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8 Settembre 2014 09:30 | Auditorium Elzenveld

Gandhi : I tentativi verso la sovranità morale



Vidya Jain


Direttore Centro Studi Gandhiani, Università di Rajasthan, India

Introduzione

Gandhi è stato studiato e valutato da molte prospettive, dominate soprattutto dall’idea che fosse una persona elevata spiritualmente, poiché cercò di trasformare la politica in etica politica. Per sostenere questa componente di predilezione, Gandhi è stato presentato largamente come un propugnatore di imperativi etici per individuare il suo ruolo e il suo impatto in Sudafrica e poi nella politica indiana. L’idea che Gandhi fosse sostanzialmente un "santo" che si era avventurato nell’attivismo politico o che utilizzò e rafforzò la “lingua della santità” per sostenere i valori umani in politica, spiega i principali interessi e obiettivi di Gandhi. Gandhi appare come un amalgama unico di bontà e grandezza.

Gandhi che descrive se stesso nella sua autobiografia come disceso da una casta di piccoli commercianti ed era in realtà figlio e nipote di principi e primi ministri di stato, divenne per molti Mahatma (grande anima).1 Come fu possibile? Com’era successo? Il carisma di Gandhi era storicamente determinato. Era erede dei valori contenuti nell’infinito flusso di determinanti storiche già esistenti. La rivitalizzazione della tradizione da parte di Gandhi coinvolgeva nutrimento e valori radicati, pratiche e interessi. La sua lotta, ad esempio, contro l’intoccabilità e altre opere di riforma sociale, simboli tradizionali, idiomi e lingue erano usati per trasmettere nuovi significati e per ricostituire l’azione sociale. 

Nelle sezioni seguenti i concetti di Gandhi di ricerca religiosa, verità, politica, etica e moralità vengono affrontati per delineare un ritratto composito della sua personalità, del suo pensiero e della sua pratica. 

Gandhi e la sua ricerca religiosa

Le opinioni religiose e morali di Gandhi sono ammirevoli, ma la pratica di queste in politica è difficile da capire. Per quanto strano possa sembrare, Gandhi crebbe in un ambiente familiare Indù, al gradino del Vaishnavism, ed era anche esposto a influenze giainiste. Il libro che divenne il più forte legame di Gandhi era il “Bhagavad Gita”, chiamato "Dizionario spirituale". Due parole del Gita, Aparigraha (non-possesso) e Sambhava (equanimità) aprirono a Gandhi orizzonti illimitati. Il non-possesso implicava di respingere i beni materiali che irrigidivano lo spirito, scrollarsi di dosso i legami del denaro, della proprietà e del sesso, e considerare se stesso un amministratore, non un proprietario. L’equanimità richiedeva che si restasse imperturbabili di fronte al dolore o al piacere, alla vittoria o alla sconfitta, e che  si lavorasse senza speranza di successo o paura di fallimento.

La ricerca religiosa di Gandhi lo aiutò a forgiare non soltanto la sua personalità, ma la tecnica politica con cui confrontò la divisione razziale in Sudafrica e il colonialismo in India. Nell’evoluzione del satyagraha come tipo di lotta non violenta, riconobbe il suo debito non soltanto verso Tolstoy e Thoureau ma anche verso il Gita.

Alla domanda su cosa avrebbe fatto quando ci fossero raccomandazioni diverse da parte di diverse religioni, Gandhi rispose: 'La verità è superiore a tutto e respingo ciò che confligge con essa. Come anche ciò che è in conflitto con la non-violenza dovrebbe essere respinto. E in merito agli argomenti su cui si può discutere, ciò che si scontra con la ragione dev’essere respinto."2  

Gandhi, verità e politica

La verità era Dio per Gandhi. “Credevo che Dio fosse Verità”, scrisse, “ora so che la Verità è Dio”. Tutta la sua vita fu una sperimentazione con il concetto di verità. La verità è il solo statuto spirituale per spiriti liberi. E’ l’affermazione della dignità dell’uomo. Se uno decide di lottare per la verità è perché la vede e vuole cambiare la propria vita. L’efficacia del Satyagraha dipende dalla tenacia nel resistere al male che, mentre rifiuta la forza, sviluppa nel Satyagrahi la capacità di far fronte a tutti i rischi felicemente.

Lo stesso Mahatma Gandhi scrisse nell’introduzione a “Un’autobiografia: la storia della mia ricerca della Verità” (1927) che la Verità era lo scopo della sua vita: “Semplicemente voglio raccontare la storia dei miei numerosi tentativi con la verità… la mia vita consiste in nient’altro che questi tentativi… Se questi tentativi sono davvero spirituali, allora non ci può essere spazio per l’auto-elogio. Possono soltanto aggiungere alla mia umiltà… Ma per me la verità è il principio sovrano che include numerosi altri principi. Questa verità non è soltanto veridicità nella parola, ma anche nel pensiero e non soltanto la verità relativa della nostra concezione, ma la verità assoluta, l’eterno principio, che è Dio… Io adoro Dio soltanto come Verità… Io sto cercando di trovarlo. Ma finché non avrò capito la Verità Assoluta, nel frattempo devo attenermi alla verità relativa come la comprendo… Che cento come me muoiano ma che la verità prevalga.”

Gandhi non aveva nessun bene che la posizione sociale, il potere o la ricchezza forniscono; l’unico avere che gli importava era la sua vicinanza a Dio. E’ questo che gli diede un’autorità sui cuori degli uomini, un’autorità che era spirituale e morale. Non accettava l’idea di politica comunemente accettata, perché Satyagraha era radicato nella moralità. Escludeva falsità, segretezza e odio, respingeva la violenza, invitava a soffrire dalle mani dell’oppressore piuttosto che ad infliggergli sofferenza e presupponeva che fosse possibile convertire il nemico di oggi nell’amico di domani. Satyagraha poteva essere morale o niente, era una forma di lotta in cui Gandhi poteva perdere tutte le battaglie ma anche vincere la guerra. 

Capì che mentre il potere crea la sua regola narrativa, anche i valori morali creano potere e rafforzano la possibilità di efficacia personale e sopravvivenza collettiva. Gandhi era molto più interessato nello sfidare l’opinione convenzionale del dominio del potere. Già nel 1915, Gandhi dichiarò suo fine “spiritualizzare” la vita politica e le istituzioni politiche. La politica è essenziale quanto la religione, ma se divorzia dalla religione è spazzatura da cui tenersi lontani. Era interessato alla purificazione della vita politica attraverso l’introduzione del ashrama o ideale monastico nella politica. Gandhi ha mostrato la via dell’unificazione della politica attraverso la ricerca di un cuore puro e costante e l’interesse a pensare e dichiarare la propria fede personale. Sottolineò per i suoi compagni che c’è una stretta connessione tra politica e riforme sociali. Era sicuro che non avrebbe mai potuto votarsi a dei principi la cui esistenza dipendesse soltanto dalla politica e nient’altro. Mentre anche l’opera sociale non è possibile senza toccare la politica, credeva che il potere sta nelle mani del popolo e non delle assemblee legislative. Gandhi avrebbe chiamato la politica “un male inevitabile”. Per capire la posizione di Gandhi, bisogna sapere che ha sia ristretto che allargato la connotazione della politica. Usava la parola “religione” in un senso speciale, molto diverso dalle comuni implicazioni settarie. La religione sostiene la persona come nient’altro. E’ fondamentalmente morale. Quando la morale incarna se stessa in un essere umano diventa religione, perché lega, sorregge, sostiene nell’ora della prova. Gandhi era un “moralista politico” e un “politico morale”.

Per Gandhi, lo spirito di servizio e sacrificio era la chiave per la leadership. Per concretizzare lo spirito di servizio, dobbiamo mettere l’accento sulle nostre responsabilità e i nostri doveri e non sui diritti. Illustrava questo attraverso l’esempio dei “cerchi concentrici”: si inizia con il servizio a quelli più vicini e si allarga il cerchio del servizio fino a coprire l’universo, nessun cerchio allargandosi alle spese dei cerchi ulteriori. Con la stessa tensione aveva detto in un discorso su 'Swadeshi' il 14 febbraio 1916: "E’ arroganza pensare di lanciarsi a servire l’intera India quando sono a malapena capace di servire la mia famiglia… La motivazione determinerà la qualità del gesto. Io non posso servire la mia famiglia senza curarmi delle sofferenze che posso causare agli altri". Come scriveva ina una lettera: "Il servizio personale, quando si mescola al servizio universale, è l’unico servizio che sia degno di essere fatto".  Ed era anche chiaro che il più grande beneficiario è colui che serve, non chi viene servito.

“Per quanto riguarda la mia leadership, se ne ho, non è il frutto di alcuna ricerca, è il frutto di un servizio fedele.” Esortò gli altri a fare lo stesso. Disse in un discorso al Gandhi Seva Sangh Meeting (21 febbraio 1940): "Avevamo in noi l’ambizione di andare avanti e diventare dei leaders. Ma non afferravamo il significato essenziale della leadership. 'Diventerò il primo leader' dovrebbe davvero significare 'Diventerò il primo servitore.' Il servizio dovrebbe essere reso a chi ne ha bisogno."  

Il servizio, per lui, implicava il sacrificio di sé. Seguendolo, milioni di persone fecero sacrifici personali nel servizio della nazione e della società. Combatterono per la giustizia e la libertà, contro lo sfruttamento e la discriminazione, per Satyagraha e un lavoro costruttivo. Come disse: "Il sacrificio è la legge della vita. Attraversa e governa ogni strada della vita. Non possiamo fare niente o ottenere niente senza pagare un prezzo per questo. L’impegno al servizio, tuttavia, richiede un forte senso di coscienza (imperativo morale), coraggio (audacia, eroismo, intraprendenza), e carattere (integrità). Per il Mahatma Gandhi, 'voce interiore' era sinonimo di coscienza. La si sviluppa crescendo e diventa sempre più una guida costante per restare sulla retta via.

Oggi la scienza è accettata come una conoscenza a priori ed è inteso che la verità dev’essere giustificata attraverso un’analisi razionale. Gandhi respinge questa nozione e crede in altri modi di rispondere al mondo, come la fede, le emozioni, le arti, l’etica e molti altre strade di conoscenza. “Tutta la gamma delle attività dell’uomo oggi costituisce un insieme indivisibile. Non si può dividere il sociale, l’economico, il politico e l’opera puramente religiosa in compartimenti stagni. Non conosco niente di religioso che non sia l’attività umana”3.

Moralità e dovere 

I codici etici che Gandhi fissò per un individuo sono estesi al suo pensiero politico. Come abbiamo visto, per Gandhi la realizzazione di sé non è un ideale finale, escatologico, ma un ideale storico e pragmatico da perseguire incessantemente e cui mirare. Non è un ideale privato o personale da cercare in solitudine e isolamento e da raggiungere escludendo gli altri. Gandhi afferma che moksha (la salvezza personale) è impossibile fino a che e a condizione che i nostri esseri raggiungano anche il loro livello di compimento e così nel quadro gandhiano, moksha significa liberazione di tutti, cioè sarvodaya.4

Un profilo dei principi etici fondamentali dell’individuo gandhiano sono i seguenti: 

  1. Il mezzo giustifica il fine (la purezza del mezzo è più importante del conseguimento dello scopo).
  2. Primato dei Diritti sui Doveri.
  3. L’atto, non colui che lo compie.
  4. Sacrificio. 
  5. Umiltà.
  6. Undici Voti e loro osservanza.

a. Verità
b. Non-violenza
c. Castità (Brahmacharya)
d. Controllo del palato
e. Non rubare
f. Non possedere
g. Audacia
h. Non osservanza dell’intoccabilità
i. Pane-lavoro
j. Uguaglianza delle religioni 
k.  Autosufficienza

Un profilo dei principi etici fondamentali della società e del sistema di governo gandhiano sono i seguenti: 

  Dottrina dell’amministrazione : Tutti gli uomini dovrebbero avere diritto ad uguali opportunità, benché non siano uguali in capacità. Il ricco dovrebbe essere amministratore della ricchezza e la sua ricchezza dovrebbe andare verso il benessere della società, come i guadagni di tutti i figli che vanno alla comune famiglia. Gandhi credeva che tutte le terre appartengano a Dio e la coltivazione dovrebbe essere fatta su basi cooperative. Bisognerebbe arare e coltivare collettivamente e ciascuno dovrebbe godere del frutto del lavoro. La dottrina dell’amministrazione richiede la conversione del ricco. La dottrina dell’amministrazione trova le sue basi nella tradizione indiana influenzata dal Upnishadic che dice che l’universo è pervaso da Dio, la rinuncia è la via della gioia e perciò non si dovrebbe desiderare la ricchezza degli altri.

Per lui economia ed etica vanno insieme: la vera economia non deve mai militare contro i più alti parametri etici, ma piuttosto la vera morale… deve allo stesso tempo essere buona economia. Un’economia che inculca l’adorazione di mammona e permette al forte di accumulare ricchezza a spese del debole, è falsa e una falsa e triste scienza… La vera economia sostiene la giustizia sociale; promuove il bene di tutti equamente, inclusi i più deboli ed è indispensabile per una vita degna. Va nella direzione della ricerca dell’“eguaglianza economica”, che significa semplicemente che tutti dovrebbero avere abbastanza per i propri bisogni… Ognuno deve avere un regime alimentare bilanciato, una casa dignitosa in cui vivere, la possibilità di educare i propri figli e cure mediche adeguate.

 

Dottrina di Swaraj (auto-regolamentazione) : Gandhi credeva che auto-regolamentazione o Swaraj fosse l’autodeterminazione della persona nel prendere decisioni senza dipendere dagli altri. La nozione di 'Swaraj' prima risiede nella persona che nella società. Swaraj non è nient’altro che l’assimilazione dell’identità dell’individuo nella comune autosufficienza. E’ autonomia morale dell’individuo che dipende dalla purificazione del sé, che dà la forza di prendere decisioni socialmente rilevanti. L’auto-regolamentazione è possibile con il dominio di sé. Swaraj non vuol dire ottenere la libertà da regole esterne ma avere il controllo dei propri sensi, desideri, auspici e talenti. Swaraj non è sovranità politica ma sovranità morale. 

Benché la parola swaraj significhi semplicemente auto-regolamentazione, Gandhi le diede il contenuto di una rivoluzione integrale che comprendeva tutti gli ambiti della vita. “A livello dell’individuo swaraj è strettamente connesso con la capacità di un’autovalutazione obiettiva, un’incessante purificazione di sé, un continuo dominio di sé, un’autorealizzazione progressiva e una crescente swadeshi o autosufficienza."5 Da un punto di vista politico swaraj è autogoverno e non soltanto buon governo (perché secondo Gandhi un buon governo non è un sostituto dell’autogoverno) e significa uno sforzo continuo di essere indipendente dal controllo del governo, che sia straniero o nazionale. In altre parole, 'è la sovranità del popolo basata sulla pura autorità morale'. Da un punto di vista economico, Poorna Swaraj significa piena libertà economica per milioni di persone che lavorano duramente. Per Gandhi swaraj di un popolo significava la somma totale dello swaraj (auto-regolamentazione) dei singoli e così chiariva che per lui swaraj significava libertà per il più piccolo dei contadini. E nel vero senso della parola, swaraj era più della libertà da tutte le restrizioni, era auto-regolamentazione e dominio di sé e poteva essere equiparato alla moksha o salvezza. "Il governo di sé è il più vero swaraj", notava Gandhi, "è sinonimo di moksha (salvezza)".6  

Dottrina di Ramrajya (Sistema di governo ideale): Il concetto di Ramrajya è la visione politica del Mahatma Gandhi, ed è il sistema di governo ideale dell’età dell’oro della storia. È il regno di Dio sulla terra, una perfetta democrazia senza caste, colori, classi, credo o pregiudizi religiosi. Gandhi era consapevole dei mali delle istituzioni politiche.

L’accusa Gandhiana alla civiltà moderna rappresenta una prospettiva morale che può essere compresa chiaramente nel suo atteggiamento verso la politica. Per lui, il male della nostra civiltà diabolica è strettamente legato alla mancanza di anima della politica di oggi. In una società materialista, incurante degli impegni verso il popolo, l’intero sistema di governo diventa corrotto. Tutte le istituzioni politiche diventano puri strumenti di ricerca di potere. L’uomo ha sempre desiderato il potere. Il possesso di beni dà potere. Il nocciolo della posizione di Gandhi sta nel suo credere che mentre "la politica oggi ci circonda come le spire di un serpente da cui non si riesce a sottrarsi per quanto ci si provi".7 L’unico modo per resistere al serpente è introdurre la religione nella politica. "Per religione non intendo una religione formale ma la religione che sottende tutte le religioni”.....8 Religione per Gandhi significa impegno spirituale che è totale ma intensamente personale. Credeva fermamente nell’unità fondamentale della vita e respingeva la distinzione tra pubblico e privato, sacro e profano. 

Gandhi affermava che l’approccio più vicino all’anarchia pura sarebbe stata una democrazia basata sulla nonviolenza e usava questa espressione come vera democrazia, 'Ramrajya' (Regno di Dio) per indicare il governo di questa visione. Gandhi era un anarchico filosofico. Per lui swaraj significa auto-regolamentazione e dominio di sé. Perciò la vera democrazia della concezione di Gandhi non era 'libertà da ogni restrizione' ma era la vera auto-regolamentazione che significa 'libertà da tutte le forme di autorità'.

Dottrina di Sarodaya (benessere di tutti): La dottrina di Sarvodaya può essere riferita ad una società non-violenta. Gandhi prefigurava l’instaurarsi di un nuovo sistema di sanzioni morali nella società basato sull’idea di armonia universale. Gandhi prefigurava la vita come un insieme organico e perciò non considerava mai la vita in frammenti o segmenti. 

Uno sguardo più da vicino della concezione suggerirebbe che la visione di Sarvodaya è basata sulla percezione spirituale dell’unità dell’esistenza. Questo pezzo invalutabile dell’antica saggezza era pronunciato da Gandhi nella forma di Sarvodaya. Benché Sarvodaya significhi "ascesa e prosperità di tutti", ma è molto più di questo. Suggerisce lo sviluppo evolutivo e globale degli esseri umani senza distinzione alcuna. Implica l’instaurarsi di strutture sociali, economiche, politiche ed educative che facilitino lo sviluppo e l’espressione delle potenzialità latenti degli individui.  

Così il Mahatma Gandhi è universalmente considerato modello di vita etica e morale con un raro mescolamento di vita pubblica e privata, principi e pratiche, immediato ed eterno. Lavorava incessantemente e morì… per trasformare la società e le persone in un ordine morale basato sul servizio dimentico di sé come via verso Dio e l’auto-realizzazione. La sua intera vita fu un processo di tentativi verso la sovranità morale. 

 

Bibliografia: 

  1. Louis Fischer (a cura di) The Essential Gandhi, Allen & Unwin,1963,110-15.
  2. Harijan, 6 marzo 1937.
  3. M.K. Gandhi, My Religion, Navjivan Publishing House, Ahmedabad, 1958, P. 117.
  4. M.P. Mathai, Mahatma Gandhi's world view, Gandhi Peace foundation, New Delhi, 2000. P. 115.
  5. Reghavan Iyer, The Moral and Political Thought of Mahatma Gandhi, concerned Grove Press, London, 1983, P.9.
  6. Young India, Dec. 8, 1920, P. 826.
  7. Young India, Aprile 1920.
  8. J.J.Doke, M.K. Gandhi, Natesan, 1909, P.7.

 

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