Comunità di Sant'Egidio - Napoli 2007 - Per un mondo senza violenza - Religioni e Culture in dialogo Comunità di Sant'Egidio - Napoli 2007 - Per un mondo senza violenza - Religioni e Culture in dialogo
 

Copyright © 2007
Comunità di Sant'Egidio

22/10/2007 - 17:30 - Benevento - Villa dei Papi
PANEL 22 - Religioni in Dialogo

Tritan Shehu
Università "Zoja e Këshillit të mirë, Albania

IL CARATTERE PARTICOLARE DEL DIALOGO RELIGIOSO IN ALBANIA E LE RADICI DELLA SUA ESISTENZA

L’Albania è uno dei pochi paesi nella regione balcanica, e forse anche in una zona più ampia, in cui l’utilizzo del vocabolario monoteista, sia musulmano, che ortodosso o cattolico, non presenta nessuna difficoltà anche quando gli interlocutori sono di religione diversa: un musulmano può utilizzare la parola “Dio” frequentemente, come un cattolico può adoperare l’espressione idiomatica “Allah Allah” senza malintesi.

Se percorrerete le vie di Tirana potrete sentire il canto del muezzin dal minareto di Ethem Bej ed i suoni della campana della nuova cattedrale di San Paolo. Per le persone provenienti da Paesi con una determinata maggioranza religiosa un tale intreccio di suoni così simbolici ed non riconducibili l’uno all’altro potrebbe sembrare una follia, quasi una bestemmia. Per di più tale fenomeno sembra sorprendente nel mondo del dopo 11 settembre quando le fondamenta della razionalità nel dialogo interreligioso hanno subito una forte scossa, accendendo nei dibattiti tra Est e Ovest, tra islam e cristianesimo, di più la passione che la ragione.

Ma per gli albanesi che camminano per le strade di Tirana l’intreccio dei simboli non genera alcuno scontro tra le persone che interpretano detti simboli o che li accettano così come sono.

Uno dei tanti esempi della particolarità albanese è la proclamazione dei giorni delle festività religiose, siano esse musulmane, cristiane oppure feste nazionali. I credenti cristiani condividono con il credente musulmano la loro gioia per il giorno di Natale o di Pasqua, in quanto l’intero Paese viene coinvolto in un’atmosfera di festa nazionale. La stessa cosa accade nel giorno del Kurban Bajram. Anche i cristiani lo festeggiano, poiché la festività si sente nelle strade e per tutti è un giorno di festa.

Strano ma vero. Il popolo albanese è caratterizzato da una così profonda tolleranza religiosa tale da essere ammirata da molte altre nazioni.

Senza dubbio un simile fenomeno, riscontrato compiutamente nei giorni della crescita della nuova democrazia albanese, non è sorto in modo piano; nel corso della storia esso ha avuto momenti di “turbolenze” anche se non si è mai trattato di vere e proprie “tempeste”. In ogni modo, nessuno potrà mai avere la certezza che nella nostra società globale tanto complicata tale situazione continuerà a persistere conservando le stesse forme di tolleranza, se non ne verrà compresa chiaramente l’essenza e se non sarà percorsa velocemente la strada che rafforza pienamente questo nostro pacifico Paese.

In Albania sono presenti tre rilevanti comunità religiose: la comunità musulmana, quella ortodossa e quella cattolica. Della comunità musulmana fa parte anche quella bektashi, molto importante sia dal punto di vista del numero dei credenti, sia dal punto di vista sociale.

Oggi il numero dei credenti che aderisce a tutte comunità è molto incerto, quasi non misurabile in termini di statistica. In alcune indagini svolte 60 anni fa si affermava che il 60% degli albanesi erano musulmani, il 20% ortodossi e il 20% cattolici. A causa delle condizioni in cui fino ad oggi è vissuta l’Albania e a causa della sua attuale popolazione di circa 3,8 milioni di abitanti, tali cifre devono essere considerate con riserva. In primo luogo, nessuna di queste fa riferimento al numero dei rispettivi praticanti, per la ragione che al paese per più di 50 anni è stato imposto un laicismo assoluto. In secondo luogo, il riferimento religioso di appartenenza basato sui nomi di persona non è esatto. Quando ad esempio si vuole calcolare il numero dei musulmani, la cifra si basa solitamente sui nomi e sui cognomi dimenticando però che in molti casi il nome può essere cristiano, ortodosso o semplicemente laico (come, ad esempio, nel caso di quei nomi diffusi durante il comunismo), mentre il cognome può essere di origine musulmana, oppure il contrario.

Non dimentichiamo che in Albania i matrimoni tra persone di religione diversa erano e sono più che normali e la generazione nata durante e dopo il comunismo non può essere etichettata, ad esempio, come musulmana solo a partire dal cognome ereditato della famiglia. La realtà quindi non è statica. Ad esempio, la popolazione ortodossa durante gli ultimi anni è aumentata di numero. Questo è dovuto anche all’emigrazione verso la Grecia di circa 500.000 persone: in questo paese non pochi albanesi hanno cambiato i loro nomi e la loro religione, convertendosi dall’islam -o addirittura dall’ateismo all’ortodossia. Ciò è accaduto per vari motivi. Per quanto riguarda la religione cattolica si nota che anche in questo caso è in aumento il numero dei fedeli. Le ragioni sono da rintracciarsi nell’eredità familiare ma anche nella tendenza di molti, specialmente intellettuali, di orientarsi verso la cultura occidentale identificata con il cattolicesimo. Oggi più di 400 mila emigranti lavorano in paesi cattolici e migliaia di giovani studiano nelle università di questi paesi, principalmente in Italia, avendo una parte di questi accolto come propria la religione cattolica.

Non voglio soffermarmi oltre su questo punto, eccessivamente complicato. Ci vorrebbero intere indagini statistiche per risolverlo e questo non è né scopo né competenza del mio intervento. Tutto quanto detto finora vuole solo mettere in evidenza il dubbio che si presenta nel momento in cui vengono diffuse cifre legate al reciproco rapporto tra le religioni presenti in Albania. Comunque sia e indipendentemente dalle cifre, vorrei sottolineare che l’aspirazione di forse più del 98% degli albanesi è l’Europa, l’Occidente. La nostra fondamentale ambizione è quella di aderire all’UE ed alla NATO. L’Albania è forse l’unico paese al mondo in cui la partecipazione attiva nella lotta contro il terrorismo, il radicalismo, il fondamentalismo, viene considerata come un obbligo per quasi da tutti i suoi abitanti, come pure essa è il paese in cui il presidente Bush può passeggiare per le strade non solo tranquillo, ma perfino acclamato. I nostri soldati sono in Afghanistan, Irak e Bosnia e ciò è visto con simpatia. Tale è la realtà albanese e ciò dimostra che, al di là dei rapporti numerici, la convivenza ed il dialogo religioso sono fatti innegabili.

In che modo si è giunti a questo?

Una tesi potrebbe essere quella secondo la quale la prima religione alla quale gli albanesi aderirono coscientemente fu il cristianesimo. I difensori di questa tesi sostengono che la religione cristiana in Albania è la più autoctona, essendo essa apostolica, vale a dire giunta grazie alla parola degli apostoli tra gli antichi Illiri. L’apostolo Paolo intorno all’anno 57 scriveva: “Così da Gerusalemme e nei dintorni, fino all’Illiria, ho annunciato la resurrezione di Cristo, cercando di evangelizzare lì dove non era conosciuto il nome di Cristo”. Il messaggio cristiano ha percorso la via Egnatia. Alcuni studiosi fanno riferimento al fatto che Girolamo, proveniente dalla Illiria, sia stato il primo traduttore della Bibbia nella lingua latina e che Costantino I abbia fatto del cristianesimo la religione ufficiale dell’Illiria sin dal IV secolo. Detti studiosi riconoscono il nostro eroe nazionale Gjergj Kastrioti come “l’Atleta di Cristo” ed il protettore del cristianesimo dagli ottomani, ritenendo così questa religione per gli albanesi un importante fattore progressista, patriottico e filo- occidentale.

Vorrei, inoltre, sottolineare che alcune personalità della Chiesa cattolica come Pal Engjelli, Gjon Buzuku, Pjeter Budi, Gjergj Fishta, o alcune della Chiesa ortodossa come Papa Kristo Negovani e Fan Noli, posero in atto una profonda evoluzione culturale e morale nel corso degli anni. Essi furono tra i pionieri della scrittura della lingua albanese in lettere latine, anche per fare in modo che questa fosse adattata ai riti religiosi cristiani, ma essi devono essere pure considerati tra i principali autori della letteratura nazionale. Non dimentichiamo, infine, che l’Albania è il paese della grande illuminista, la beata Madre Teresa.

Molti studiosi hanno ritenuto che l’adesione alla religione musulmana sia stata imposta oppure obbligata, poiché gli albanesi non aderirono ad essa liberamente. Infatti, non sono stati rari i casi in cui essi siano stati forzati alla conversione: a questo riguardo, possiamo menzionare l’imposta del sangue (ogni cristiano che non accettava di aderire alla religione dell’occupatore turco doveva consegnare all’esercito ottomano un figlio maschio della sua famiglia, il quale non sarebbe mai più tornato presso di essa una volta arruolato tra i famosi giannizzeri), o altre leggi, a volte allettanti per i vantaggi che offrivano, che incoraggiavano il cambiamento della religione.

Sempre a parere degli studiosi, occorsero più di cinque secoli di occupazione per far sì che avesse luogo la conversione degli albanesi, fatto avvenuto principalmente nelle zone dell’Albania centrale. Al contrario, le zone montagnose del nord e del sud quasi non conobbero il fenomeno, dato che i turchi non riuscirono mai a controllarle pienamente.

Non sono pochi i ricercatori albanesi che affermano che la legge islamica non entrò mai a far parte della norma giuridica tradizionale albanese e che essa non venne applicata neanche dalla popolazione convertita.

Vale la pena ricordare qui i Bektashi, una setta molto diffusa tra i musulmani albanesi. Molto tolleranti, essi credono nell’uguaglianza tra l’uomo e la donna, praticano un moderato uso dell’alcool e si oppongono all’uso del velo tra le donne. Il Centro Mondiale dei Bektashi si trova in Albania ed esso è divenuto un elemento propagatore dell’islam più tollerante dando vita ad una vicinanza tra islam, cristianesimo e occidente. Naim e Sami Frasheri, padri del Rinascimento albanese, erano bektashi.

Quest’ultimi, insieme ai padri della chiesa albanese, hanno lasciato molti documenti sulla cultura e le lettere del nostro popolo, a differenza della cultura sunnita rappresentata da un piccolo numero di letterati, i cosiddetti autori di “bejte” (poesie popolari), che molto poco influenzarono la cultura nazionale.

Ancora gli esperti ritengono che il terrore comunista fu portato con maggiore aggressività nei confronti dei sacerdoti cattolici. Durante gli anni in cui vennero chiusi i luoghi di culto coloro che furono perseguitati più ferocemente furono proprio i sacerdoti cattolici, condannati alla fucilazione, al carcere, all’esilio, all’umiliazione, alla negazione. E ciò per il solo fatto che, uomini di cultura organizzati ed assetati di patriottismo e spirito di libertà, costituivano un reale pericolo per il regime.

Un altro gruppo di studiosi ritiene che l’Albania sia stata sempre un ponte di collegamento tra Oriente ed Occidente, attraversata nel corso dei secoli da molti occupatori. In verità, l’Albania si è trovata alla periferia di tre imperi: romano, bizantino e ottomano. Fan Noli e Faik Konica hanno affermato che gli albanesi appartenevano alla chiesa cattolica ed erano gli unici cattolici all’interno dell’Impero Bizantino. Pertanto, l’Albania era il paese che univa l’Oriente e l’Occidente senza dividerli. Uno di essi ha detto che nella testa di ogni albanese è rappresentata una linea di Teodosio (l’imperatore bizantino), l’oriente e l’occidente insieme. Così doveva essere un paese attraversato da perenni tensioni ma anche un paese dal quale nascono ancora le tragedie e le ballate omeriche, le leggende che provano a spiegare sé stesse tramite l’inspiegabile e il simbolismo, come sostiene uno dei nostri più noti scrittori, Ismail Kadare.

Nonostante le tante contraddizioni e quest’insieme di realtà, in generale la religione è stata per gli albanesi un forte alleato non solo dell’amore verso la Patria ma, nel maggior parte dei casi, anche una spinta verso l’occidente. Essa non è mai rimasta chiusa in sé stessa per legittimare l’una o l’altra dottrina ma ha avuto un valore pragmatico valutabile quantitativamente che ha permesso la sopravvivenza della nazione albanese nei secoli, indipendentemente dalle aggressioni volte a ridurre il nostro territorio, e ha salvaguardato la nostra identità europea.

Il cattolicesimo, ad esempio, ha aiutato la nostra sopravvivenza durante l’antichità romana, la religione ortodossa durante quella bizantina e l’islam ha fatto la sua parte quando l’Albania dovette far fronte alle aggressioni che avevano l’obbiettivo di assimilarla. Inoltre, com’è accaduto frequentemente, tutte e tre le fedi si sono unite per far rinascere l’Albania nel 1912, staccandola dall’impero ottomano per renderla indipendente. E l’indipendenza avrebbe comportato in modo inevitabile il distacco dall’oriente ed l’avvicinamento al nostro ambiente naturale, l’Europa. Le più eminenti personalità dell’epoca, appartenenti ad ogni fede religiosa, erano coscienti di un simile cambiamento, per noi tanto essenziale quanto vitale. Lo stesso scenario si ripeté nel 1990, anno della caduta del regime comunista, quando la rinascita della democrazia e delle aspirazioni europee si accompagnarono con la rinascita della religione.

Forse in questa formula, che unisce la religione ed il patriottismo con l’appartenenza europea del nostro paese, c’è la genesi del dialogo e della convivenza religiosa. Ma non finisce qua. Da noi le religioni convivono insieme anche per difendere qualcosa di sacro che esiste all’interno della famiglia albanese, vale a dire, la lingua e i costumi di questa stessa famiglia.

In tal senso, forse a causa dell’istinto di sopravvivenza, gli albanesi si sono identificati in modo significativo nella frase di Papa Giovanni Paolo II: “Il desiderio di conoscere è una caratteristica che accomuna tutti gli uomini. Grazie all'intelligenza è data a tutti, sia credenti che non credenti, la possibilità di « attingere alle acque profonde » della conoscenza… una profonda e inscindibile unità tra la conoscenza della ragione e quella della fede”. Ma ciò può, o meglio, deve essere a servizio del fatto che "L'uomo non è fatto per vivere solo. Egli nasce e cresce in una famiglia, per inserirsi più tardi con il suo lavoro nella società. Fin dalla nascita, quindi, si trova immerso in varie tradizioni, dalle quali riceve non soltanto il linguaggio e la formazione culturale, ma anche molteplici verità a cui, quasi istintivamente, crede. La crescita e la maturazione personale, comunque, implicano che queste stesse verità possano essere messe in dubbio e vagliate attraverso la peculiare attività critica del pensiero."

Gli albanesi cercano di raggiungere tale processo di autodeterminazione tramite la non chiusura all’interno dell’omogeneità dell’essere o nell’uno o nell’altro modo, solamente ed essenzialmente, ma al contrario con l’essere aperti verso la diversità per accettarla e per avere con essa rapporti di dare ed avere. In tale tentativo gli albanesi mettono in pratica, pur senza conoscerne l’esistenza, ciò che è stato affermato nel Concilio Vaticano Secondo:

“La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini”.

Non solo ciò, ma gli albanesi sono l’unico popolo nel mondo ad aver vissuto la sanzione costituzionale che aveva a che fare con la negazione dell’esercizio del culto. Dal 1967 essi sono vissuti alla stregua di atei, un soprappiù che gli altri paesi non hanno conosciuto e che aggiunge un pregiato aspetto nel dibattito interreligioso.

In tal modo le relazioni interreligiose per gli albanesi non si riducono soltanto al dialogo tra le religioni monoteiste ma esse si svolgono altresì nel dialogo tra la fede e la non fede, tra il credente e l’ateo. Ciò rende ancora più basilare lo spirito di comprensione, poiché in tal modo viene stesa la mano anche al non credente il quale non sa che cos’è la religione, essendo nato e vissuto senza di essa ed in una condizione di ateismo, oppure perché coscientemente ha scelto di essere tale.

Quindi, essendo essenziale in Albania il dialogo religioso, la comprensione interreligiosa, deve essere fatto tutto il possibile perché essi siano conservati così come sono, a garanzia di una particolarità irriproducibile e di un’oasi di tranquillità al centro di una regione agitata quali sono i Balcani. E oggi, nel momento in cui i Balcani si stanno distanziando dai vecchi nazionalismi il mezzo più sicuro per conservare e per far crescere nel nostro paese questo incalcolabile valore è l’accelerazione di quell’irrefrenabile processo che, oltre al senso nazionale, è stato ed è a fondamento della nostra storica aspirazione, definita oggi con un vocabolo moderno: l’integrazione europea.

Bibliografia

Papa Giovanni Paolo II « Fides et Ratio »

Second Vatican Ecumenical Council, Declaration on the Relations of the Church with Non-Christian Religions.

Albanie – Profile Politique, Raport de la CE, 2006

Simposio sull’“Armonia e dialogo interreligioso” in Albania / Artan Fuga : Il destino del dialogo interreligioso – 2005

Religion and Nation in Albania – Roberto Morozzo della Rocca

Le credenze religiose in Albania – Genc Myftiu

La Dichiarazione Congiunta delle comunità religiose in Albania – 2005

Il dialogo interreligioso come imperativo del tempo – Nexhat Ibrahimi

L’indispensabilità del dialogo interreligioso e interculturale per la stabilità nei Balcani – Fetyllah Gyl

Noli Fan Quarta Opera 1980

Konica Faruk « La roccia dell’Europa Sud orientale »