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10 Settembre 2012 09:30 | Catholic School Centre (Theatre Hall)

Contributo all'incontro Internazionale per la Pace



Jürgen Johannesdotter


Vescovo luterano, Germania

Un proverbio tedesco dice: il dolore condiviso è mezzo dolore, una gioia condivisa è una gioia doppia. Condividere la gioia e il dolore, tuttavia, significa di più che provare comprensione per l’altro: in realtà significa condividere la vita. Non solo parte della vita, ma la vita intera, con tutti i suoi momenti facili e difficili, le sue domande e risposte, i suoi problemi e le sue soddisfazioni.  E ora potreste pensare: sta parlando della famiglia.

È vero, sto parlando della famiglia, ma non solo delle famiglie numerose del passato e di quelle piccole di oggi, ma delle famiglie come del luogo dove le persone condividono il dolore e la gioia. Amo la grande famiglia da cui provengo e quella che ho a casa, con cinque figli maschi, tutti con un carisma diverso. Ma “famiglia” significa persino qualcosa di più della “mia famiglia”, quella da cui provengo e quella che mi sono creato. A casa ho un’ampia documentazione accademica sulla “famiglia” e ne ho persino letta la maggior parte, anche la parte relativa alla famiglia nell’antico Egitto e nell’antica Grecia, la famiglia nel Medio Evo, la famiglia durante la Rivoluzione Industriale e quella dei tempi moderni, con tutti i suoi cambiamenti e modifiche. Ma soprattutto ho imparato ad avere una comprensione più ampia della famiglia quando ho conosciuto la Comunità di Sant’Egidio.

Un paio di anni fa I membri della Comunità di Sant’Egidio hanno pubblicato un libro sul pranzo di Natale nella magnifica basilica di Santa Maria in Trastevere. Il libro è intitolato “Una famiglia larga come il mondo” con un’introduzione di Andrea Riccardi, e ci racconta trent’anni del pranzo di Natale nella basilica. Nella prefazione Andrea Riccardi scrive:

 

  “Questo pranzo è maturato in un luogo dedicato alla preghiera quotidiana e alla liturgia della Comunità di Sant’Egidio. La sua bellezza, abbondanza di umanità, e il significato profondo di questa festa hanno le radici nel Vangelo.”

Il libro ci racconta storie di amicizia, lunghe molti anni. La base è l’amicizia della Comunità con i poveri: persone di strada, sinti e rom, immigrati, disabili e molti altri che hanno la vita ferita. Questa amicizia viene vissuta ogni giorno dell’anno in un legame personale tra i membri della Comunità e i poveri. Così il giorno di Natale, molti poveri da tutte le parti di Roma si ritrovano a Santa Maria, e questa è diventata una tradizione. Una festa di famiglia per gente che non ha famiglia. Per Sant’Egidio questi amici non sono “casi difficili”, o  clienti (utenti), come i moderni assistenti sociali li chiamerebbero. Sono considerati amici e parenti. La Comunità di Sant’Egidio vive il servizio ai poveri nello spirito dell’amicizia, nello spirito della famiglia.

Natale è quel tempo dell’anno in cui le persone sentono di più la solitudine. E’ anche il periodo in cui la povertà fa più male. La festa insieme ai poveri è una festa di famiglia, e i poveri sono parte di questa famiglia.

 

Questa tradizione è stata diffusa dalla Comunità in molte altre città d’Italia e in altri paesi del mondo. Il suo scopo è mostrare che il posto dei poveri è nel cuore della Chiesa. La tradizione non è stata creata da Sant’Egidio, ma risale al primo millennio del cristianesimo. Ci ricorda del “benvenuto” inaccogliente che Gesù ha trovato quando è venuto nel mondo, come scrive Giovanni (Gv.1, 11): “Venne fra i suoi e i suoi non l’hanno accolto.” 

 

Per questo il pranzo di Natale a Santa Maria in Trastevere è come una mangiatoia dei nostri giorni. Accogliere i poveri in questo modo è imparare da quello che Gesu’ ha sperimentato quando è venuto nel mondo. Come Egli stesso ha detto, in Matteo 25, 40: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccolo, l’avete fatto a me.” I poveri sono parte della famiglia del nostro Signore Gesu’ Cristo. Questa è la lezione che possiamo imparare dal Vangelo, ed è qui che la Comunità l’ha imparata e dove tutti saremo in grado di impararla.

Il nostro panel ha come titolo “Città, solitudine, rapporti: un destino condiviso”. La solitudine è diventata un marchio nel nostro tempo, e la solitudine non è solo questione di bisogni materiali ma è anche una sfida spirituale. L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha appena pubblicato dei dati da cui risulta che ogni anno un milione di persone si suicida. Il tasso è cresciuto del 60 % negli ultimi 45 anni. Il tasso dei tentati suicidi è venti volte quello dei suicidi riusciti. Circa l’80 % di loro sono uomini. In Germania il tasso di persone che muoiono per il suicidio è due volte quello di chi muore per incidenti di macchina. La paura, la solitudine, la mancanza di rapporti, e quindi la depressione, sono i principali motivi di questa situazione. La maggior parte di chi si suicida ha più di 50 anni.

Quale è lo specifico delle nostre città? Vivere tra la libertà e la paura, così qualcuno ha descritto la situazione nelle città. Una caratteristica della città è una varietà affascinante di stili di vita in uno spazio molto ristretto. Allo stesso tempo troverete divisioni visibili e non visibili: tra ricchi e poveri, gente locale e immigrati, religiosi e secolari e atei.

Il welfare state, la caritas delle chiese, e la diakonia fanno del loro meglio per umanizzare la città secolare, la città senza Dio, come qualcuno ha tradotto il libro scritto nel 1966 dal teologo americano Harvey Cox.

Nel frattempo la situazione è cambiata molto. Sento un riferimento a quello che dice San Paolo agli ateniesi sull’areopago, come descritto in Atti 17,22: “Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi…ho trovato anche un altare con l’iscrizione ‘a un Dio ignoto’. Ebbene, colui che, senza conoscerlo voi adorate, io ve lo annuncio.”   Mi sembra esattamente la situazione che troviamo oggi, non solo nelle nostre città: un crescente senso religioso, un desiderio per qualcosa che dia senso, ma nessuno sa dove trovarlo. E come ai tempi dei primi cristiani la gente si domanda: perché vivono in maniera così diversa dagli altri? Questo mi sembra essere il mistero dello ‘stile di vita cristiano’: vivere in modo tale che la gente ti chieda: come fai?

Molto spesso, nella nostra civiltà occidentale, abbiamo troppa fiducia nella capacità del welfare state e delle strutture sociali. Vogliamo liberarci del ‘buon Samaritano’ e sperare che un giorno la via che va da Gerusalemme a Gerico sia sufficientemente sicura in modo da non sentire il bisogno di un Buon Samaritano. Questo mi sembra altrettanto illusorio di quel cartello che ho visto una volta, a fianco dell’autostrada nel luogo dove adesso vivo: “In questo stato gli incidenti stradali sono proibiti.”

Città senza Dio?  Il messaggio del Vangelo è un altro: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccolo, l’avete fatto a me”. Troviamo il Signore nei poveri. E se condividiamo la nostra vita con loro non perderemo ma guadagneremo. Questa è la magnifica esperienza che molti giovani in tutto il mondo hanno fatto con e attraverso la Comunità di Sant’Egidio. E’ un’esperienza spirituale basata sul messaggio del Vangelo e la sua scelta per i poveri. Se noi scopriamo che questa scelta è per noi scopriremo parte della verità contenuta in quel proverbio tedesco che ho citato all’inizio: “il dolore condiviso è mezzo dolore, una gioia condivisa è una gioia doppia.”  Questa è un’esperienza per cui vale la pena pregare. Forse potremmo fare come faceva il francese Abbé Pierre, che andava a trovare le persone povere di strada. Una volta egli pregò: “O Signore, dai il pane a coloro che hanno fame, e rendi affamati coloro che hanno il pane.” Vi auguro entrambe le cose: la fame e il pane.

 

Messaggio del papa per l'Incontro di Sarajevo
Benedetto XVI

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