|
Roma 6 aprile 2004, Basilica di Santa Maria
Maggiore |
|
|
|
Meditazione di S. E. Card. Giovanni Battista Re
Carissimi fratelli e sorelle, Anche oggi alcuni cristiani sono chiamati a rendere testimonianza della loro fede fino a versare il sangue. Nella notte che il mondo attraversa, non mancano testimoni della fede che illuminano il camino dell'umanità verso Cristo, morto e risorto per noi. E noi questa sera siamo qui riuniti per ricordare questi testimoni della fede di questo nostro tempo, che hanno saputo vivere il Vangelo in situazioni difficili fino a dare la prova suprema del sangue (Cfr. Novo Millennio Ineunte, 41) . E questo nostro incontro si intreccia con i pensieri che ci suggerisce la liturgia di questa settimana. Con gli ulivi agitati da tanti giovani domenica scorsa, siamo infatti entrati nella settimana che per la Chiesa è più importante dell'anno, la Settimana Santa. Le parole del Salmo 118, riecheggiate in questa Basilica col nostro canto: "Osanna al Figlio di Davide. Benedetto colui che viene nel nome del Signore", hanno evocato il giubilo con cui Gesù era stato accolto in Gerusalemme pochi giorni prima della sua passione. In pari tempo quelle parole ci hanno introdotto nel cammino della nostra salvezza che ci porta a meditare fino a che punto Cristo ci ha amati e a dire con San Paolo: "Cristo mi ha amato e si è donato per me". In questi giorni rivivremo la passione di Gesù, il processo iniquo, la testimonianza del suo amore fino alla morte di croce. Una morte non solo ignominiosa, ma crudele, terribile per le sofferenze e per di più in mezzo agli scherni: "Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso?" E poi la sfida più alta: "Se sei il Figlio di Dio, scendi ora dalla croce". Penso che quando sono risuonate sul Calvario queste parole, si sarà fatto silenzio. Nei crocifissori deve essere nato in cuore il timore che Cristo avesse a prendere in parola quella sfida a scendere dalla croce. Nel piccolo gruppo dell'Apostolo Giovanni e poche donne con la Madonna, deve essere nato in cuore il desiderio che Cristo compisse un miracolo per sfuggire alla morte. Cristo avrebbe potuto discendere dalla croce. E' invece rimasto per nostro amore. Non vi è amore più grande che dare la vita per la persona amata. Non è facile per donne e uomini quali noi siamo - inclini alla paura e alla conservazione della nostra vita - divenire autentici discepoli della Pasqua, soprattutto innanzi alla sofferenza, al dolore, alla prova. Eppure, proprio oggi, in questa ora di memoria e di preghiera, ci viene incontro una moltitudine di donne e di uomini che hanno effuso il loro sangue per amore del Vangelo, per amore di Cristo, dei suoi fratelli, e questo nella nostra epoca. Siamo tutti grati alla Comunità di Sant'Egidio, che con tanto amore e tanta passione serve questa memoria da vari anni, in attuazione di una delle profonde intuizioni di Giovanni Paolo II, quando durante la preparazione al Grande Giubileo, chiedeva che tutto si facesse perché la testimonianza dei martiri contemporanei non andasse perduta. E' poi motivo di gioia che alcuni importanti segni visibili del nostro rapporto con i testimoni della fede siano stati posti a Roma - penso alla Basilica di S. Bartolomeo all'Isola Tiberina - che ne è divenuta luogo memoriale ed ecumenico, grazie a voi, cari amici della Comunità di Sant'Egidio, e al vostro impegno. L'eco della testimonianza di molti ci raggiunge oggi e ci invita a fissare lo sguardo su Dio e a scoprire la forza interiore che li ha sorretti. Sono coloro che hanno resistito nella fede sino al sangue. Erano deboli, impauriti, soli di fronte all'aggressione violenta del male: eppure, si sono mostrati forti. Alcuni di loro li abbiamo conosciuti ed abbiamo avuto con essi rapporti diretti. Come ha affermato con chiarezza e profondità il Prof. Andrea Riccardi, "questa connessione tra la morte violenta dei testimoni della fede e la passione di Gesù porta i cristiani a interrogarsi sulle proprie responsabilità di fronte al male, alla violenza, alla propria acquiescenza... La memoria del martirio nel Novecento innesca un processo nella coscienza cristiana che porta a una più ricca visione della vita della Chiesa e forse porta verso una piú profonda comprensione dello stesso messaggio evangelico" (A. Riccardi, Il secolo del martirio, Milano 2000, p.22). E' vero: martirio dei cristiani e Passione di Gesù sono strettamente connessi. Ricordo con commozione come questo intreccio di vita e di fede fosse tanto visibile nella celebrazione ecumenica che ebbe luogo il 7 maggio dell'anno Duemila, al Colosseo, quando, con Giovanni Paolo II, numerosi rappresentanti delle diverse confessioni cristiane si raccolsero per ricevere insieme questa ricca visione della Chiesa di Cristo e questa profonda comprensione del messaggio evangelico. Il Papa, nella sua toccante omelia disse "Questi nostri fratelli e sorelle nella fede, a cui oggi facciamo riferimento con gratitudine e venerazione, costituiscono come un grande affresco dell'umanità cristiana del ventesimo secolo. Un affresco del vangelo delle Beatitudini, vissuto sino allo spargimento del sangue". E citando la beatitudine nella persecuzione, dal Vangelo di Matteo, proseguiva: "Quanto si addicono queste parole di Cristo agli innumerevoli testimoni della fede del secolo passato, insultati e perseguitati, ma mai piegati dalla forza del male! Laddove l'odio sembrava inquinare tutta la vita senza la possibilità di sfuggire alla sua logica, essi hanno manifestato come l'amore sia più forte della morte". Quest'amore più forte della morte, ha abitato il corpo fragile di donne e di uomini, di laici e di religiosi e religiose, di Vescovi, sacerdoti e pastori. Quest'amore ha avvicinato ortodossi, cattolici, luterani, riformati, anglicani: soffrendo insieme e resistendo insieme hanno vissuto l'unità che noi stiamo cercando e che ci è innanzi. Come ricordava Padre Giuseppe Girotti, da Dachau, ove fu internato «A nessuno inoltre sfugge che l'unità di tutte le Chiese e Comunità è massimamente necessaria al nostri giorni... La Chiesa fu, è, e sempre sarà l'unico rifugio del senso di umanità, di amore e di misericordia; rifugio della verità... ". Questi nostri fratelli e queste nostre sorelle sono stati e continuano ad essere un importante rifugio del senso di umanità, di amore e di misericordia, rifugio della verità. Ancora nell'anno che è appena passato, sono 35 i cristiani i cui nomi sono noti, che hanno perso la vita lavorando per il Vangelo in Africa, in America Latina, in Asia. Anch'essi nell'impegno di una vita spesa per gli altri, in nome di Cristo, hanno subito nel loro corpo l'ostilità del male, credendo nella forza della resurrezione. Sapevano bene che abbandonando i luoghi in cui si trovavano, non avrebbero corso rischi ed avrebbero avuta salva la vita. Sono stati uccisi perché sono rimasti fedeli ad un impegno di fede e di amore. Cari amici, la loro fedeltà, i loro gesti e la loro testimonianza rimandano alla pietra sulla quale edificare la nostra vita; rimandano al coraggio delle scelte e alla serietà della vita cristiana. Sentiamo un debito profondo verso que¡ cristiani, che, anche nella loro umiltà, con la loro vita e la loro morte indicano Cristo. Perché a noi non è chiesto di meno: amare la vita, amare la Chiesa, amare i piccoli, essere donne e uomini di pace. Sino alla fine. Ed essi ci dicono che è possibile. La comunione nella grande famiglia dei cristiani, non è solo tra di noi, ma è comunione con loro. Per questo anche la liturgia odierna ci impegna: non si può accogliere la memoria, senza alla stesso tempo decidere, scegliere, indirizzare la nostra umanità alla medesima fedeltà, alla stessa audacia evangelica. Per questo, sentiamo rivolte a noi le parole della lettera agli Ebrei: "Fratelli, circondati da un gran numero di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci intralcia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta d'innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l'ignominia e si è assiso alla destra di Dio" (Eb 12,1-2). Preghiamo perché la vita di ciascuno di noi, perché ogni comunità cristiana sia segno della vittoria sulla morte, mentre camminiamo per le vie del mondo fragili, ma forti della fede, disarmati, ma forti per l'amore, che ci sostiene immersi nella "nube dei militi ignoti della grande causa di Dio" (TMA §37). Come afferma l'autore della I lettera di Pietro, ciascuno "eviti il male e faccia il bene, cerchi la pace e la segua, perché gli occhi del Signore sono sopra i giusti e le sue orecchie sono attente alle loro preghiere". E' la nostra fiducia oggi: non più intimiditi dal male, anche noi, con quanti hanno testimoniato la gioia di essere cristiani sino al martirio, forti nella fede "adoriamo il Signore, Cristo, pronti sempre a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi" (1 Pt 3, 15).
|
|
|