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27 Febrero 2014

Anziani, case famiglia contro la solitudine

 
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Nel 1974 don Giovanni Iviglia, parroco di IMurisengo, in provincia di Alessandria, circa 1.600 anime negli anni Settanta, oggi 1.400, inaugurava la «Casa degli anziani», nella convinzione che i vecchietti stessero meglio in compagnia e potessero, condividendo l'abitazione e l'aiuto di volontari, sconfiggere la solitudine e affrontare meglio il venir meno delle forze. Nel 1978, qualche anno dopo nella più grande Roma, la Comunità di Sant'Egidio muoveva i primi passi nel campo della coabitazione per gli over 65. Nel 2013 la popolazione ultrasessantacinquenne in Italia raggiunge gli 11,9 milioni (il 20% degli italiani per l'Istat), di cui 2,5 vivono da soli e 1,4 da soli in case con più di quattro stanze  associazione Gianfranco Imperatori). E la coabitazione tra anziani torna come «silver cohousing», fenomeno in forte crescita nel settentrione d'Europa, ma non sconosciuto al Belpaese.

La solitudine, una pensione il cui 70% si perde in spese fisse (secondo l'Istat, nel 2012, il 21,3% delle spese degli over 65 soli andava in cibo e il 47,8% in abitazione ed energia), 12 capacità di badare a se stessi che viene meno, l'impossibilità economica di provvedere alla manutenzione di abitazioni divenute troppo grandi o di pagare una badante, sono criticità a cui la convivenza tra anziani può porre rimedio. «Un anziano non autosufficiente - spiega Silvia Marangoni, coordinatrice del servizio anziani della Comunità di Sant'Egidio - che ha la casa, ma non le risorse per garantirsi la badante, accoglie un altro che invece ha problemi abitativi. Supportati dalla rete che la comunità può attivare, includendo anche risorse inerenti a quartiere, negozianti, servizi, abbiamo realizzato micro-esperienze che con il giusto sostegno, perché coabitare non è facile per nessuno, hanno risolto problemi enormi, anche perché non sempre c'è una famiglia o una rete di vicinato a garantire il mantenimento a casa».

Non è solo l'anziano a trarre beneficio dalla permanenza in un contesto sociale libero e autonomo, ma anche le istituzioni risparmiano risorse. «A Padova - afferma la Marangoni - è il Comune che ha messo a disposizione un alloggio, sarebbero stati anziani per i quali l'amministrazione avrebbe dovuto senz'altro impegnarsi economicamente molto di più. Sono soluzioni promettenti e sostenibili, ci piacerebbe essere imitati su questa strada». A Milano è stata la Comunità di Sant'Egidio locale a prendere spunto dall'esperienza a Roma e a livello nazionale, allestendo nel 2011 un appartamento in un bene confiscato alla mafia. «Abbiamo voluto - racconta Riccardo Mauri, responsabile del progetto - sperimentare la possibilità per l'anziano di rimanere a casa propria o in una soluzione più possibile vicino a casa. La scommessa è pensare che la soluzione non debba essere per forza sanitaria. Attualmente ospitiamo quattro persone, tre donne e un uomo, la più anziana ha 96 anni e 87 la più giovane. Non si rallenta o cancella l'invecchiamento, ma la sfida è provare a fare le cose come se si fosse a casa propria». Non la panacea contro il tempo che passa, ma un modo diverso di farlo passare: «All'uomo - conferma Mauri - dicevo "qui non ti curano il mal di gambe, ma hai qualcuno a cui dirlo".

È l'importanza di entrare in un circuito che consente di sconfiggere la solitudine». La stessa intuizione che portò alla nascita della «Casa degli anziani» di Murisengo. «L'idea - dichiara Ignazio Zonca, presidente della Confraternita di San Michele che la gestisce, attualmente 17 ospiti in due grandi appartamenti - era costituire una casa famiglia, non un ospizio. Nel tempo abbiamo cercato di non perdere questa conformazione caratteristica di "famiglia", un luogo in cui uno si trova con la sua camera, il suo bagno, la macchina, come se fosse a casa propria. Tanti vecchietti non  hanno riferimenti e sono soli a casa, ma non vogliono né finire in casa di riposo né avere una badante. Questa è una soluzione alternativa». Che allontana il male di vivere, perché - aggiunge Zonca - «da noi vengono quelli che sono soli e cadono in depressione. Un anziano depresso qui trova un'assistenza familiare». Insieme si vive meglio, anche senza essere anziani. «Per come sta evolvendo la struttura familiare del Paese - dice Silvia Marangoni - coabitare consente non di dividere, ma di unire le risorse e può essere una strategia vincente non solo per gli anziani. Le famiglie unipersonali sono costituite anche da giovani, che sono più esposti agli accidenti della vita, dal lavoro alla malattia. La coabitazione è meglio che affrontare la vita da soli». In fondo l'uomo è un animale sociale, lo aveva capito  Aristotele, lo sapeva don Giovanni Iviglia.

 GIUSEPPE DEL SIGNORE

 


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