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11 Settembre 2012 09:30 | Mayor Seminar of Sarajevo (Hall Paul VI)

Sarajevo 20 anni dopo la guerra: dal conflitto all'incontro?



Stefan Dartmann


Presidente di Renovabis, Germania

Dal 1992 fino all'inizio del 1996, la capitale della Bosnia-Erzegovina è stata sotto assedio, in totale per 1425 giorni; si stima che in città siano stati uccisi o siano scomparsi circa 12.000 civili, di cui oltre 1.500 bambini. Altre 56.000 persone sono rimaste ferite, tra cui quasi 15.000 bambini.

Durante la guerra in Bosnia Erzegovina sono state uccise più di 200.000 persone, circa il 60% della popolazione totale del paese è stato costretto a lasciare le proprie case ed a cercare un rifugio in altre parti del paese, nei paesi vicini o in parti distanti del mondo. Anche se "l'Accordo di Dayton" affermava che tutti avevano il diritto di ritornare nella propria casa, un gran numero di persone ha preferito restare in altri luoghi, sia in altre parti del paese che all'estero.

Questi pochi fatti da soli potrebbero essere sufficienti per descrivere, quanto profondi e radicati fossero questi conflitti sia che esistessero già prima dello scoppio della violenza di questa guerra sia che siano stati  creati dalle atrocità della guerra in questa città e in tutto il paese.

20 anni dopo la fine della guerra - anche se sembra che non sia giunta la pace vera – ci stiamo raccogliendo insieme in questa meravigliosa città per il Meeting Mondiale per la Pace. Sono convinto che questa sia una prova del fatto che la gente in questo paese e in questa particolare città non ha perso la capacità di lasciarsi alle spalle perlomeno i conflitti aperti, anche se ci sono ancora molte ragioni per parlare di conflitti persistenti: ci sono spesso notizie di stampa circa i conflitti ancora esistenti tra i diversi gruppi etnici o religiosi, o sulle frustranti e paralizzanti strutture amministrative e politiche, la stagnazione economica, la corruzione, etc. - cioè tutti quei fattori che impediscono a questo paese ed a questa città di raggiungere la vera pace.

Ma non ci incontriamo qui solo per guardare indietro con rabbia o lamentarci di problemi senza dubbio esistenti. Siamo qui riuniti per gettare lo sguardo su quei progetti che sono segnali positivi, progetti di speranza che erano stati e sono tuttora portati avanti da individui, gruppi ed organizzazioni che mettono in discussione l'opinione comune di una Bosnia Erzegovina senza futuro - vale a dire nessun futuro come uno stato composto da diversi gruppi etnici e nessun futuro come rifugio sicuro e prospero per la sua gente.

Andando in giro in questa città e per la Bosnia-Erzegovina nel suo complesso, con un occhio aperto ai diversi progetti, ci rendiamo conto che - contro ogni previsione - molto è stato fatto.

In qualità di rappresentante di Renovabis, la campagna di solidarietà dei Cattolici Tedeschi con le Persone dell’ Europa Centrale e Orientale, vorrei richiamare la vostra attenzione sulle scuole che sono state fondate dai nostri partner di progetto con la denominazione di "Scuole per l'Europa" (sono felice di vedere il padre spirituale e intellettuale di questo concetto, vescovo ausiliare Dr. Pero Sudar in mezzo a noi). In sei centri scolastici - in tutto il paese -, in realtà quasi 6000 studenti, dai 5 o 6 anni fino all'età di anni 18/19 stanno imparando insieme, a prescindere dal loro status sociale o dalla loro etnia. Nel 1994, quando la prima Scuola per l'Europa è stata fondata proprio qui a Sarajevo, l'idea che i giovani di diverse etnie avrebbe imparato insieme e sarebbero stati amici anche nel loro tempo libero, sembrava incredibile. Oggi, venti anni dopo, il Katolicke Skolske Centra sono un modello per tutto il paese.

La religione era ed è ancora talvolta indicata come una delle cause della guerra in questo paese - non ho intenzione di iniziare una discussione su questo problema - posso solo dire che le comunità religiose in Bosnia-Erzegovina hanno contribuito e ancora contribuiscono molto alla ricostruzione di questo paese, sia materialmente che, soprattutto, spiritualmente. Comunità di fede in tutto il mondo hanno fatto un enorme sforzo sia durante che dopo la guerra perchè la vita potesse continuare e anche perché ci fossero reali prospettive perché la gente potesse rimanere qui.

Non conosco in dettaglio come altre organizzazioni e istituzioni abbiano contribuito a normalizzare la vita qui e in tutto il paese. Renovabis ha aiutato anche attraverso la ricostruzione delle infrastrutture pastorali (che erano state in gran parte danneggiate in tutto il paese) e soprattutto attraverso l'apertura di nuove attività, dando prospettive positive ai cattolici ed a tutti gli uomini, che - in un certo senso olistico del termine - vogliono "ricostruire" il loro paese.

In tutti questi anni quasi 35 milioni di euro sono stati investiti da Renovabis per realizzare un numero totale di 450 progetti dei nostri partner; io sono convinto che il denaro è stato ben investito. Le scuole già citate (Scuole per l'Europa) hanno ricevuto una quota importante di tale importo, ma ci sono numerosi progetti sociali come asili, centri sociali, e progetti per gli anziani e per le famiglie economicamente deboli, - in breve, per tutti coloro che erano in situazioni difficili e non potevano sostenersi. Quasi tutti questi progetti hanno contribuito a costruire la società civile. Il sostegno finanziario è spesso servito come punto di partenza per iniziative che non si sono fermate quando il denaro in arrivo dall’estero si è esaurito, ma che continuano a funzionare grazie a risorse finanziarie locali – provenienti sia dalle rispettive comunità che da finanziamenti pubblici. Sono felice che Renovabis è stata in grado di contribuire allo sviluppo delle prospettive di autonomia e di auto-sostenibilità in questo paese.

Dopo tutto, non è stato in primo luogo l'aiuto dall'esterno che ha reso possibile uno sviluppo in un certo senso positivo – questo è stato una conquista del popolo della Bosnia-Erzegovina. Senza il vostro buon senso - anche se non molto spesso riconosciuto e stimato - anche tutti i nostri sforzi sarebbero stati inutili.

Soprattutto le giovani generazioni che sono cresciute durante e dopo la guerra, rafforzano la nostra speranza che tu, popolo della Bosnia-Erzegovina, troverai la tua strada per vivere insieme in pace.

Per tutti coloro che - come me - sono ospiti dall'estero, vi consiglio di cogliere in questi giorni l’opportunità di andare a fare una passeggiata in questa meravigliosa città di Sarajevo, magari per prendere un caffè in uno dei numerosi bar e scoprire che non sarà possibile distinguere chi appartiene a quale gruppo etnico; credo, che anche solo osservando i giovani bosniaci per le strade di Sarajevo, ci si renda veramente conto di come, sopratutto le giovani generazioni, siano desiderose di vivere insieme, in armonia e rispetto reciproco, ispirati da un desiderio comune di costruire una società giusta e un futuro prospero.

 

Messaggio del papa per l'Incontro di Sarajevo
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