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07/12/2016
Preghiera con i Santi

Preghiera ogni giorno


 
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17 Novembre 2008 16:30 | Hilton Cyprus - Ballroom B

Introduzione di Jean-Claude PETIT



Jean-Claude Petit


Giornalista e scrittore, Francia

Signore, Signori,
Cari Amici,

Prima di dare la parola ai diversi relatori, permettetemi di condividere con voi alcune riflessioni personali sulla violenza. Esse hanno come oggetto quello di situare il quadro del nostro dibattito, essendo inteso che se riflettiamo insieme, questo pomeriggio, sui cristiani e la violenza nel mondo contemporaneo, è per scoprire meglio quale sia il cammino verso la pace. Le mie riflessioni saranno tre.
 
1°) L’obbligo di andare al di là del puro concetto di violenza

La violenza ha bisogno di essere osservata, considerata e analizzata sotto tutte le forme che riveste e in tutti i registri di cui dispone per esercitare i suoi sinistri disegni. Non esiste una «violenza in generale» ma delle violenze precise che colpiscono, talvolta fino alla morte, degli esseri «singoli». Di fronte alla realtà complessa e multiforme del mondo contemporaneo, utilizzare il concetto generico di violenza senza prendersi la briga di precisarne né il volto, né gli autori, né le conseguenze umane, comporta un triplice rischio: il rischio dell’angelismo, quello dell’ingenuità, quello della cecità. Scongiurare questo triplice rischio è, di conseguenza, una necessità per l’operatore artigiano di pace di cui ci parlano le Beatitudini. Come ogni artigiano, cioè come ogni lavoratore manuale, non può, in effetti, esercitare seriamente il suo mestiere, se non dispone di strumenti appropriati e di materiali specifici. Il timore della violenza nelle sue molteplici forme e la misura del suo impatto saranno i suoi primi utensili.

2°) La forza, spesso distruttrice, delle immagini

In questa conoscenza delle violenze contemporanee, l’operatore di pace porterà un’attenzione particolare alle immagini di violenza diffuse dalla televisione e su internet. Parlando facilmente al nostro spirito, le immagini divengono emblematiche della nostra società. Chi non ricorda le immagini dell’11 settembre 2001, degli attentati di Madrid, di Bagdad o di Londra, ma anche delle immagini presenti quotidianamente sui nostri schermi? Essendo semplificatrici e facilmente caricaturali, le immagini radicano in noi una somma considerevole di pregiudizi e di a priori verso gli altri: i musulmani, gli africani, i maghrebini, gli ebrei… Così, invece di essere lo strumento benefico che potrebbero essere di natura e che dovrebbero essere per vocazione, si è in diritto di chiedersi se i media, principalmente audiovisivi, non servano una cultura di violenza piuttosto che una cultura di pace.

3°) Alla radice delle violenze, l’umiliazione

È relativamente facile descrivere le principali radici  di un certo numero di violenze. Tali radici possono essere materiali, sociali, etniche, politiche, religiose. Ma ce n’è una, più interiore, e dunque meno immediatamente percepibile, che soggiace a tutte le altre e che è, in qualche modo, la loro conseguenza. Si chiama umiliazione. Gli umiliati, nota il Dizionario francese, sono esseri «mortificati». Morti-ficati, vale a dire in via di morte, precisamente in via di decomposizione. Da soggetti che sono, gli umiliati divengono degli oggetti. Si contano così a milioni gli uomini, le donne, i bambini la cui umiliazione si iscrive a lettere di fuoco nelle memorie personali e collettive. Alla loro sofferenza silenziosa rischia allora di aggiungersi la chiusura interiore la cui guarigione sarà lenta e difficile, a meno che essa non conduca a una volontà di riscatto rancoroso, facilmente manipolabile.

Se vogliono partecipare alla costruzione della pace come operatori competenti, i cristiani hanno il dovere «professionale» di considerare questo fondamentale dato dell’umiliazione. Non è sicuro che sia così. Ne vedo come prova quelle schiere di pii pellegrini, che salgono a Betlemme verso la basilica della Natività a suon di cantici, che poi ripartono a grandi passi verso i loro pulman blindati. Dei loro fratelli cristiani condannati alla disoccupazione e alla solitudine, dei tre campi di rifugiati della città, degli uomini e delle donne che aspettano alle 4 del mattino nei corridoi recintati dei check points, dei bambini traumatizzati dalla paura, del muro alto 8 metri che rinchiude la città e i suoi abitanti, non ne sapranno mai niente. Niente di niente. Più tardi, troppo tardi, rischieranno di dire che non ne sapevano niente.

L’operatore di pace, davvero,
non può essere un ignorante.
Né delle molteplici forme della violenza.
Né delle immagini impresse nello spirito dei nostri contemporanei .
Né dell’umiliazione mortifera che essa genera.

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