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10 Settembre 2012 09:30 | Muslim Madresa (Gazi Husrev-begova medresa)

Contributo di Jean Claude Petit



Jean-Claude Petit


Giornalista e scrittore, Francia

Signore e Signori, Cari amici,

 

Interrogarsi sul Mediterraneo come spazio di incontro è, in qualche modo, come avventurarsi a nuoto tra storia ed utopia. Esercizio pericoloso per antonomasia. Anche lo stesso grande filosofo francese Edgar Morin, non dice forse che il Mediterraneo è, cito, “un concetto complesso”? Ma questo è il nostro destino oggi: ci viene chiesto di tuffarci e di cominciare a nuotare a nostra volta. Io lo farò in tre momenti. Inizierò tra poco spiegando che a mio avviso il Mediterraneo non è, -e senza dubbio, non è mai stato il luogo d'incontro dei nostri sogni. Mi chiederò poi contro quali ostacoli si scontra questo sogno e concluderò precisando le condizioni grazie alle quali, a mio parere, questo sogno potrebbe diventare realtà!

 

Andiamo subito, se voi volete, al primo tempo della nuotata nelle acque tumultuose della storia e dell’attualità mediterranee. Il Mediterraneo, ricordiamolo, non è solamente il “mare nostrum” dell’epoca romana. Non è più solamente la "culla della civiltà", di cui noi siamo i fortunati eredi. Il Mediterraneo, infatti, è anche la "madre", la nostra madre, colei che ha generato una parte importante della nostra storia europea, che ha portato con sė, tra le altre cose, la filosofia greca, il diritto romano, i tre monoteismi. Scusate se ė poco! Fornitore di tanta ricchezza, padre di tanti valori, non è sorprendente che questo sia ancora oggi l'oggetto del nostro sogno e che di fronte a esso si impossessi di noi come una nostalgia dell’infanzia che rende belle tutte le cose.

 

Non sono io che dico questo, ma i grandi scrittori di Francia, ciascuno a suo modo, Paul Valéry nel suo Inspirations méditerranéennes, Albert Camus con L’école d’Alger, Fernand Braudel, che ne ha fatto un "personaggio storico". Senza dimenticare La Méditerranée imaginaire. dei Nerval, Lamartine o Flaubert la creazione "d’Andalousies»" voluta da Jacques Berque e neppure l’italiano Franco Cassano e il suo "Pensiero meridiano". Un sorprendente paradosso dunque: assieme ad una parte vitale della nostra storia, il Mediterraneo continua ad essere un nostro sogno. Di colpo, trasportati dalla nostra immaginazione, dimentichiamo troppo facilmente che esso porta il meglio ed il peggio, ancora oggi come durante la sua lunga avventura.

 

Da qui il saggio consiglio che ci dona Jacques Huntzinger, segretario generale dei Laboratori Culturali del Mediterraneo, inagurati dalle autorità francesi in risposta all'11 settembre 2001: "Il desiderio del Mediterraneo, scrive Jacques Huntzinger, deve essere confrontato con la realtà. Mediterraneo vero non è forse l'area del razzismo crescente, della xenofobia, delle paure, delle esclusioni? Noi vorremmo così tanto che il Mediterraneo fosse mediterraneo! "(1)" Concetto complesso, "ci riporta l’eco di Edgar Morin.

Se il realismo deve prevalere, esso non deve, necessariamente, uccidere l’utopia della quale il nostro desiderio di Mediterraneo è il vettore. Al contrario, il realismo deve portarci ad identificare gli ostacoli che, oggi più mai, rendono difficile fare del Mediterraneo uno spazio vero e durevole di incontro. Evocherò i quattro principali ostacoli:

 

Il primo di essi ė quello che il nostro amico Professor Andrea Riccardi ha chiamato “lo spirito del tempo”. Lo spirito del tempo, lo cito “è credere che uno si salvi da solo e che essere solo non sia poi così male.” Egli aggiunge: “Tuttavia, non si scherza con lo spirito del tempo del quale lo stesso Jung ha scritto che è una religione… a carattere irrazionale, ma che ha la capacità di affermarsi come criterio di verità e che pretende di avere in sė tutta la razionalità .”Lo spirito del tempo, in altre parole, assomiglia all’oblio per non dire alla negazione delle solidarietà umane indispensabili alla costruzione di un mondo vivibile. Il Mediterraneo non è meno immune da questo veleno del resto del mondo, particolarmente ma non esclusivamente sulla sua riva settentrionale.

 

Un secondo ostacolo, legato al precedente, è quello che descriveva Edgar Morin, nel 1998, durante il Convegno Unesco di Agrigento.

 

La crisi mondiale raggiunge pienamente il mare delle grandi civiltà. "Il Mare Mediterraneo che fu mare matriciale è divenuto vuoto, ha scritto il filosofo. Il mare è divenuto frontiera. Le nazioni che si sono sviluppate a nord e ad sud di questo mare hanno generato nazionalismi, le pulizie etniche, la decocosmopolitizzazione  delle grandi città come Istanbul, Beirut, Alessandria. Il nazionale, poi “religione nazionale” hanno ucciso l’umanesimo mediterraneo. Il Mediterraneo racchiude in sé la crisi di tutto il mondo, vivendo la sua crisi particolare”. (2)

 

Il terzo ostacolo deriva dalla globalizzazione in corso. Poiché la globalizzazione  fa paura, a ragione delle mutazioni che essa provoca  e spesso delle disuguaglianze che suscita, essa si accompagna, sempre più, ad una tendenza all’uniformità ed in cambio  provoca una tensione identitaria. Questa a sua volta, tende, contrariamente alle apparenze, a rispettare sempre meno le diversità delle culture, questa diversità costituisce uno dei geni caratteristici del Mediterraneo.

 

Il quarto ostacolo, infine, se confermato,consisterebbe nella fretta delle politiche europee di voler fare dello spazio mediterraneo l’Europa del sud, specialmente uno spazio economico e finanziario, a dispetto della sua identità culturale. Tuttavia, anche Edgar Morin mette in guardia: " È di un doppio movimento di cui il Mediterraneo, troppo vecchio e troppo nuovo allo stesso tempo, ha bisogno per divenire lo spazio che lo spazio di incontri che noi sognamo. Vale a dire la mediterranizzazione dell’Europa e l'europeizzazione del Mediterraneo.”

 

Questi ostacoli sono insormontabili? Sì se si accetta una premessa e se si realizzano due condizioni ai miei occhi essenziali. La premessa, si comprenderà, è innanzitutto accettare di entrare  nella complessità dello spazio mediterraneo. “Il Mediterraneo, scrive Edgar Morin, è sempre stato di volta in volta, scambio e conquista, dominazione e dialogo, relazione e scontro, polifonia e cacofonia. Poiché le sue decisioni e le sue differenze sono troppo pesanti  e vi permangono nonostante gli elementi di patrimonio comune e identità. Essere Mediterraneo è innanzitutto accettare questa complessità. Non è sognare e camminare a piedi.» (3)

 

La prima delle due condizioni essenziali è che l’Europa veglia finalmente e si doti dei mezzi culturali per avere a che fare col suo Sud e che accetti anche di cambiare il suo sguardo ed il suo rapporto con l’Islam. Ma bisogna anche che il mondo mediterraneo, caratterizzato in prevalenza dall’Islam, accetti e si doti dei mezzi per universalizzarsi. "Ciascuno, scrive ancora Jacques Huntzinger, deve un po’ togliere se stesso dal centro e affrontare la complessità." (4)

 

Ma, ed è la seconda condizione maggiore, questo suppone che il religioso ed il politico, che costituiscono le due maggiori forze della vita delle società, nel Mediterraneo come altrove, si decidano finalmente ad essere complici invece che nemici nell’arte del servizio all’umanità, che è la loro missione comune all’interno di registri differenti. Orbene i conflitti che si intensificano sotto i nostri occhi di spettatori volontariamente impotenti e i loro cortei di vittime innocenti ci mostrano ahimè il contrario: la bussola comune che dovrebbero utilizzare, ciascuno nel  proprio campo, religione e politica, non ha sempre ritrovato la giusta direzione: quella del bene comune e dell’incontro multidimensionale tra gli esseri umani. È urgente –per i cittadini europei e mediterranei- e fra loro tutti i credenti di appellarsi a queste due istanze capitali attraverso iniziative pubbliche. Di fronte ad uno spirito dei tempi sempre più devastante, noi non abbiamo altra scelta che aprirci al rispetto delle diversità culturali e religiose e moltiplicare tutti i tipi di solidarietà  tra le due rive del Mediterraneo. Lo sviluppo di un vero spazio di incontro è a questo prezzo.

 


1)       Il etait une fois la Méditerranée, Jacques Huntzinger, CNRS, 2010, p.38

 

2)       idem, p.34

3)       idem, p.39

4)       idem, p.40

 

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