A Trastevere volano gli aquiloni dei piccoli portati a Roma dal Papa

18 Aprile 2016

Scuola di linguaPapa FrancescoprofughiAccoglienza

Le tre famiglie siriane cercano di integrarsi imparando l'italiano

Condividi su


Per una bimba di sette anni, casa è dove può giocare e far volare l'aquilone. Il palazzone di periferia, dove è nata e sopravvissuta sotto le bombe la bambina portata a Roma dal Papa, è stato spazzato via dall'avanzata dell'Isis. «Deir Ezzor è un campo di battaglia, tra combattimenti nelle strade e bombardamenti, restare lì significava rischiare la vita ogni giorno», raccontano i suoi genitori Ramy e Suhaila. E così quando Quds (cioè città santa, Gerusalemme) è scappata dal suo villaggio siriano con papà e mamma non sapeva dove fosse diretta, ma capiva che non era ancora al sicuro. Prima la fuga a Smirne, in Turchia, poi la spaventosa traversata in gommone fino a Lesbo, un campo profughi che è prigione senza tutele per l'infanzia.
La gioia di uno svago, spenta, impedita fino a ieri quando Al Quds ha ritrovato la normalità e ha realizzato il sogno di vedere alto nel cielo il suo aquilone. Una liberazione. A via dei Fienaroli, nel cortile della scuola di Sant'Egidio, Quds si è sentita tranquilla di giocare e correre, mentre accanto a lei Riad, 2 anni, figlio di Hasan e Nour, altri due rifugiati soccorsi da Francesco, si divertiva a salire e scendere in continuazione dalle panchine. «Dopo tanto tempo l'ho rivista sorridere e giocare serena», spiega mamma Suhaila. La libertà vola sulle ali di un aquilone, ieri proibito per legge nell'Afghanistan dei talebani e oggi reso un passatempo impossibile nelle zone della Siria sotto il dominio dell'Isis.
A lezione di italiano
A Trastevere i 12 «ospiti» di Francesco hanno visitato il rione, prime fasi dell'adattamento alla nuova vita e alla realtà circostante. Hanno rispettato l'impegno preso con il Papa e, per imparare subito l'italiano, si sono iscritti alla scuola per stranieri. Poi le visite mediche dei bambini e le telefonate ai parenti rimasti in patria o emigrati in Nord Europa. La Segreteria di Stato vaticana segue le procedure burocratiche e studia, come promesso sabato dal Papa sul volo di rientro da Lesbo, la «fase due». Ossia, dall'accoglienza all'inserimento anche lavorativo dei genitori.
Le tre famiglie, stanchissime, ancora un po' disorientate ma felici, sono state accolte dai rifugiati accolti nei mesi scorsi a Sant'Egidio attraverso i corridoi umanitari. I sei bambini già ripetono le parole che vengono dette in italiano. «Per quello che ci riguarda, abbiamo facilitato la realizzazione di questo desiderio del Papa - sottolineano a Sant`Egidio -. Li aiuteremo in questa fase iniziale, poi, per il futuro, sì vedrà». L'Italia non era una meta a cui pensavano i loro genitori. Poi la svolta con il gesto a sorpresa del Pontefice. Una scelta precisa è stata quella di far stare il gruppo in città, non fuori: a contatto diretto con la vita sociale della capitale.
«A noi interessa dar loro una possibilità per un'integrazione più rapida», spiegano a Sant'Egidio. Hanno già cominciato a orizzontarsi nelle vie di Trastevere, alla scuola di italiano ci arrivano da soli. Hanno avuto anche dei buoni-spesa per comprare quel che loro più serve al supermercato. Per aiutarli a superare lo spaesamento delle prime ore, alcune famiglie italiane nel pomeriggio hanno portato i bambini a giocare coi coetanei siriani. «Per divertirsi non serve parlare la stessa lingua, basta ritrovare un attimo di serenità», dicono i volontari.


[ Giacomo Galeazzi ]