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13 Settembre 2011 11:30 | Residenz, Herkulessaal

Ripensare il mondo oltre la crisi economica di Marco Impagliazzo



Marco Impagliazzo


Università per Stranieri di Perugia, Presidente della Comunità di Sant’Egidio

    Nell’estate del 2008, le principali banche del mondo sono state improvvisamente investite dalla più seria crisi degli ultimi ottanta anni. Abbiamo ancora sotto i nostri occhi le migliaia di ex-dipendenti della Lehmann Brothers per le strade di New York con la scatola di cartone sottobraccio. Da allora, ma forse anche da prima, non riusciamo a liberarci dalla crisi. Una crisi che è passata nel frattempo dal mondo finanziario a quello reale causando la più grande recessione americana e poi mondiale degli ultimi decenni, e investendo la stessa credibilità degli stati: la crisi del debito sovrano, il declassamento del debito statunitense, i timori per la tenuta stessa dell’euro. Crisi di liquidità, crisi di fiducia, crisi del sistema: il PIL di molti paesi industrializzati è diminuito, il commercio internazionale si è ridotto, e soprattutto è comparsa in modo sempre più diffuso la disoccupazione.
    Questa tavola rotonda, superando l’affanno di una visione di breve termine, vuole tentare di dare una boccata d’ossigeno a un mondo che annaspa. Il titolo infatti è “Ripensare il mondo oltre la crisi economica”. Vorremmo provare, assieme a relatori così illustri (e così coinvolti), a liberarci per qualche ora dall’assillo della performance della borsa, dal ricatto della fiducia degli investitori, dal timore di un declassamento da parte di questa o quella agenzia di rating – questioni che certo nessuno vuole sottovalutare – per guardare oltre, con l’ambizione di ripensare il mondo.
    Se il concetto che la crisi avrebbe rappresentato un’occasione di cambiamento è stato ormai detto in molti contesti, sicuramente c’è bisogno di coraggio e di visione per guardare oltre l’emergenza. E’ questo ciò che chiediamo ai relatori di questo panel. In particolare, mentre aumenta lo spread sui titoli che le divide, vorremmo unire Italia e Germania, in una riflessione che possa combinare competenza e visione, dando vigore a quella riflessione sul futuro che sembra oggi stentare.Sappiamo che in Germania il dibattito sull’Europa è profondo e auspichiamo che lo stesso avvenga in Italia, anche a partire dalla spinta della società civile. Ieri la Cancelliera Merkel “l’Europa è ricca ma non dobbiamo consumare la ricchezza, ma salvaguardarla per le generazioni future” e io aggiungerei anche per il mondo più povero. Il mondo e l’economia della globalizzazione, per crescere, essere governati, produrre sviluppo, hanno bisogno di cultura, di visioni e di spirito. E hanno anche sempre bisogno di pensare a chi è più in difficoltà, a tanti paesi e popoli che soffrono di crisi profonde. Ieri Andrea Riccardi ci diceva qual è la responsabilità dell’Europa in questo processo. Lo diceva con convinzione: “L’Europa deve riprendere fare la storia. Non potrà lasciare vuoto il suo posto. La causa europea è troppo seria per lasciarla a pochi”.
    Nel suo intervento in uno di questi incontri, a Cracovia due anni fa, l’ex direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale Michel Camdessus, individuava, tra i “vizi” all’origine della crisi, a) l’assenza di regole necessarie, b) l’insufficienza delle istituzioni di controllo, ma soprattutto c) i comportamenti collettivi emersi da una cultura fondata sull’avidità. Questi comportamenti – diceva - si sono radicati in un “contesto culturale in cui la seduzione del denaro è tale da produrre un accecamento collettivo e da disarmare tutte le vigilanze (…) La cupidigia (...) è divenuta furtivamente politicamente corretta e ha preso piede ovunque nel cuore della cultura collettiva (…) Tutti noi ci siamo messi ad adorare il vitello d’oro, presi come eravamo da questa cultura nella quale i nostri paesi si sono lasciati immergere.” 
    Secondo Camdessus, “un modello di avidità generalizzato ha scavato un vuoto etico nel quale l’economia mondiale si è inabissata (…) l’idolatria del denaro e il rifiuto collettivo di un’etica nella condotta delle economie ci hanno condotto alla catastrofe”.
    Nella sua lettera enciclica Caritas in Veritate - il primo documento papale sulla globalizzazione - Benedetto XVI, consapevole della complessità dei problemi, mette in chiaro come, senza una visione del bene comune, una miriade di decisioni vengano prese senza chiarezza di intenti, trascurando l’interesse dei più, in un clima di sfiducia. Benedetto XVI ci ricorda che “il mercato, lasciato al solo principio dell'equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica” (§35). In modo sorgivo lo stesso Benedetto XVI, in apertura dei lavori del sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio tenutosi nel 2008, aveva affermato: “vediamo adesso nel crollo delle grandi banche che i soldi scompaiono, sono niente, e tutte queste cose che sembrano vere, in realtà sono di secondo ordine".
    Per questo, il Papa rilancia la sfida dell’etica. Nella Caritas in Veritate afferma ancora: “lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivono fortemente nelle loro coscienze l’appello del bene comune” (§ 71).
    Ma vi è ancora spazio per la solidarietà, per la coesione? I paesi dell’euro sono in qualche modo “costretti ad aiutarsi”, non tanto per altruismo o per quella “logica del dono senza contropartita” (Caritas in Veritate) di cui parla il Papa, quando per il timore del contagio reciproco. In verità i paesi oggi dell’eurozona sembrano quasi “condannati” ad aiutare un altro stato membro colpito da una crisi del debito sovrano. La globalizzazione “ha portato all'esplosione dell'interdipendenza planetaria”. Pensiamo all’interdipendenza che c’è anche tra Cina e USA. Certo la storia fa dei salti che possono intimorire: fino al 1820 Cina e India erano le maggiori economie mondiali e producevano l’80% del PIL mondiale. La rivoluzione industriale mise fine alla loro supremazia ma oggi la situazione si rovescia di nuovo. Spesso questa interdipendenza planetaria con le sue scosse ci fa paura, è vissuta come un laccio ed è ignorata dai particolarismi nazionali o regionali: tuttavia essa rappresenta la cifra del futuro: “Bound to live together” è in qualche modo il nostro destino. In altre parole, “non ci si salva da soli”.
    Giovanni Paolo II parlava di globalizzazione della solidarietà. Credo che andrebbe trovata la giusta incarnazione per i nostri tempi di questa parola che ha radici tanto profonde nella cultura cristiana e umanistica.
    Lascio ai relatori le considerazioni opportune su come ridare fiducia all’economia, di come contemperare la disciplina fiscale con le esigenze della crescita, di come restituire credibilità all’azione pubblica e alle istituzioni. Forse solo un vero spirito di rinnovamento e di ricostruzione può permetterci di cambiare. Vorrei soltanto sottolineare, come europeo, come ci sia bisogno di “più Europa”. Dopo che ormai abbiamo delegato la sovranità monetaria alla Banca Centrale Europea, ci stiamo ponendo la questione su se (e quanto) limitare significativamente la nostra stessa sovranità fiscale; se vogliamo cioè accettare o meno, come europei, di andare ben oltre la fragile disciplina di Maastricht, e di centralizzare le nostre politiche di bilancio. Insomma rafforzare l’Europa a “danno” della sovranità nazionale. Qualcosa è stato fatto. Ma occorre un passo decisivo verso l’unione politica. C’è bisogno di “più Europa”. Il modello da difendere è quello europeo: economia di mercato e stabilità delle regole del diritto, le conseguenze più ingiuste corrette da un sistema di redistribuzione senza però soffocare l’economia.
    Occorre mettere l’Europa al cuore dell’elaborazione delle norme mondiali. Se sarà davvero più unita, l’Europa sarà in grado di competere, non solo economicamente, con gli USA, la Cina, l’India, il Brasile; rivisitando il proprio ruolo in un mondo che ha sempre più bisogno, magari senza saperlo, della sua eredità culturale di umanesimo e di democrazia.

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