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8 Settembre 2015 | TIRANA, ALBANIA

Dolori e speranze del Mediterraneo, mare che divide e unisce

Un colloquio tra il Card. Crescenzio Sepe, Nedim Gursel, Alvaro Albacete e Jaume Castro

 
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TIRANA - “Napoli è il suo mare. Eppure, per tanti altri aspetti, aveva ragione Anna Maria Ortese: il mare non bagna Napoli, perché la città si è costruita nei secoli anche come città di terraferma, poco legata alla dimensione mediterranea, capitale di un regno e di un viceregno poco proiettati verso l’esterno. In fondo anche la camorra, come fenomeno sociale e culturale di lunga durata, esprime quest’anima chiusa, immobile, terrigna di una città contraddittoria”.

Con queste parole il cardinale Crescenzio Sepe,  Arcivescovo di Napoli, ha aperto il panel “Storie del mediterraneo: mare che divide e unisce”, nella seconda giornata dell’ incontro internazionale di preghiera per la pace di Tirana organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio.

“Il futuro di Napoli  ha concluso il Cardinale è aprirsi con fiducia al mondo, dare largo alla speranza. La sua accoglienza non può rimanere confinata nello stereotipo di una certa napoletanità da cartolina. Deve essere sempre più vita concreta, cuore pulsante, spazio che unisce”.

Per Alvaro Albacete, Vicesegretario generale per le Relazioni Esterne del “KAICIID”, “c’è una incapacità del Nord del mondo a costruire una comunità nel Mediterraneo, perchè di fronte alla complessità della realtà ci devono essere soluzioni altrettanto complesse. Nel frattempo urge far ripartire la diplomazia e nello stesso tempo occorre prendere decisioni di natura umanitaria”.
 
Lo scrittore turco Nedim Gursel, ha affermato con amarezza:  “È difficile constatare che il Mediterraneo, la culla della civiltà, sia diventato un cimitero di bambini”.

La tavola rotonda si è  conclusa con l’intervento di Jaume Castro della Comunità di Sant’Egidio di Barcellona che ha intravisto dei segnali di speranza: “l’indignazione dei cittadini sta generando una politica dell’accoglienza”, mentre “ i giovani sono i protagonisti del futuro. C’è un grande bisogno di costruire con loro una cultura del vivere insieme partendo dalle loro grandi energie e possibilità”.


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