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10 Settembre 2012 16:30 | Dom Armie Kino Hall

Contributo di Hilde Kieboom



Hilde Kieboom


Vicepresidente della Comunità di Sant’Egidio

Malgrado, e forse anche a causa della crisi economica e finanziaria che attanaglia il mondo nella paura e nell’incertezza da quasi cinque anni ormai, il processo della iper-globalizzazione sta sempre continuando, trasformando ogni uomo ed ogni donna in un consumatore o uno spendaccione che lavora tanto. A causa della dominio del mercato, valutiamo tutto in termini di soldi e di consumo.

Tuttavia, questa globalizzazione economica non ha portato la pace e l’unità nel mondo, la sicurezza ed il benessere per tutti, seppur tanto sperati. Anche se la globalizzazione ha fatto cadere tante frontiere, questo mondo apparentemente senza confini, sta erigendo nuovi muri dietro ai quali sempre di più i poveri vengono continuamente dimenticati. Il materialismo globalizzato non insegna ai nostri contemporanei come vivere insieme. Oggi vediamo come in Europa, che ha fondato la sua unificazione soprattutto sul pilastro economico e poi su quello monetario questo approccio materialistico attualmente minacci di provocare la spaccatura dell’Unione Europea stessa. In un’Europa in crisi, si vede una divisione sempre più grande fra i paesi ‘performanti’ e quelli ‘meno performanti’. I vecchi pregiudizi fra l’Europa del Nord e del Sud riemergono.  Dei nuovi muri e delle nuove forme di ‘apartheid’ fra ricchi e poveri vengono costruiti. L’abisso fra quelli che hanno e quelli che non hanno e la disuguaglianza crescente fra il Nord e il Sud come anche all’interno delle nostre città, sono senza dubbio le cause principali della paura e dell’insicurezza. Il processo di unificazione dell’Europa – cioè il vivere insieme tra varie nazioni europee in pace, solidarietà e stima vicendevole – era un progetto profondamente spirituale per andare oltre lo spirito delle rivalità nazionalistiche e del disprezzo e pregiudizio che ha portato alle atrocità delle due grandi Guerre europee, e al tentativo di sterminare tutta la popolazione ebrea in Europa. Non è sufficiente descrivere l’attuale crisi europea come finanziaria o economica, è una crisi spirituale. L’Europa deve rinnovare la scelta spirituale che ha ispirato tutto il processo di unificazione.

Senza una dimensione spirituale nella vita, le persone non imparano a vivere insieme. Nel mondo materiale del neoliberalismo, regna l’ognuno per sé, e alla fine, si diventa rivali. Nel romanzo Atlas Shrugged l’influente scrittrice americana Ayn Rand dichiara la sua preferenza per un mondo dove bisogna pagare per tutto, dove lo stato è completamente privatizzato e dove l’impegno gratuito è sbagliato nella sostanza. Purtroppo questa teoria ha portato il mondo al suo attuale decadimento. Ancora, senza una spiritualità che trasmetta dei valori etici ed universali, le persone e le comunità non imparano a vivere insieme. Le nostre tradizioni religiose diffondono un messaggio di pace, ma incitano anche a colmare l’abisso tra i ricchi e i poveri, i malati e i sani, i vecchi e i giovani, e invitano a considerare la vita come un servizio agli altri e alla pace. La crisi economica degli anni trascorsi ha intensificato l’indurimento dell’opinione pubblica verso i poveri: questo fa aumentare il bisogno di una voce diversa per fermare il “ciascuno per sé”. Le manifestazioni dei giovani nella periferia di Londra della scorsa estate, come gli scontri a Parigi di qualche anno fa, hanno dimostrato in modo drammatico la mancanza del senso del vivere insieme e la rabbia delle giovani generazioni che crescono senza poter accedere al benessere della società. La mancanza del senso del vivere insieme crea delle vittime e rende il mondo meno sicuro.

Una delle caratteristiche più incisive della globalizzazione è la migrazione dei popoli. Nelle grandi città del Belgio, il mio paese di provenienza, più della metà dei bambini nelle scuole elementari è di origine straniera. Ma questo costituisce soltanto un problema, o potrebbe anche essere un’opportunità? Nell’Europa sta crescendo una generazione globalizzata che, senza ignorare le sue origini, si sente allo stesso tempo a casa in una cultura europea di democrazia, di libertà e di stato di diritto. Il mestizaje (meticciato) o la miscela di civiltà che ne consegue, aiuta gli europei a definire meglio i loro valori e a reagire contro la rassegnazione e l’irrilevanza che troppo spesso caratterizzano il vecchio continente. Ciò nonostante, la migrazione non ci porta a vivere automaticamente con quelli che sono diversi da noi. C’è un grande bisogno di costruire una “cultura della globalizzazione o del vivere insieme” e questo incontro qui a Sarajevo ci aiuta a trovare le risorse. La storia di questa “Gerusalemme d’Europa” come il beato papa Giovanni Paolo II definì Sarajevo, e della guerra in Bosnia ci mostrano le drammatiche conseguenze della crisi del vivere insieme. Sarajevo invita le religioni ad affrontare la responsabilità urgente di inventare modi e modelli per vivere insieme tra persone diverse. Le tradizioni spirituali delle religioni insegnano alle persone a vivere insieme, questo perché ogni religione chiama i suoi credenti ad onorare la vita, a rispettare l’altro e a vivere con un’ideale ed una visione.

L’attuale crisi economica dimostra il deficit di un mondo fondato su interessi materiali, portando tanti europei a preoccuparsi soltanto di preservare le loro sicurezze e il loro benessere. Il migrante, sia quello venuto in Europa negli anni Sessanta come lavoratore straniero dal Marocco o dalla Turchia come quello venuto negli anni Novanta come richiedente asilo dall’Europa dell’Est, dal Medio Oriente o dall’Africa, o come quello del nuovo millennio, ‘lavoratore senza documenti’, proprio questo migrante diventa il capro espiatorio della crisi economica, e ogni mezzo è utilizzato per impedirne l’entrata. Non si può  tornare indietro: per questo la coesistenza pacifica delle genti autoctone e dei migranti, sarà sempre di più determinante per l’evoluzione della nostra società europea. Come dice il titolo del nostro incontro: Vivere insieme è il futuro. La conoscenza del background culturale e religioso dei nuovi venuti è di grande importanza, perché la migrazione sta trasformando le città del mondo in laboratori multiculturali e multireligiosi del vivere insieme. Le città offrono una grande opportunità per il dialogo ecumenico e interreligioso, essenziale per una società armonica e per la pace nel mondo. Oggi vediamo il ritorno di varie fedi nella comunità globale. Mentre durante il Novecento in Europa, la religione era considerata come un fenomeno destinato a sparire, il 2000 sta vivendo un ritorno della religione e dell’identità religiosa, come il rabbino londinese Jonathan Sacks evidenzia in Dignity of difference. Tante città europee sono oggi delle finestre sul mondo: vi si possono incontrare persone e comunità di tante origini, culture e religioni diverse. Nel mondo globalizzato, le religioni hanno sempre più il compito di educare i giovani a radicarsi nelle loro tradizioni con occhi interessati agli altri. Vivere insieme è molto più che una coesistenza indifferente fra gruppi e comunità. C’è qui un’opportunità per i cattolici: come beneficiari diretti del Concilio Vaticano II, sono chiamati dalla dichiarazione del Concilio Nostra Ætate a utilizzare le loro capacità a riconciliare identità e apertura. Lo spirito di Assisi ci sfida ad osare credendo nelle opportunità offerte da questa prospettiva importante del vivere insieme fra genti diverse.

Per questo, le Comunità di Sant’Egidio in Europa si impegnano per ritessere il tessuto umano fra la popolazioni europee che stanno invecchiando ed i giovani migranti, attraverso incontri amichevoli e gioiosi, organizzando fiaccolate per commemorare la deportazione degli Ebrei e degli zingari dalle loro città, attraverso incontri festosi di iftar offerti ai musulmani della città come segno di vicinanza ed apprezzamento. Trasmettendo questa cultura del vivere insieme alle giovani generazioni si possono evitare le passioni nazionaliste e l’ira razzista mettendo tutti in guardia per ogni forma nuova o antica di anti-semitismo. Così la globalizzazione può diventare una cultura di tutti i cittadini, anche dei bambini, dei giovani dei quartieri poveri. Vivere insieme è la migliore assicurazione per la sicurezza del nostro pianeta, rende il mondo più vivibile per le generazioni future. E’ veramente il nostro futuro comune.

 

Messaggio del papa per l'Incontro di Sarajevo
Benedetto XVI

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