunette, a wooden bar with a semicircular indentation, over the neck, before grabbing the head and signalling to his father go, at which point the blade would drop. "The body would be pushed into a large basket, to be joined by the head. It was quick," said Meyssonnier. From the bascule to the drop of the blade just a few seconds. He talks of the terror of the men who he executed, especially those who had to wait their turn, a fate often reserved for prisoners the men disliked. "They would be seated just 10 metres away," Meyssonnier recalled. "Although they could not see the guillotine, they could hear the screams. And the sound of the blade dropping, silencing the screams." On one occasion a prisoner managed to wriggle off the bascule, landing in the basket which contained the bodies of two companions. The howling man was lifted back onto the plank and quickly dispatched. When the triumph of the independence movement put paid to the executions, Meyssonnier spent 30 years in Tahiti before settling in France. Although long retired, he keeps the scale model of a guillotine that he made at 14 as a birthday present for his father, as well as a pair of spectacles that he removed from the face of Fernand Yveton, a militant communist, before executing him in 1957. The punishment and justice museum that he set up at his home in 1992, in which the Algerian guillotine was the chief attraction, failed to attract interest and he is subletting the space to a shop. Now suffering from liver cancer, it is Meyssonnier's turn to confront mortality. Although he has come to oppose the death penalty and describes as monstrous the American system of keeping prisoners on death row for years, he expresses few regrets about his career. "The people he killed were all guilty," he insisted: "That is what I have tried to remember." ********************* 'Crack, and the head was in my hands' Fontaine de Vaucluse: The last surviving executioner in France, Fernand Meyssonnier, recalls in vivid detail the 1st time he saw the guillotine in action: "I was 16, and my father asked me if I wanted to watch. The guy came out flanked by 2 guards. They pushed him on to the plank. I saw the head go between the 2 uprights, and then in a tenth of a second it was off." Now aged 72 and living in this Provençal village, M Meyssonnier is speaking for the 1st time in public of the 21 years in which he served as the State's avenging arm in French Algeria. His father was chief executioner and in 1947 he inducted his son as an apprentice. By 1958 Fernand had taken part in more than 200 executions. Normally he was 1st assistant, which involved tugging the convicts head through the wooden hole, the half-lens, and holding it as the blade came down. "You must never give the guy the time to think," he says, "because if you do he starts moving his head around and that's when you have the mess-ups. So Id say: 'Go, father!' And, crack! The head is in my hands, and I put it in the bucket." He now has cancer of the liver. A biography, Words of an Executioner, comes out this week. The aim, he says, is to end this image of the bloody executioner. I was the arm of justice: that's it." Le bourreau d'Alger Chez les Meyssonnier, on guillotinait de père en fils : 340 exécutions, à peu près, en trente ans. Retraité dans le Vaucluse, Fernand, le fils, se souvient. De Fernand Yveton, militant communiste, guillotiné à l'aube du 11 février 1957, à Alger, il ne se rappelle rien, ou presque. Après avoir refusé l'entrevue avec un prêtre, Yveton le libre-penseur avait été conduit à l'échafaud. Il était "très pâle" et il "respirait mal", mais il est mort "courageusement". Parole de bourreau. "Qu'il s'appelle Fernand comme moi, ça m'a fait drôle", rumine Fernand Meyssonnier, qui remplissait ce matin-là les fonctions d'exécuteur adjoint. L'exécuteur en chef, celui qui fait tomber la lame, était son propre père, Maurice Meyssonnier. "A lui aussi, ça lui a fait quelque chose", assure le fils. Les deux hommes étaient pourtant rodés. Meyssonnier senior, pied-noir de la deuxième génération, ex-militant du Parti communiste français et patron de café à Alger, avait été initié dès 1928 au maniement de la"veuve". Soit, en trente ans de "bécane", plus de 340 guillotinés à son actif - "144 terroristes et 200 droit commun", selon ses propres termes. Pour sa part, Meyssonnier junior, adjoint bénévole à partir de 1948, a exécuté en vingt ans quelque 200 personnes - la plupart durant la guerre d'Algérie. Ce qu'il résume à sa façon : "Pendant le FLN, c'était à la chaîne." Normal, dans ces conditions, qu'on ne se souvienne pas de tout le monde... "Si de Gaulle n'avait pas fait la paix des braves [en 1958, année où les exécutions capitales ont cessé en Algérie], on aurait dépassé Sanson", soupire l'ancien guillotineur, qui évoque le bourreau de Louis XVI comme on le ferait d'un vieux cousin. En cette fin septembre, à Fontaine-de-Vaucluse, le perroquet Michel pousse mollement la chansonnette. Il siffle L'Internationale, puis, machinal, entonne La Marseillaise. Il imite à merveille la voix de son maître, Fernand Meyssonnier, avec ces "pfft" et ces "tchh"de lassitude, accrochés aux phrases à l'accent traînant. "Tout condamné à mort doit avoir la tête tranchée. Vive Meyssonnier !", récite le volatile. Son vieux bourreau de propriétaire a, lui, la tête solidement arrimée. Une tête de clown triste, mélange de Fernandel et de Charles Pasqua. Le perroquet Michel sait aussi crier "Vive Papon, à bas les cons !", indique le vieil homme. Aujourd'hui âgé de 72 ans, installé dans le midi de la France après une longue escale à Tahiti, Fernand Meyssonnier aime à se présenter comme un "anarchiste de droite" et précise, sans se faire prier, avoir voté "dans le passé" pour Jean-Marie Le Pen, président du Front national et ancien de la guerre d'Algérie. Il a aussi voté "à gauche", ajoute-t-il. Mais tout ça, au fond, ne l'intéresse pas. La seule chose qui l'anime, qui l'enflamme, c'est de parler de la guillotine. C'est sa spécialité. Et de l'Algérie de sa jeunesse, une Algérie française, pleine de soleil et de cruautés, où il n'y avait pas de guerre. Juste des "événements". Le café-restaurant de son père, le café Laperlier, fut son haut lieu d'apprentissage, la vraie école du jeune Fernand. Les députés communistes venaient y banqueter. On y trinquait aussi avec les huiles de la police. Le père Meyssonnier était le roi de la farce. Il se moquait des Juifs et des Arabes, avec l'humour épais de l'époque, façon Almanach Vermot. Dans les coulisses de ce théâtre, le petit Fernand suivait les va-et-vient de l'"équipe", celle des exécuteurs, où officiait son père, ce club fermé, discret, 100 % masculin, s'éclipsant en camion puis, plus tard, en avion, pour transporter les "bois de justice" (les pièces de la guillotine) jusqu'à Oran ou Constantine, parfois jusqu'à Tunis. On disait "faire un déplacement". Initié par son père, à qui il offre, à l'âge de 14 ans, une maquette de guillotine, Fernand Meyssonnier assiste en juillet 1947, alors qu'il a 16 ans, à sa première exécution. Comme un dépucelage macabre : "Lorsque la lame est tombée, je me rappelle avoir poussé un petit cri : Ahhh ! Oui, quand il a basculé, de le voir basculer... quand j'ai vu que sa tête était entre les deux montants et que ça allait être la dernière seconde... (...) Et puis alors, le sang ! Parce que, dès qu'on le bascule, deux secondes après, la lame tombe, et il y a un jet de sang qui file sur le côté, qu'est rapide, comme deux verres qu'on jette à trois mètres", raconte-t-il dans ses Mémoires, Paroles de bourreau (éditions Imago), à paraître le 25 septembre. "La peine de mort, la guillotine, il est tombé dedans quand il était petit", commente Jean-Michel Bessette, professeur de sociologie à l'université de Besançon, qui a mis en forme le témoignage - premier du genre - de l'ex-bourreau d'Alger. Dans ce livre, une photo montre l'"équipe" en train de casse-croûter à l'intérieur du fameux camion. Le pain et les gamelles sont posés sur la corbeille (vide) qui sert à recueillir les cadavres des exécutés. "Repas froid à trois heures du matin", a noté Maurice Meyssonnier. Pique-nique avec la mort, en habitués. Le cliché doit dater de la fin des années 1950. Cette nuit-là, sur la route de Tunis, "il faisait un froid de canard", rapporte simplement Fernand Meyssonnier. "Après l'exécution, on rentrait chez nous, comme un entrepreneur après son travail. Ou comme un chirurgien qui vient de faire une opération, ni plus ni moins", dit-il encore. Etrange "opération" que celle qui consiste à infliger la mort à l'un de ses semblables. Froidement, avec méthode, en chemise blanche et cravate noire. "Quand on fait tomber la lame, c'est comme un film à toute vitesse. En deux secondes, tout est fini. Ça donne un sentiment de puissance." Peu importe, à cet instant-là, de savoir qui est le condamné. Peu importent sa vie, son nom, la couleur de ses yeux. Au contraire. "Le type qu'on guillotine, il ne faut pas penser à lui, il faut se concentrer sur la technique." En parlant, Fernand Meyssonnier s'est levé. Tout son corps se met à bouger. "Pendant l'exécution, je suis un autre homme : je pense aux victimes, à ce qu'elles ont subi, je suis le bras vengeur."Dans son salon, entre les fauteuils et la table de billard, il mime l'exécution. Ses gestes sont précis. La fonction de "photographe" (placé au pied de la guillotine, il doit saisir la tête du condamné qui passe par "l'objectif" et la poser, une fois coupée, dans la bassine prévue à cet effet) est une fonction "délicate" et "dangereuse". On a la mort au bout des doigts. "Dès que la lame tombe, pfffch... la tête me reste entre les mains ! Tenir une tête entre ses mains après la chute de la lame, c'est quelque chose de très impressionnant qu'on ne peut pas vraiment expliquer", assure Fernand Meyssonnier. Est-ce par perversité ou parce qu'il est blindé qu'il décrit avec un tel luxe de détails les bruits de la guillotine, l'odeur du sang humain, la fureur d'un condamné qui hurle et se rebelle, ou, chez cet autre, "là, l'effroi dans le regard" avant l'affreuse bascule ? La mort, cette mort-là, si froide et si rapide, Fernand Meyssonnier en est imprégné. Comme la France de l'époque en était imprégnée. Bien qu'aient figuré, parmi les condamnés, des "assassins de grande valeur", selon le mot d'André Berger, bourreau également connu sur la place d'Alger, "aucun de ceux qu'on a guillotinés n'était un innocent", martèle Fernand Meyssonnier. Lui et ses collègues ont-ils fait autre chose qu'obéir aux ordres donnés par la justice - et, durant la guerre, par l'armée ? N'avait-on pas décoré, dans les années 1950, de la "médaille de vermeil du travail" le prédécesseur et "parrain" des Meyssonnier, Henri Roch, pour ses bons et loyaux services en tant qu'"exécuteur des sentences criminelles" - terme officiel désignant le bourreau ? "Fernand Meyssonnier a le sens et le goût de l'histoire. Il se rend compte qu'il s'est trouvé dans une situation historique très particulière", souligne Jean-Michel Bessette. "S'il fait un tel récit, c'est par souci de témoigner de la manière la plus complète de cette période, qui fait partie de l'histoire de la France." A Fontaine-de-Vaucluse, dans un coin du salon, une grande pièce lumineuse, prolongée d'une terrasse surplombant la rivière et les toits du village, Fernand Meyssonnier a installé sa guillotine miniature - celle offerte à son père, aujourd'hui décédé. Dans le petit panier d'osier posé au pied de la machine, il a mis une paire de lunettes. Non, pas les siennes, mais celles d'un Algérien décapité pendant la guerre. Sur le coup, il a du mal à se rappeler son nom. "C'est celui qui préparait les bombes, vous savez ? On l'avait surnommé le chimiste. C'est moi qui lui ai retiré ses lunettes. Je les ai gardées en souvenir", explique l'ancien bourreau. La famille d'Abderrahmane Taleb, combattant du FLN guillotiné le 24 avril 1958, à Alger, n'en a sans doute jamais rien su. Ce n'est pas la seule relique que Fernand Meyssonnier ait gardée près de lui. Le salon, à lui seul, est un bizarre capharnaüm : outre la mini-guillotine paternelle, on peut y admirer des tableaux de vahinés et des colliers de coquillages rapportés de Tahiti, une carte d'Alger de 1961, ornant la table basse, la photo d'un bagnard anonyme et, sur un bout de table, le moulage en bronze de la tête et des mains de Fernand Meyssonnier lui-même. "Je veux qu'on y mette mes cendres", commente le vieil homme, en tapotant d'un doigt distrait le dessus de son crâne en bronze. Sur la cheminée, cachées derrière un bouquet de fleurs séchées, reposent les cendres de ses parents. AU rez-de-chaussée de la maison, à l'endroit où l'ancien guillotineur d'Alger avait ouvert, en 1992, un éphémère Musée de la justice et des châtiments, des choses plus étonnantes encore dorment sous la poussière : des instruments de torture datant du Moyen Age, une copie de guillotine grandeur nature, mais aussi, derrière une glace sans tain, la tête d'un décapité baignant dans le formol - "il a dû être exécuté à Paris, en 1901 ou 1902" - et, au fond d'un carton, le cadavre desséché, pareil à une momie, d'un inconnu de sexe masculin que Fernand Meyssonnier croit avoir acheté "il y a plusieurs années, lors d'une vente aux enchères à Drouot". S'il n'a guère la mémoire des dates, l'auteur de Paroles de bourreau a un sens aigu de la relativité des sentiments humains. "Ce qui se faisait avant en matière de torture, on ne le supporterait plus aujourd'hui : arracher les membres, brûler les pieds, tous ces trucs-là, ce n'est plus possible. A l'époque, les gens se ruaient pour voir : les exécutions publiques, c'était la corrida ! On est devenu beaucoup plus sensible. La pitié, finalement, c'est récent." En 1981, quand la peine de mort a été abolie en France, à l'initiative de Robert Badinter, l'ancien bourreau d'Alger s'est rangé à l'avis général - "puisque, de toute façon, on ne peut pas revenir en arrière !". Sans renier son passé ni jeter la "veuve" aux orties. "Nous, avec la guillotine, on a donné la mort le plus vite possible, sans faire souffrir", dit-il, une pointe de fierté dans la voix. A entendre Fernand Meyssonnier, son métier d'exécuteur n'a jamais été un plaisir. "La vocation, c'est de la foutaise !", insiste-t-il, en évoquant les nombreux privilèges que cette fonction macabre apportait. Outre l'octroi d'un coupe-file, permettant de circuler malgré le couvre-feu, les membres de l'"équipe" disposaient d'un port d'arme ; surtout, ils jouissaient de la bienveillance des forces de l'ordre et, plus généralement, des autorités coloniales. Une aubaine, en ces temps de guerre. Payés au mois, quel que soit le nombre des exécutions, les employés de la guillotine ont même, "événements" obligent, bénéficié en Algérie d'une "prime de risque" et d'une "prime de tête"... Dans Paroles de bourreau, Fernand Meyssonnier raconte à loisir cette dolce vita algérienne, sur fond de petits trafics et de combines. L'indépendance de l'Algérie, en 1962, sonne la fin de la guerre et de la prospérité des Meyssonnier. Dans ce qui reste de son musée, l'ancien bourreau d'Alger pense à la mort. A celle de son père, emporté par un cancer de la gorge, en 1963, à Nice. A la sienne aussi : atteint d'un cancer du foie, Fernand Meyssonnier ne se fait pas d'illusions. "Quelqu'un comme moi, qui a exécuté 200 bonshommes, il ne peut pas se permettre d'avoir peur, hein !", lâche-t-il, le sourire triste. Il pense aussi à la mort de certains condamnés. Il y en a trois, pas plus, à propos desquels il se dit "troublé" : Fernand Yveton, le communiste, Abderrahmane Taleb, le "chimiste", et Madeleine Mouton - l'une des seules femmes guillotinées, exécutée en 1948, à Sidi-Bel-Abbès. "Ces trois-là, j'ai presque un peu de regret. Si j'avais pu, je les aurais sauvés. Attention, c'était vraiment des criminels, hein ! Mais, va savoir pourquoi, j'aurais préféré qu'ils meurent d'un arrêt cardiaque." Parole de Fernand. Catherine Simon |
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