Credere La Gioia della Fede

Vangelo e comunità dietro lo sbarre

15 Novembre 2018

MalawiCarcere

Nel carcere di Mulanje alcuni detenuti, guardie e volontari hanno dato vita a un gruppo che vive lo spirito di Sant'Egidio. Un vero miracolo, che li porta a sentirsi fratelli nonostante tutto

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In Malawi le piaghe da decubito possono venire per come si dorme in prigione. Gli uni ammassati accanto agli altri, sdraiati su un fianco perché, pur per terra, non c'è posto per tutti. Ogni tanto un secondino urla e tutti devono voltarsi sull'altro lato. Eppure, anche nel carcere di Mulanje - 427 detenuti per 250 posti, al confine con il Mozambico e alle falde di una grande montagna che molti ritengono piena di spiriti - il Vangelo può trasformare la vita delle persone e far sentire una guardia, una detenuta e un uomo libero fratelli e sorelle.
COME NEL VANGELO
Dal far regolarmente visita a 15 carceri del Malawi -10 mila i detenuti seguiti - i volontari di Sant'Egidio hanno dato vita a un gruppo che, dietro le sbarre di Mulanje, vive lo spirito della Comunità: la preghiera, l'aiuto ai più poveri, la pace e la fraternità. Spiega Bruce Tambwali, attuale responsabile della Comunità di sant'Egidio della città di Mulanje: «Siamo partiti dalla concretezza delle parole di Gesù, che in Matteo 25,35-36 si riconosce nel carcerato: "Ero carcerato e siete venuti a trovarmi. Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me"».
In prigione si scopre che l'annuncio di liberazione del Vangelo vale per tutti, anche per il secondino o il carcerato di un Paese, il Malawi appunto, che l'Onu considera tra i più poveri al mondo. Qui Tambwali, 35 anni, ha conosciuto la Comunità nel 2002 quando ancora frequentava la scuola superiore. «Quell'incontro è stato una rivoluzione per la mia vita: ho cambiato quello in cui credevo, non più "pensa solo a
te stesso". Era Pasqua e ho sentito che anche io potevo annunciare il Vangelo che libera i poveri».
STIGNATIZZATI DALLA SOCIETÀ
A Mulanje si arriva attraversando una zona verdissima, anomala in un Paese caratterizzato dalla terra riarsa, dal disboscamento degli ultimi quattro decenni e dalla carestia endemica ogni 2-3 anni. Sono le piantagioni di tè, di proprietà britannica, uno dei segni rimasti del passato coloniale. Per arrivare al carcere, un edificio quadrangolare di fronte a una rotatoria coltivata a insalata dai detenuti, s'imbocca una strada sterrata e fangosa.
Tambwali ricorda molto bene la prima volta che ha varcato l'ingresso: «Non potevo credere a come

apparivano i prigionieri, io avevo paura e mi chiedevo come potessi parlare con loro».
In Africa, come in tante altre società, i detenuti sono stigmatizzati: «Quando tornammo una seconda volta erano così felici che si misero a ballare e cantare con noi. Da subito conobbi Patrick, un diciottenne circondato da uomini più grandi di lui. Iniziammo a sognare insieme che, una volta uscito, non sarebbe più caduto nella delinquenza. Cambiando il modo di vedere i carcerati, ho cambiato la mia vita».
Per Tambwali i detenuti cominciarono così ad "avere nomi" e storie, molto spesso cariche di grandi ingiustizie: «Milly fu imprigionata, incinta, perché trovata in possesso di una stoffa simile a quella rubata in una casa nel vicino Mozambico. Il suo piccolo nacque dietro le sbarre», ricorda ancora Tambwali. O Geoffrey, sospettato di omicidio, che stava aspettando da dieci anni il processo perché non aveva i soldi per pagare l'avvocato. «C'è disinteresse per gli arrestati. I casi vengono dimenticati e si invecchia dietro le sbarre», continua il responsabile. «Con il nostro servizio legale ci occupiamo di
persone di cui nessuno ricorda neanche le ragioni della carcerazione».
Sono 3.500 i detenuti che
Sant'Egidio ha liberato negli ultimi dodici mesi, compreso un anziano di 80 anni, incarcerato con il nipote di 13: accusati di un furto mai dimostrato, erano reclusi da un decennio, ormai magri scheletri.
LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA
Spesso in Malawi si finisce in prigione per anni per piccoli furti commessi per sfamarsi o per ragioni assurde: molti ragazzi di strada vengono arrestati perché non hanno la carta di identità, che è a pagamento. Le condizioni all'interno
del carcere sono poi molto dure. Si mangia nzima, una polenta di mais, solo una volta al giorno; per chi non ha parenti che portano altro cibo la sopravvivenza è veramente dura.
Più che in celle, si vive in caverne senza luce e aria. Alle 15.30 tutti devono rientrare in questi spazi angusti fino al mattino successivo, per paura di evasioni. Lo scorso agosto in ognuna delle sei stanze del carcere di Mulanje c'erano 71 detenuti, con
una latrina (un buco) per ciascuna stanza e un solo rubinetto (a elettricità, che in loco salta più volte al giorno) per tutta la prigione.
Durante l'estate 
Sant'Egidio ha ricostruito il sistema idrico del carcere: 6 rubinetti, docce e gabinetti. L'acqua sarà accessibile anche per gli abitanti delle case intorno; all'inaugurazione, un coro misto di detenuti e abitanti "oltre le sbarre" festeggiava: «Community, unity».
Nel cortile centrale della prigione c'è lo spiazzo in cui due volte alla settimana si svolge la preghiera della Comunità di 
Sant'Egidio davanti al Volto del Signore: canti, un salmo, la lettura di un brano biblico e un commento, il Padre nostro.
«Siamo diventati amici di molti detenuti e quindi è stato naturale proporre anche a loro quello che aveva cambiato la nostra vita: il Vangelo», dice ancora Tambwali. «All'inizio
abbiamo dovuto insistere per avere il permesso di portare l'icona e i libretti delle preghiere. Abbiamo insegnato le canzoni, che ora intonano meglio delle persone di fuori».
Dal primo gruppo iniziale si è arrivati a oltre 200 persone che partecipano alla preghiera guidata da un detenuto. Racconta Rose Kumpana, reclusa nella sezione femminile: «La Comunità ha portato la gioia del Vangelo nella mia vita. Sogno il giorno in
cui sarò fuori, ma posso dire di sentirmi "libera dentro"». Ci presenta Elida Captain, 39 anni, che tiene per mano Minilike di due anni: «Era molto più vivace prima di entrare qui, ma ora sta solo con adulti. È difficile crescere così un figlio. Gli altri detenuti della Comunità mi aiutano donandomi un po' di cibo». Enock Mcherenga, detenuto della sezione maschile, mostra un altro modo in cui Sant'Egidio aiuta i più poveri dietro alle sbarre: «Un ragazzo ha ricevuto una grazia e ora è libero. È di un'altra area del Malawi, noi detenuti stiamo facendo una colletta per pagargli il viaggio di ritorno a casa». Gli hanno anche regalato una maglietta di Sant'Egidio, ciascuno ha messo secondo le proprie possibilità.
PONTI, NON MURI
Grefiud Chiundah, guardia semplice del carcere, è anch'egli membro della Comunità di Mulanje: «All'inizio è strano che fai parte di uno stesso gruppo con i detenuti ma poi, addirittura, si diventa amici: il Vangelo insegna a creare ponti e trasformare i muri. Grazie a 
Sant'Egidio abbiamo imparato a condividere cose importanti della vita anche tra persone in condizioni diverse. Nella Settimana Santa, ottenuti i permessi, siamo andati insieme al convegno di Pasqua che la Comunità aveva organizzato nella capitale Blantyre».
Dal carcere di un Paese di cui tanti in Italia non conoscono neanche l'esistenza, si ammira la forza del Vangelo: nella rivoluzione di cui parla Bruce, nella gioia ricevuta da Rose, nel cambio di sguardi di Grefiud e nei canti che echeggiano sulla montagna che sovrasta la prigione.


[ Stefano Pasta ]