Giornata di studio: Il "caso zingari"
Roma, 27 giugno 2007

Comunità di Sant'Egidio
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Marco Impagliazzo
Università per Stranieri di Perugia

 

Una storia di persecuzioni che attraversa le epoche

Il titolo di questo convegno segnala l’esistenza di un “caso”, legato alle popolazioni zingare. Esso può essere analizzato da molteplici punti di vista. Il primo - a mio modo di vedere- riguarda le ondate di persecuzione che senza soluzione di continuità hanno accompagnato i quasi sette secoli della presenza zingara in Europa. Al punto che una storia degli zingari europei può essere fatta largamente coincidere con la storia delle persecuzioni da essi subite. Non è facile individuare un’altra minoranza – se non, con ovvie differenze, gli ebrei –, che per un periodo tanto lungo, e in maniera costante, sia stata ovunque colpita da misure vessatorie caratterizzate da una così acuta violenza e da un tanto palese disprezzo dei diritti umani.

Le origini misteriose, la riconoscibilità, la spiccata identità, il carattere nomadico, in una parola la loro accentuata alterità, hanno fatto degli zingari l’oggetto di un perdurante atteggiamento di rifiuto da parte delle altre popolazioni europee. Dotati di una cultura e di una lingua orale non scritta, e dunque debole, segnati dalla precarietà che una condizione di non sedentarietà porta inevitabilmente con sé, poveri, gli zingari delle varie denominazioni hanno potuto in questi secoli poco proteggersi e reagire alle misure emanate contro di loro, costretti piuttosto a subirle senza validi strumenti di difesa e rivendicazione dei propri diritti. Il primo documento scritto che ne registra la presenza nel nostro continente[1] risale al 1322, mentre è del 1471 il primo (conosciuto) decreto di “espulsione”, quello dell’assemblea di Lucerna, che intimava loro di lasciare il territorio della Confederazione svizzera[2]. Un esempio seguito dopo poco dalla Spagna, dal Sacro Romano Impero, dai Paesi Bassi, dall’Inghilterra, da Napoli, Firenze, Venezia e molti altri, compreso lo Stato pontificio. Alle espulsioni si accompagnarono le cacce all’uomo, le deportazioni (come quella degli zingari portoghesi in Brasile, Capoverde e Angola), le leggi ad hoc, l’inasprimento delle pene, fino alla comminazione della pena di morte, nei territori tedeschi, a quegli zingari, espulsi e marchiati a fuoco, che fossero tornati sui loro passi. Nel 1725 – per fare un solo esempio delle tante sentenze di morte decretate contro di loro –, Federico Guglielmo I di Prussia ordinò che gli zingari al di sopra dei diciotto anni, uomini e donne, fossero impiccati senza bisogno di processo, indipendentemente dalla loro condotta di vita[3].

In questo clima intollerante, appena mitigato da misure più razionali durante l’Illuminismo, o da leggende più positive in epoca romantica, si è verificato il radicarsi di alcuni stereotipi sugli zingari, destinati a incidere sul profondo della mentalità europea.  Gli zingari divennero anzitutto il “popolo maledetto”, segnato da un “peccato originale” che ne avrebbe determinato il destino di fuga costante, quale punizione per non avere accolto la Santa Famiglia al tempo della fuga in Egitto, o per essere stati i fabbri che fusero i chiodi della crocifissione di Cristo. Identificati ormai come gruppi dediti al vagabondaggio e all’accattonaggio, rom e sinti furono associati alla stregoneria, al rapimento dei bambini, alla tendenza al furto.

Non sorprende, dunque, che nella seconda metà dell’Ottocento le nuove teorie razziali e poi criminologiche fondate su presupposti pseudoscientifici e biologici abbiano individuato proprio negli zingari le caratteristiche antropomorfiche del “criminale nato”. Gli zingari erano esempio, secondo lo studioso positivista francese Bendict A. Morel, che ne scrisse nel 1857, di una “degenerazione” ereditaria, frutto di una “influenza morbosa sia di ordine fisico sia di ordine morale”[4]. Gli zingari attrassero quindi l’attenzione di Cesare Lombroso, che credette di poter individuare con precisione i segni di tale degenerazione razziale, scrivendo nel 1878 nel suo L’Uomo delinquente che “gli zingari sono prevalentemente dolicocefali, hanno cioè il cranio allungato come quello delle scimmie, e sono quindi delinquenti antropologici, cioè non delinquono per atto libero e cosciente, ma perché hanno tendenze malvagie che ripetono la loro origine”[5]. (Nota Sandro Luciani come negli stessi anni giudizi simili venissero espressi negli Stati Uniti nei confronti degli italiani di recente immigrazione).

Il successo di tali teorie si accompagnò al diffondersi di quelle sulla ineguaglianza tra le razze e la superiorità di alcune sulle altre, con la diffusione dei saggi di de Gobineau[6] prima e di Chamberlain poi[7]. Gli zingari divennero così un gruppo razziale inferiore e pericoloso. La miscela di stereotipi, pregiudizi diffusi, teorie “scientifiche”, violenze perpetrate senza remore lungo sei secoli, costituiscono la premessa ai tragici avvenimenti del XX secolo, quello in cui in maniera sistematica si è tentato di attuare un progetto di sterminio e di eliminazione totale degli zingari dal suolo dell’Europa, tanto da potersi definire genocidio.

 La seconda guerra mondiale e lo sterminio degli zingari europei

Non è agevole operare un bilancio delle persecuzioni verso gli zingari durante la seconda guerra mondiale. Il volume di Guenter Lewy, La persecuzione nazista degli zingari, edito da Einaudi (2002), tenta di risvegliare l’interesse storico sulle popolazioni zingare, concentrandosi sullo sterminio da esse patito per mano nazista. Lo studio di Lewy si colloca – arricchendolo con nuovi e originali elementi e fondandosi su una seria ricerca archivistica – in un panorama di ricerche ancora sfocato e lacunoso. Grazie a questo studio disponiamo di un’analisi sistematica del trattamento riservato dal nazismo alle decine di migliaia di sinti e rom che erano stanziati entro i confini del Terzo Reich. Ma anche a quegli zingari che furono trovati nei territori sovietici tra il 1941 e 1942 a seguito dell’invasione tedesca.

            Nei territori del Reich gli zingari furono vittime delle tesi sull’igiene razziale e la purificazione etnica, che andarono ad innestarsi e a confermare un razzismo popolare profondamente penetrato nella mentalità tedesca. La diffusione larga e non omogenea di queste popolazioni sul territorio era percepita come un duplice pericolo: razziale e territoriale. Com’è noto, la politica razziale nazista intendeva operare una selezione demografica “qualitativa” per creare una comunità di puro sangue tedesco. La politica di espansione mirava a sua volta a realizzare, attorno al grande Reich, uno spazio abitato da genti autenticamente tedesche, “ripulito” dagli elementi stranieri o presunti inferiori. Fu tale duplice politica a condannare il popolo zingaro alla scomparsa.

            Una parte importante dell’opera di Lewy è dedicata alla ricostruzione degli sforzi compiuti dai tedeschi per giungere ad una definizione genetica dei nomadi. Per molto tempo gli esperti razziali esitarono a fornire una precisa qualificazione razziale degli zingari, nei cui confronti non si riuscì a promulgare una legge generale. Il capo del centro ricerche per l’igiene razziale, Robert Ritter, finì per accreditare la tesi, di cui ho accennato la genesi, secondo la quale il ceppo zingaro avrebbe subito, una progressiva degenerazione a causa di ripetute mescolanze avvenute durante il secolare nomadismo tra India e Europa perdendo quasi completamenti i caratteri puri originali della loro razza. Insomma il 90 per cento degli zingari avrebbe costituito il risultato di “incroci indesiderabili”. Si raccomandava quindi l’assunzione di misure atte a concentrarli, impedirne la riproduzione, deportarli e infine eliminarli.

Tuttavia, il carattere massiccio dell’internamento degli zingari in Germania, Austria e Boemia prima della guerra non obbedì a espliciti ordini superiori, ma vide protagoniste le municipalità, che intrapresero il concentramento con motivazioni miste, fatte di odio e pregiudizi “tradizionali”, nutriti da vaneggiamenti razzistici. Il tornante decisivo giunse con la guerra, quando tutti i criteri di selezione e distinzione fino allora impiegati vennero meno e gli zingari, anche quelli considerati misti, furono assoggettati alla “soluzione finale” e destinati ai campi di sterminio similmente agli ebrei. Nella legislazione e nella prassi amministrativa si nota una graduale assimilazione tra ebrei e zingari, tanto che nell’aprile 1942 l’ambasciata italiana a Berlino informava il Ministero degli esteri che, “con recente provvedimento, gli zingari residenti nel Reich sono stati parificati agli ebrei e quindi anche nei loro confronti varranno le leggi antisemite attualmente in vigore”[8].

Tale evoluzione non faceva che ratificare il sentire comune delle alte gerarchie naziste, di cui è esempio il medico  Hans Globke, uno dei direttori generali del Ministero dell’Interno, che sin dal 1936 sosteneva che “zingari ed ebrei sono i soli in Europa ad avere sangue straniero” e proponeva di classificare gli zingari, ai fini della legislazione razzista, come “mezzi ebrei”[9].

Gli zingari nell’Italia fascista

Anche in Italia era diffusa una certa sensibilità verso quello che veniva definito il “problema zingaro”. La politica fascista verso gli zingari tendeva a colpire il nomadismo e prevedeva l’espulsione dei nomadi stranieri anche se in possesso di documenti validi. I provvedimenti fascisti portarono di fatto all’internamento di molti zingari, che dopo l’8 settembre si ritrovarono in mano tedesca. Sarebbero necessari studi ulteriori per illuminare i concentramenti di zingari nei campi di Frignano (MO), Boiano (CB), Agnone (TE), Pedrasdefogu (CA). Si stima che un migliaio di zingari siano stati deportati dall’Italia verso i campi di concentramento nazisti[10]. L’Archivio centrale dello Stato conserva molta documentazione relativa all’internamento degli zingari tra il 1940 e il 1943 (fino all’occupazione nazista), sia sui luoghi sia sulle vicende personali di alcune famiglie o carovane zingare italiane e straniere. La cosa interessante è che parte della documentazione è conservata in un fondo relativo agli stranieri, mentre il resto sta nelle carte di polizia.

L’oblio e il disinteresse verso la vicenda è testimoniato anche dalla difficoltà a stabilire cifre certe. Le vittime dello sterminio in Europa furono in numero compreso tra (196.000 e) i 219.000[11] e il mezzo milione. Ma si tratta di stime. Certo è che zingari si trovavano in tutti i luoghi dell’universo concentrazionario, contraddistinti dal triangolo nero degli asociali affiancato dalla Z. La ferma intenzione di eliminare questo popolo viene anche mostrata dalla scelta delle autorità tedesche di creare campi dedicati esclusivamente o prevalentemente agli zingari, come quello di Montreuil-Bellay in Francia, di Lackenbach in Austria, di Lety in Boemia. Lewy conclude amaramente: «Al di là delle cifre, resta che la perdita in termini di vite umane inflitte dai nazisti alla comunità zingara furono tremende».  

Il dopoguerra e la negazione del carattere razziale della persecuzione

Subito dopo la fine della guerra, sullo sterminio degli zingari calò il silenzio. Allo stesso processo di Norimberga non si parlò del genocidio zingaro. Non solo: in tutti gli altri processi successivi, mai nessuno zingaro venne chiamato a testimoniare[12]. Nondimeno, durante i processi più volte venne alla luce il terribile destino a cui erano votati i nomadi, in particolare le sevizie subite durante gli esperimenti medici cui furono sottoposti. Così anche al processo contro Adolf Eichmann, celebrato a Gerusalemme nel 1961[13], pur essendo stato affrontato il capitolo zingari, senza per altro nessuna testimonianza degli interessati, questo capo di imputazione cadde poiché “non è stato provato – recitava la sentenza – che l’imputato sapesse che gli zingari erano portati via per essere sterminati”[14].

Il governo tedesco, da parte sua, aveva tutto l’interesse a non riconoscere il carattere razziale della persecuzione degli zingari, dato che solo i perseguitati per motivi di “nazionalità, razza o religione” potevano accedere agli indennizzi previsti dalla Convenzione di Bonn. In risposta alle prime richieste di risarcimento, il ministero degli Interni del Württemberg diramò una circolare nel 1950, in cui si sosteneva che la convenzione non riguardava gli zingari dato che essi erano stati “perseguitati sotto il regime nazista, non già per motivi razziali, bensì per i loro precedenti asociali e delinquenziali”. Nel 1956 si espresse anche la Corte suprema della Germania federale, negando nuovamente il carattere razziale della persecuzione e sostenendo – come ricorda Giovanna Boursier - che si era trattato solo di misure dovute a una “campagna preventiva contro i crimini”. Solo i deportati dal 1 marzo 1943, data di inizio delle deportazioni in grande stile ad Auschwitz, ebbero riconosciuto il diritto all’indennizzo, poiché solo da quella data la persecuzione avrebbe acquisito un inequivocabile carattere razziale[15].

La sentenza del 1956 diede un avallo definitivo alla minimizzazione della persecuzione dei rom, contribuendo alla “congiura del silenzio” di cui gli zingari furono vittime nel dopoguerra. Un ulteriore dato significativo è rappresentato dalle motivazioni addotte a giustificazione di questa politica: la presunta asocialità e l’inclinazione all’attività delinquenziale. Queste considerazioni ricalcavano considerazioni pseudoantropologiche che avevano fatto da battistrada alle elaborazioni razziste che avevano condotto alla persecuzione e allo sterminio. La “congiura del silenzio” era in sostanza accompagnata da un brusio che richiamava gli stereotipi con cui i rom erano stati identificati nei secoli.

Solo nel 1980 il governo tedesco ha riconosciuto il carattere razziale della persecuzione zingara[16], quando ormai molti dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime erano scomparsi o rassegnati a non vedere riconosciuti i propri diritti, dopo anni di lotte infruttuose. Mi chiedo allora se non dobbiamo finalmente parlare di un vero e proprio antigitanismo che ha attraversato l’Europa, soprattutto nella prima parte del Novecento, nutrendosi di pregiudizi e di stereotipi coltivati per secoli. Tale antigitanismo, come si è detto, ha provocato un vero e proprio genocidio del popolo zingaro nella Germania nazista. E’ un’ipotesi di lavoro che si fa strada a fatica per il disinteresse con cui il “caso zingari” è stato trattato nella recente storia europea.

Dal punto di vista storiografico, è possibile evidenziare analogo disinteresse. È significativo che la prima ricostruzione specifica e complessiva dello sterminio degli zingari sia stata pubblicata solo nel 2000, la citata opera dello storico tedesco-americano Guenter Lewy, apparsa in lingua italiana nel 2002. Fino a quel momento queste vicende erano state rievocate in Italia solo da studiosi non professionisti, legati in qualche maniera al mondo dei nomadi, seppure con una loro incisività come il bel volume di Loredana Narciso La maschera e il pregiudizio. Storia degli zingari (Napoli 1990) e il citato saggio di Giovanna Boursier, Lo sterminio degli zingari durante la seconda guerra mondiale (1995) e gli scritti sul tema di Mirella Karpati.  Ma lo sterminio non può rappresentare una sorta di “questione di famiglia”, riguardante esclusivamente gli zingari stessi o pochi addetti ai lavori vicini al loro mondo.  

Conclusioni

Ripercorrere sommariamente, come si è fatto qui, una storia di persecuzione, pur consapevoli che la storia degli zingari non è solo questo, ma come quella di ogni popolo è intreccio di storia culturale, linguistica, sociale e molto altro, conferma a mio avviso l’esistenza e l’attualità di un “caso zingari”. Esso tuttavia non riguarda soltanto i nomadi e la loro attuale, difficile condizione. Il vero “caso zingari”, cui occorre trovare urgente rimedio, è quello di sette secoli di persecuzioni, angherie, intolleranza, razzismo, e infine genocidio, con il quale l’Europa e gli europei, non hanno fatto i conti. Non si tratta di pronunciare condanne penali contro qualcuno, magari postume. Ma di farsi carico, finalmente, di una responsabilità, che ci riguarda tutti, in quanto europei, di fronte al male scatenato nel nostro continente contro questo popolo per lungo tempo.

Il lavoro di Lewy può essere un’occasione per affermare che il genocidio degli zingari coinvolge gli europei come passaggio tragico in un periodo di forte crisi e rivolgimenti da cui è sorta l’Europa democratica. Lo sterminio degli zingari deve diventare patrimonio comune, entrare nella coscienza collettiva come punto da cui partire per affrontare con una consapevolezza nuova le sfide della convivenza. “Ma dov’è il posto degli zingari nella memoria collettiva dell’umana vergogna?”, si è chiesto Sergio Luzzatto.

E’ un fatto che gli zingari non godono in Europa di nessuna vera protezione né simpatia. Non hanno uno Stato alle spalle che ne possa difendere i diritti. Pur essendo cittadini europei a pieno titolo sono una “nazione senza territorio”, ma dotata dei diritti e dei doveri del cittadino europeo. Sospeso tra terrore e poesia, lo zingaro è un’immagine piuttosto che un uomo concreto. Seppure gli europei hanno ereditato dal Romanticismo qualche simpatia per lo stile di vita bohémiene degli zingari, quando questo popolo cerca di mettere radici nella nostra società, ogni attrattiva e simpatia vengono perse e la psicologia collettiva davanti agli zingari talvolta si accende di passioni improvvise e irrazionali.

Dopo tanti secoli di convivenza gli zingari continuano a rappresentare una questione nelle società occidentali, ma è un problema che eccede largamente la realtà oggettiva di un gruppo sociale marginale. Suscitano reazioni sproporzionate alla loro consistenza: poche migliaia in città di milioni di abitanti. Stando alle cronache dei giornali la loro pericolosità sociale è per lo più limitata alle espressioni di piccola delinquenza. Ma più frequentemente essi rientrano nelle cronache per drammi umani, come la morte per fame o per freddo dei loro bambini ormai estranei alla maggioranza del corpo sociale. Il fatto è che sappiamo molto poco chi sono gli zingari, anche se essi vivono nelle nostre città e nei nostri paesi ormai da secoli. Quali e quante differenze tra loro che non vengono nemmeno prese in considerazione! È persino difficile dire se oggi il loro nomadismo è una caratteristica imprescindibile o invece un prodotto del rifiuto sociale che li circonda. Ma qui il discorso ci porterebbe lontano.

La vera conclusione di questa mia breve riflessione è nelle parole di una donna zingara reduce bambina dalla deportazione a Ravensbruck e Bergen- Belsen, l’undicenne Ceija Stojka che nelle sue memorie, Forse sogno di vivere, scrive:

“Bergen-Belsen, mio Dio! Sono stata davvero fortunata a venirne fuori. E’ impossibile immaginarselo, è impossibile raccontarlo. Bisogna andarci e guardarselo. Basta togliere un po’ di terra dalle colline  e gli uomini sono nascosti là dentro. Dilaniati. Là sotto parecchi stanno con la faccia rivolta a terra e non verso l’alto. Io e mia madre l’abbiamo visto. Qualche volta quando mi alzo di buon’ora penso: Ceija, sei in cielo e sogni? Sogni di stare sulla terra? Non puoi essere riuscita a venir fuori da Bergen-Belsen! E’ impossibile”.

Un’intera costruzione culturale e sociale, quella europea, ha inciampato e tutt’ora inciampa in questo modesto ostacolo dell’alterità zingara e non è riuscita a fare i conti con la sua diversità. Che degli zingari loro continuiamo a sapere pochissimo e, di conseguenza, a assumercene poco la responsabilità è davvero un’inaspettata lezione di umiltà per la nostra cultura.


[1] Si tratta della descrizione di un gruppo di zingari accampati a Creta, in Grecia. Cfr. F. de Vaux de Foletier, Mille anni di storia degli zingari, Milano, 1978, p. 46.

[2] Ibidem, p. 87.

[3] Cfr. G. Lewy, La persecuzione nazista degli zingari, Torino, 2002, p.6.

[4] Cit. da L. Narciso, La maschera e il pregiudizio. Storia degli zingari, Roma, 1990, p. 145. L’opera di Morel è il Traité des dégenérescences phisique, intellectuelles et morales de l’espèce humaine.

[5] C. Lombroso, L’uomo delinquente, Torino, 1878.

[6] Joseph Arthur de Gobineau, Essai sur l'inégalité des races humaines, Firmin-Didot et C.ie., Paris 1853

[7] Houston S. Chamberlain, Die Grundlagen des neunzehnten Jahrhunderts, Ed. F. Bruckmann, Monaco 1899.

[8] ACS, MI, DGPS, Div. AGR, A 16 Ebrei Stranieri, b. 5.

[9] H. Asséo, Le sort des Tziganes en Europe sous le régime nazi, “Revue d’histoire de la Shoah” n. 167 sept.-dec. 1999, p. 10.

[10] D. Kenrick, G. Puxon, Il destino degli zingari, Rizzoli, Milano 1975, p. 203.

[11] La cifra è di G. Lewy.

[12] Vedi D. Kenrick, G. Puxon, cit.,  p. 209 e G. Boursier, Lo sterminio degli zingari durante la seconda guerra mondiale, “Studi Storici” n. 2 1995, p. 378.

[13] Sergio Minerbi, Eichmann. Diario del processo, Luni, Milano-Trento 2000.

[14] G. Boursier, cit., pp. 378-9

[15] Ibid., pp. 380-1. Vedi anche D. Kenrick, G. Puxon, cit., p. 210.

[16] Ibid., p. 383.

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