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"Cerchiamo un Vangelo felice e un amore radicale". Il cardinale Matteo Zuppi celebra a Barcellona la liturgia per l'anniversario della Comunità

16 Giugno 2022 - BARCELLONA, SPAGNA

Sant'Egidio
SpagnaAnniversario

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Il cardinale Matteo Zuppi ha celebrato il 54° anniversario della Comunità di Sant'Egidio nella Basilica de Santa Maria del Mar a Barcellona: “Cerchiamo un Vangelo felice e un amore radicale, ispirato dallo Spirito che è gioia, aprendo gli occhi sul mondo e sui poveri. Il Signore doni alla comunità in tanto individualismo e solitudine di essere una casa accogliente, di amore per tutti, specialmente per i poveri. Casa di Dio.”

Nella splendida cornice della basilica di Santa Maria del Mar, il variegato "popolo" di Sant'Egidio di Barcellona si è raccolto il 14 giugno scorso per celebrare il 54mo anniversario della Comunità con una liturgia presieduta dal cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e amico di lunga data delle Comunità della Catalogna e della Spagna tutta, che ha accompagnato con affetto e amicizia fin dai primi passi.

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Omelia del Cardinale Matteo Zuppi in occasione della celebrazione del 54° anniversario della Comunità di Sant'Egidio a Barcellona:

La celebrazione dell’anniversario, il nostro compleanno comune, ci aiuta a misurare gli anni che passano e soprattutto semplicemente a ringraziare perché è un amore mio e nostro, nostro e di tutti, regalato per tutti.

L’amore di Dio non è mai esclusivo! Ringraziamo e lodiamo Dio per la sua scelta incredibile, davvero senza limiti di Colui che entra nel nostro limite, di rivestirsi della nostra debolezza per farci comprendere qual è la nostra vera forza e per non crederci onnipotenti, facendo finta non esista la fragilità, la sofferenza, la morte cancellandole o rendendole motivo di vergogna, quasi una colpa davanti alla vita confusa col benessere e non con l’amore, con l’avere e non con l’essere. Dio, che è vita vera perché amore pieno, libero e gratuito, lo contempliamo crocifisso, condannato, vittima. Amare Dio ci permette di capire cosa conta e cosa resta della nostra vita e siamo aiutati ad amare tutti i poveri cristi crocifissi insieme a lui. Li vediamo in questa tragica e terribile guerra, pezzo di una guerra che è mondiale ovunque perché siamo fratelli tutti e tutto ciò che è “genuinamente umano” trova eco nel nostro cuore”.

Gli uomini continuano a creare strumenti di morte per finire essi stessi crocifissi. Le armi che costruiamo feriscono sempre chi usa la spada, come ammonisce Gesù a Pietro! Anche per questo ringraziamo: per una casa che non si è mai abituata alla violenza, che cerca nella Babele del mondo di parlare la lingua di Dio, quella dei piccoli e degli umili, quella di Pentecoste, quella che tutti capiscono come familiare e che ci rende familiari con tutti. Ringraziamo perché ci ha spinto – sempre dolcemente ma con determinazione, con la forza della persuasione e di una vita più bella di quella del pensare a sé – a fermarci davanti all’uomo mezzo morto, a non rassegnarci, ad amarlo come prossimo e non come un utente, a sentirci a casa in Catalogna e ovunque nel mondo, a parlare catalano ma anche la lingua universale dello Spirito. Ringraziamo per una storia lunga, che per certi versi sembra sempre agli inizi, anche perché la vita si allunga vivendola, con le inevitabili ferite ma anche con la sapienza di contare i nostri giorni e misurare sempre il soffio che è. Abbiamo capito che chi vuole conservare la propria vita la perde, sia personalmente che come Chiesa. Oggi celebriamo questa festa consapevoli della grazia e con tanta comunione con gli amici e i fratelli che sono stati compagni di strada.

La vera sfida della Chiesa è quella di essere comunione, il contrario dell’idolatria dell’individualismo e della pandemia che isola e divide. Crescendo si diventa facilmente conservatori, credendo di custodire così il bene che abbiamo e che non vogliamo perdere. Ma è proprio conservare, vivere per sé stessi, possedere, che ci fa perdere! Gli anni passano e sentiamo la gioia di un orizzonte che ci attende, indicato da Gesù che manda i suoi fino ai confini della terra. Il vero orizzonte è la vita del cielo, che iniziamo a contemplare sulla terra.  Non smettiamo di essere inquieti, in ricerca, insoddisfatti non per noi ma perché c’è troppo dolore e troppe divisioni. Allo stesso tempo siamo capaci di accontentarci per quello che ci riguarda, di riconoscere le tante grazie ma desiderare e sognare il meglio per i poveri. L’orizzonte si lascia raggiungere e allo stesso tempo si apre davanti a noi. Anche alla fine ascolteremo il "seguimi" e risponderemo alla domanda di un innamorato: “Mi ami tu?”.

Ce lo ricordano anche i nostri fratelli che ci hanno preceduto. Stasera voglio ricordare Ramon, che tante domande e lacrime la sua morte così giovane provocò, ma anche suscitando la responsabilità di camminare anche per lui. Un pedagogista di Bologna, morto recentemente, diceva che per vivere bisogna avere uno sguardo bifocale: guardare al tempo stesso il punto in cui si è e l'orizzonte. Direi che la comunità ci ha aiutato a trovare il nostro io, senza metterlo al centro e senza relativizzare tutto ad esso! Abbiamo trovato il nostro io senza medicalizzarlo, senza uccidere il prossimo, senza passare il tempo a collezionare interpretazioni, proprio perché guardavamo l’orizzonte. E l’orizzonte è stato il bambino della scuola della pace, nel quale abbiamo visto il mondo tutto e anche l’uomo e la donna che verranno e che verrà se noi lo vogliamo e lo aiutiamo. L’orizzonte è anche quello di un anziano che ci insegna la vita vera, nella sua grandezza e debolezza. L’orizzonte è stato un profugo che cerca futuro e che chiede non solo accoglienza o qualche regola da osservare – ma è solo questo pensarsi assieme? -  ma di essere già oggi fratello di fratelli tutti, non un anonimo utente. Qualche volta pensiamo che basti lasciare a tutti i diritti individuali, ma dimentichiamo che è ipocrita garantirli senza aiutare a vivere e senza difendere e amare quelli collettivi, il diritto del prossimo ad essere amato, del fratello ad essere curato, del piccolo a crescere, del nudo al vestito, del carcerato e del malato alla visita, cioè ad avere qualcuno che si prende cura della loro sofferenza. Il problema non è cercare di spiegare tutto o di credere che se tutto è possibile capisco di più chi sono! Faccio solo più fatica anche perché l’io capisce chi è solo trovando il prossimo! Il problema è amare tutto, rispondendo sempre con l’umiltà dell’amore e del servizio, ascoltando e vivendo la Parola di Dio che ci fa capire e fare ogni cosa. La Chiesa non vive per sé stessa ma è solo una madre che serve i fratelli e le sorelle.

Oggi guardiamo con tanta preoccupazione il mondo ridotto ad ospedale da campo, pieno di sofferenze terribili, nascoste, poco consolate perché troppo individualismo regola la vita e dissipa l’amore. Ringraziamo per il carisma della comunità, che cresce con noi, che non è una geometria o un laboratorio o un distillato di consigli, ma è una storia umana che proprio perché solo dono cresce con noi sempre e solo grazia, tanto più grande della nostra miseria. In questo tempo di pandemia viviamo la gioia di essere suoi, di difendere i più deboli, di non lasciare indietro nessuno. Quanti Nabot vittime dell’arroganza di Acab e che non hanno chi li difenda. E la comunità non smette di aiutarci a vivere quell’amore disarmato che vince le armi, l’unico che salva l’occhio per continuare a vedere, che sconfigge la forza – inquietante – del male con l’amore possibile a tutti. Amiamo i nemici perché solo l’amore fa vedere nell’estraneo, nel pericolo, nella minaccia, nei confronti nostro fratello!  In un mondo di tanta inimicizia, che diventa violento come sempre avviene con l’egocentrismo individuale o di gruppo, se amiamo quelli che ci amano, i nostri o quelli che ci servono, che ricompensa ne abbiamo? La ricompensa non sono i nostri meriti! È l’amore che ricevi dal Signore e dagli altri la ricompensa e te la danno loro, non la calcoli o la imponi tu! Se salutiamo quelli che ci salutano che cosa facciamo di straordinario? Noi non siamo fenomeni, ma mendicanti pieni di amore, che salutano per primi perché è il modo per manifestare interesse, per regalare attenzione, per sconfiggere l’indifferenza e la condanna all’estraneità. L’indifferenza respinge. Il saluto attira. L’invito è uno solo, rivolto a tutti, ai più piccoli che realizzano le cose grandi dei giovani per la pace, agli anziani che non smettono di sognare, ad adulti che si affrancano dalla legge fluida e pervasiva del “pensa per te”, “salva te stesso”: siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. Perfetti?Siamo peccatori e restiamo peccatori ma cerchiamo un amore pieno, libero da tante ossessioni perché Dio ha uno sguardo capace di vedere la nostra meschinità ma anche quel po’ di generosità che c’è.

Cerchiamo un Vangelo felice e un amore radicale, ispirato dallo Spirito che è gioia, aprendo gli occhi sul mondo e sui poveri. Il Signore doni alla comunità in tanto individualismo e solitudine di essere una casa accogliente, di amore per tutti, specialmente per i poveri. Casa di Dio. Così sia.