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11 Settembre 2012 09:30 | National Theatre

Contributo di Jean-Arnold de Clermont



Jean-Arnold de Clermont


Pastore della Chiesa protestante unita di Francia

« Il Concilio Vaticano II ha cinquant'anni: c'è ancora un futuro per il dialogo? »

La dichiarazione sul rapporto della Chiesa con le religioni non cristiane "Nostra Aetate", pur non essendo una dichiarazione conciliare, porta la data del 28 ottobre 1965, cioè dell'ultima sezione del Concilio Vaticano II , é comunque una delle dichiarazioni più significative di questo concilio.

"Testo di passaggio" dirà Mons. Deniau che “non ha né il valore né l'autorità di una Costituzione”, ma che in realtà “é aperto a sviluppi posteriori”. E' un testo decisivo proprio perché ha aperto al dialogo, dovrei dire ai dialoghi (al plurale).
Vediamo come é costruito questo testo di soli cinque brevi capitoli:
Il primo indica ciò che é comune a tutti gli uomini: “I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità. Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l'intero genere umano su tutta la faccia della terra. Hanno anche un solo fine ultimo, Dio, la cui Provvidenza, le cui testimonianze di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti finché gli eletti saranno riuniti nella città santa, che la gloria di Dio illuminerà e dove le genti cammineranno nella sua luce”.
E questo capitolo continua con un paragrafo a mio parere essenziale:
“Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell'uomo: la natura dell'uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l'origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l'ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo”.


Seguono tre capitoli dedicati rispettivamente alle “diverse religioni non-cristiane” (da intendersi principalmente l’induismo e il buddismo), alla religione musulmana e alla religione ebraica.  Poi l’ultimo capitolo si intitola : “Fraternità universale” escludendo qualsiasi discriminazione.
Questi capitoli sono caratterizzati da parole forti: non respingere nulla di ciò che è vero e santo in queste religioni, il dialogo e la collaborazione, la stima, la necessaria comprensione reciproca, e la riprovazione riguardo ogni discriminazione o vessazione operata verso gli uomini in ragione della loro razza, del loro colore, della loro classe o religione…
Il capitolo 4, che riguarda la religione ebraica, è quello di cui si è più parlato. Esso veniva per la maggior parte dall’iniziativa di Giovanni XXIII . Durante il Concilio, è stato oggetto di dibattiti intensi per decidere dove dovesse comparire. E’ stato finalmente adottato da 2281 voti contro 88. I Padri conciliari vi hanno visto un frutto dello Spirito Santo.


La dichiarazione conciliare, come ho detto prima, non è che un testo di passaggio, “ più un inizio che una conclusione. Essa segna una svolta nell’atteggiamento cristiano verso l’ebraismo. Essa apre una strada e ci permette di prendere l’esatta misura del nostro compito…" Il suo principale difetto, come è stato detto recentemente a un colloquio dell’Istituto superiore di Studi Ecumenici è che ciò che è dedicato dal Concilio alla religione ebraica “si trova nella dichiarazione sulle religioni non cristiane, mentre l’ebraismo è almeno una religione pre-cristiana e il cristianesimo un ebraismo donato a tutti."
Ma è ora il momento di rispondere alla domanda di oggi: c’è ancora un futuro per il dialogo?
Lo faccio in tre punti:
Il dialogo interrreligioso aveva preceduto largamente il Vaticano II.
Per il protestantesimo, se esso è iniziato molto prima di ciò che ricorderò, la conferenza di Seelisberg nel 1947 che elabora dieci tesi per contribuire a sradicare i pregiudizi contro gli ebrei, la creazione dell’amicizia ebraico-cristiana nel 1948, l’assemblea di Amsterdam del consiglio Ecumenico delle Chiese nel 1948 sono momenti significativi di presa di coscienza e di impegno contro l’antisemitismo.
Per il cattolicesimo, se molte personalità partecipano a questo movimento, la dottrina della sostituzione che considera la Chiesa come “il vero Israele” rimane fino al Concilio Vaticano II.


Ma è il Concilio che cambia la situazione in profondità. I grandi testi del Concilio ne sono testimoni.
Io citerò: Lumen Gentium 16: “Infine, quanto a quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo, anch'essi in vari modi sono ordinati al popolo di Dio. In primo luogo quel popolo al quale furono dati i testamenti e le promesse e dal quale Cristo è nato secondo la carne, popolo molto amato in ragione della elezione, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili”.
Ma anche la Dei Verbum 14-15-16,  che ridà tutto il suo posto all’Antico Testamento.
E Gaudium et Spes 22: “E ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà…”.
E Dignitatis humanae sulla libertà religiosa.
Ciò che importa capire qui è l'impulso dato dal Concilio a un dialogo ebraico-cristiano che andrà crescendo e che segnerà i cinquanta anni seguenti di testi e di incontri che noi tutti ricordiamo, con Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma, a Mayence, a Varsavia o a Yad Vashem; il Cardinal Lustiger a Auschwitz o Benedetto XVI quando ha ricevuto i due Grandi Rabbini di Israele. 
Da parte loro le Chiese protestanti d'Europa producono un testo importante nel 2001 "Chiesa e Israele" che è un vero studio teologico che ricorda particolarmente che la teologia della sostituzione è falsa, denuncia la missione tra gli ebrei e enuncia la solidarietà che lega le Chiese a Israele.
Così sono poste le condizioni per proseguire i dialoghi. Ecco alcuni principi:

Bisogna prima di tutto assumere la nostra storia, fatta di condanne, di esclusioni, di persecuzioni; cioè riconoscere gli errori del passato, per non ricadervi e trattare i dialoghi contemporanei con umiltà, essendo pronti a  correggere i nuovi errori sempre possibili. Bisogna anche affrontare le incomprensioni dei nostri contemporanei che non sempre sono pronti a seguire questi orientamenti.

E' necessario che questi dialoghi non cerchino esplicitamente di convincere l'altro del suo "errore", ma cerchino la comprensione reciproca, la possibilità di apprendere dall'altro. Egli è come me un cercatore della verità divina per condurre la sua vita; anche se il cammino che seguo è diverso dal suo, egli ha qualche cosa da insegnarmi e io ho qualcosa da offrirgli.
 Con l'ebraismo e l'Islam , noi abbiamo in comune la fede in un Dio unico. " La sua verità supera tutti i nostri modi di pensare e di comprensione umana come i nostri desideri più profondi di conformarci alla sua volontà. Noi apprendiamo questa verità in maniera multipla e frammentaria. Questa riconoscenza dovrebbe portarci ad essere umili, tolleranti e accoglienti gli uni verso gli altri, liberarci di tutti i sentimenti di superiorità e incitarci a cercare più ardentemente la volontà e la gloria di Dio per tutta la sua creazione".
Con le altre religioni, é il loro itinerario spirituale che ci deve insegnare a far progredire i valori spirituali , morali e socioculturali che in esse si trovano.

Come indicava "Nostra Aetate" : " Gli uomini attendono dalle diverse religioni la risposta agli enigmi nascosti della condizione umana, che ieri come oggi, turbano profondamente il cuore dell'uomo".
In queste poche parole è tracciata la strada per un dialogo permanente, che deve essere sempre rinnovato perché ha il compito di rispondere "agli enigmi nascosti della condizione umana".
 
Jean-Arnold de Clermont, Pastore
Sarajevo, Settembre 2012.

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