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10 Settembre 2012 09:30 | Bosniak Institute of Sarajevo (Bošnjački institut u Sarajevu)

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Daniel Deckers


Giornalista del "Frankfurter Allgemeine Zeitung", Germania

Era mercoledì scorso quando, mentre mi stavo recando alla riunione di redazione della mattina, un collega mi chiamò e mi chiese se non volessi fare un breve articolo sul tema dell’”Ecumenismo”. L’occasione era, come avete avuto modo di leggere, l’appello di politici e personalità pubbliche cattoliche e protestanti, a dare una nuova spinta al dialogo ecumenico. Detto, fatto: infatti mi ricordai di un documento sottoscritto da ormai undici anni a Strasburgo, che sarebbe dovuto diventare una pietra miliare sulla via dell’ecumenismo in Europa, ma tale non è divenuto.


Si tratta della cosiddetta “Charta Oecumenica”, sottoscritta dall’allora metropolita svizzero Jéremie in nome della Conferenza delle Chiese Europee (KEK), dal Cardinal Vlk, arcivescovo ormai emerito di Praga, in nome del consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CCEE). Vorrei risparmiarvi di riportarvi l’intero contenuto del documento, e pregherei di credere al mio giudizio sommario sul documento: alla “Charta” è successo quanto spesso succede ad altri documenti. Essi non valgono la carta su cui sono scritti.
Avete per caso mai sentito dire che la KEK e la CCEE debbano collaborare più strettamente, oppure che dopo l’assemblea europea ecumenica di Sibiu ne è prevista un’altra? Cosa ne è stato della promozione del dialogo tra le Chiese oppure dell’intenzione di rendere canonicamente rilevanti le risoluzioni frutto del dialogo ecumenico? E che ne è stato dell’impegno a “cercare sempre il dialogo nel caso di controverse, soprattutto su questioni di fede o di etica, e di discutere sempre insieme queste questioni alla luce del Vangelo”?
Dal mio orizzonte essenzialmente limitato alla Germania ed all’Europa occidentale vi posso assicurare che tra protestanti e cattolici da tempo non è più così. Nelle questioni di bioetica i vertici delle Chiese ed i teologi parlano ormai una lingua ormai talmente diversa gli uni dagli altri,  da rendere assurda l’immagine dell’essere umano che le Chiese offrono. Cosa bisogna infatti pensare, quando non vi è chiarezza sul fatto se è conforme alla volontà di Dio Creatore produrre ed uccidere embrioni allo scopo di condurre la ricerca sulle cellule staminali? Sarebbe possibile fare un lungo elenco dei punti di dissenso, inclusa la questione della valutazione etica dell’omosessualità.
Accenno a questi punti perché vorrei affermare, all’inizio delle mie riflessioni, che in tempi di crisi è fin troppo facile dipingere i politici come incompetenti oppure assetati di potere, le nazioni come egoiste e prepotenti, le banche e i mercati finanziari internazionali come avidi ed irresponsabili, e così via.


Non voglio escludere che ciò possa in parte essere vero. Tuttavia,  il Cardinale Joseph Ratzinger sosteneva che l’Europa si sia svuotata dall’interno proprio quando era all’apice del suo successo. Se bisogna prestargli fede, allora sono propenso ad applicare questa frase anche all’Europa delle Chiese, che non sono state capaci a trovare un linguaggio comune né al loro interno, né verso gli altri. In esse sopravvivono ancora molti limiti mentali e culturali, come se l’unificazione europea fosse stata solo un progetto delle elite laiche e non anche un progetto dei cristiani, come è stato dall’inizio.
Naturalmente vorrei anche riconoscere il bene fatto dai cristiani ancora oggi in Europa e per l’Europa. Soltanto l’organizzazione “Renovabis” della Chiesa Cattolica tedesca, attiva in Europa dell’Est, ogni anno sostiene innumerevoli progetti nei paesi che precedentemente si trovavano dietro la cortina di ferro. Ed il fatto stesso che quest’anno l’incontro per la pace della Comunità di Sant’Egidio si svolga a Sarajevo alimenta la speranza che non tornino più i tempi di guerra.
Tuttavia, alla metà degli anni ottanta, chi avrebbe potuto immaginare che la storia della disgregazione della Jugoslavia sarebbe stata scritta col sangue, mentre le trasformazioni die paesi dell’Europa centrale ed orientale si sarebbero svolte per lo più in maniera pacifica? E, ancora pochi anni fa, prima dello scoppio della crisi economico-finanziaria nell’autunno del 2008, chi avrebbe potuto prevedere che si sarebbero riaperte delle profonde divisioni tra paesi europei, come quelle che si credevano finite per sempre, dopo più di 50 anni di storia dell’unificazione europea? La mia Germania che cerca di nuovo l’egemonia in Europa?
Per lo meno non vengono più create alleanze militari contro questa Germania. Ma, per tornare a quanto disse il Cardinal Ratzinger nel 2004, paradossalmente, proprio all’apice del suo successo, rappresentato dall’unione monetaria, l’Europa non è forse stata internamente talmente vuota, da permettere che, sotto il peso delle disomogeneità dei sistemi economici e sociali, questa unione fallisse, minacciando di distruggere il lavoro di unità compiuto da due generazioni?


Concedetemelo, però: ciò che avviene in Europa è tutt’altro che una guerra della Germania contro tutti o di tutti contro la Germania. Oppure dobbiamo ammettere che i sloveni o gli estoni, con il loro benessere faticosamente raggiunto dopo il 1999 alimentino un organismo statale dal nome di Grecia, nella quale, dopo ogni elezione parlamentare vengono creati 50.000 posti nel pubblico impiego, e che continua a permettersi un esercito scandalosamente sovradimensionato, che purtroppo è refrattario a fare economie?
Ora, ci sono persone più competenti di me per parlare delle dimensioni economiche e politiche della crisi dei debiti sovrani. Vorrei piuttosto riprendere nuovamente la frase di Joseph Ratzinger alias Papa Benedetto XVI. Parlando di “svuotamento” aveva in mente non solo il morire delle forze spirituali portanti della società, ma anche lo svuotamento fisico del continente a causa dei bassi tassi di natalità. Secondo l’attuale papa, “l’Europa si è avviata anche da un punto di vista etnico sulla strada dell’autoliquidazione”.
Non si può dubitare di questa diagnosi, anche se bisogna guardarsi dall’utilizzare questa citazione per giustificare ostilità verso gli stranieri. Al Cardinal Ratzinger premeva qualcos’altro: in nessun altro luogo al mondo i tassi di natalità sono così bassi come in Europa, per lo meno nell’area mediterranea cattolico-romana, in nessun altro luogo la speranza di vita è scesa come in Russia, dove l’alcoolismo e la violenza rovinano la società intera, prima ancora che dal crollo della cortina di ferro.


Bisognerebbe tuttavia guardarsi da un equivoco: i tassi di natalità decrescenti, in particolare nell’Europa del Sud, in un contesto di difficoltà sociali causate dalla crisi dell’economia e del debito, potrebbero essere interpretati come espressione di una mancanza di fiducia nel futuro, se non come fenomeno di povertà. E’ vero il contrario: i tassi di natalità sono scesi, quando il benessere aumentava, la riproduzione venne disaccoppiata dalla sessualità e l’emancipazione della donna aveva come obiettivo quello di eguagliare l’uomo nella realizzazione nel mondo lavorativo. Sarebbe ingenuo volere lo status quo ante. Ma è ancora da dimostrare che lo status quo sia più desiderabile.
Com’è allora possibile parlare di una “rinascita” dell’Europa? Se me lo permettete, vorrei lanciare l’idea che la rinascita dell’Europa comincerà quando sempre più uomini e donne decideranno, confidando nell’aiuto di Dio, di promettere l’un l’altra di amarsi e di onorarsi, in parole povere, di concludere il matrimonio, e di trasmettere ad altri il dono della vita. “Rinascita” significa, banalmente, più nascite.
Che la rinascita dell’Europa ricominci con più nascite non significa di gran lunga che di limiti a questo.
Un secondo elemento della rinascita consiste al mio avviso nel fatto che ci si accordi nello stabilire di quale Europa stiamo parlando, per quale Europa vale la pena avere una rinascita. Certamente non per quella che non seppe o non volle evitare lo spargimento di sangue nei Balcani.
A mio avviso non può essere neanche l’Europa che, volendo esagerare, dichiara essere europeo tutto ciò che lo vuole essere. L’Europa è e rimane un concetto che non è geografico ma culturale e storico. Nella sua autocoscienza esiste soltanto a partire dalle invasioni degli Ottomani all’inizio dell’era moderna.
Cosa c’è allora di “europeo“, che è sorto e si è affermato in contrapposizione ad altre culture, come ad esempio quella islamica? Alcune cose sarebbero da nominare: per esempio la separazione tra Sacerdotium ed Imperium, la divisione tra il diritto e la morale, oppure anche la divisione dei poteri. Ma attenzione: in tal senso è “europea” soltanto la parte occidentale dell’Europa, di matrice latina. Nella parte orientale fino ad oggi vi sono differenze non da poco.


Che c’è allora da fare? Un piano generale per la “rinascita” dell’Europa non può esistere. Ma sarebbe già un passo avanti se dell’Europa non si parlasse soltanto in acronimi come la BCE, MES, FESF o in categorie come spread od eurobond. Per la mia generazione ed a maggior ragione per quella dei miei genitori l’Europa è sempre stata una promessa di pace, che la generazione dei miei nonni e le generazioni precedenti non hanno potuto vivere, e che nelle altre parti del mondo non è ancora scontato.
E’ questa pace, e non soltanto il benessere, che occorre riconsolidare, anche nella convivenza con persone di convinzioni religiose diverse e dalla pelle di diversi colori, all’interno dell’Europa. Affinché ciò avvenga, le Chiese devono dare il loro contributo più di tutte le altre istituzioni. E’ questo e molto altro più ciò a cui si sono impegnate più di undici anni fa nella “Charta Oecumenica”. Queste sono le ragioni della mia proposta. La rinascita non comincia col cercare il futuro dell’Europa, ma col trovarlo. Le cose importanti sono state già dette da un pezzo, e non sono ancora state fatte, secondo la massima, che non bisogna più giustificare ciò che si è fatto insieme, ma ciò che si è fatto separatamente. Una bella massima, anche per la comunione di stati e di popoli europei, o no? 

Messaggio del papa per l'Incontro di Sarajevo
Benedetto XVI

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