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Viaggio attraverso l’Italia che accoglie. Corridoi umanitari e integrazione

30 Luglio 2018

corridoi umanitari

Prima tappa: Piemonte e Lombardia

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Dal febbraio 2016 ad oggi, 1621 persone sono arrivate in Italia dalla Siria, il Libano, l’Etiopia, con i corridoi umanitari. Insieme alla Comunità, li ha accolti una rete di famiglie, parrocchie, gruppi di volontari, in 94 città di 18 regioni. Come è oggi la loro vita?
Per saperlo, abbiamo seguito Daniela Pompei, Daniela Sironi, Valeria Gutterez, e altri amici della Comunità di Sant’Egidio, che stanno approfittando delle vacanze per un giro di visite.
E’ un viaggio attraverso un’Italia spesso sconosciuta, ma straordinariamente bella: l’Italia che non solo accoglie, ma integra e tira fuori il meglio da ognuno, chi ospita e chi è ospitato. Si parte dal nord: Piemonte e Lombardia.

Il nostro giro inizia a Rivalta di Torino, nella casa dove Alì e la sua famiglia - moglie e 9 figli – sono stati accolti un anno fa dai volontari di Operazione Colomba dell’Associazione papa Giovanni XXIII e dal Gruppo Abele, grazie anche al supporto dell'Unità Pastorale 9 di Torino e all'Associazione Accomazzi. E’ un giorno di festa e ci aspetta un grande pranzo “alla siriana”. Siamo in tanti attorno alla tavola imbandita con tutti i piatti tradizionali. La famiglia di Alì, fuggita da Aleppo sotto i bombardamenti, era stata a lungo nel campo profughi di Tell Abbas. Un anno fa, finalmente, grazie ai corridoi umanitari, l’arrivo in Italia. In pochi mesi è ricominciata la vita: lui lavora come giardiniere e si sta preparando per la patente di guida. I figli, che sono andati subito tutti a scuola, parlano già perfettamente italiano. Presto si trasferiranno in un nuovo appartamento perché, in un solo anno, grazie all’impegno dei volontari, la famiglia ha acquistato autonomia economica ed è in grado di sostenersi. 

Ci spostiamo a Fossano, dove la Caritas locale ospita due famiglie. “Non siamo professionisti dell’accoglienza, abbiamo ragionato con il cuore”, ci dicono. Un ragionamento che funziona bene: Elias è apprendista barbiere, la sorella Rana lavora in una ditta che cercava qualcuno che parlasse arabo e inglese – oltre all’italiano, che ha velocemente imparato in questo anno in Italia.  La mamma Madlen e la nonna Jenet sono ormai “colonne” della vita della parrocchia.  

Poco lontano, a Boves, un villaggio sotto il monte Rosa, una giovane coppia italiana ha costituito un’associazione, Sentieri di Pace, ed ospita Randa e Abdul Razzaq, siriani di Homs “in casa”. Si, perché hanno diviso in due la loro casa per ricavarne due appartamenti uno dei quali destinato ai profughi. Il sindaco, all’arrivo dei profughi, ha conferito loro una simbolica “cittadinanza” .

Ad Ivrea, è il signor G., piemontese doc, ad accompagnarci alla casa di Carabed, un cristiano armeno, arrivato lo scorso ottobre, con la moglie e la figlioletta di 4 anni Negtaria. “All’inizio non ero mica tanto contento che di fronte casa mia venissero ad abitare degli stranieri, sa? Ma ho cambiato idea, sono proprio delle brave persone, e gran lavoratori!”. Carabed ha appena trovato lavoro come tornitore artigiano (le fabbriche del Nord hanno bisogno di operai specializzati), ed è anche attivo nella parrocchia di San Grato al Borghetto, che ha curato l’accoglienza e l’integrazione di questa giovane famiglia, che aveva dovuto abbandonare la casa di Aleppo “Il lavoro è molto importante per me. Mi aiuta a superare il dolore e la depressione che i primi tempi era tanto forte nel pensare a tutto quello che avevamo perduto”.

Arriviamo a Saronno, nel Villaggio SOS, che di solito accoglie solo minori, ma ha deciso di “allargare” per prima volta la sua missione ed ha accolto una famiglia molto numerosa, 12 persone, tra cui un bambino malato di leucemia. H., in Italia ha potuto fare il trapianto del midollo all’ospedale Gaslini di Genova, ed ora è perfettamente guarito.

A Bergamo, ci fermiamo al “Villaggio Sposi” della Parrocchia di San Giuseppe. Il villaggio costruito dal parroco negli anni ‘70 per le coppie non trovavano alloggio, ospita la famiglia di Wassim,  che ha due bambini piccoli ed ha trovato lavoro in una ditta di pulizie delle fabbriche, un lavoro duro che pochi accettano, per la durezza dei compiti ma anche per gli orari. Ma per Wassim, è la felicità.

L’ultima tappa in Lombardia è Mantova. Qui ci sono due famiglie arrivate da pochi mesi. Ci accoglie Aldo, un volontario  che ci aggiorna sui permessi di soggiorno, sui corsi di italiano, il doposcuola delle bambine e la situazione degli adulti: “Dania ha una grande passione per i fiori. Ormai la cura dell’orto è passata completamente nelle sue mani con ottimi risultati. Khaled è stato confermato per altri tre mesi al lavoro di saldatore”.

La sua soddisfazione per i risultati raggiunti, la sua gioia nel seguire il rinascere di vite che sembravano spezzate, è quella che abbiamo visto in tutti gli amici incontrati in questi giorni, ed è anch’essa un frutto bello dei corridoi umanitari, che fanno bene a chi arriva e a chi accoglie e ci parlano di un paese in cui è bello vivere.

(1. continua)

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