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8 Settembre 2014 09:30 | Auditorium Elzenveld

Intervento



Masahiro Sato


Direttore dell’Istituto di Ricerca Interculturale del “Meiji Jingu”, Giappone

 Il dizionario definisce la parola “pace” come “una situazione in cui non c’è alcuna guerra o conflitto”. Credo quindi che il tema di questa tavola rotonda sia incentrata sulla metodologia educativa da adottare per sopprimere guerre e conflitti.

Su questa Terra esistono numerosi confitti e ognuno sa che le guerre, soprattutto quelle internazionali, esercitano delle grandi influenze non solo sulle nazioni interessate, ma anche su tutto il mondo. Tuttavia le guerre non cessano di esistere e inoltre penso che i media in questi giorni utilizzino termini come “conflitto” o un semplicistico “attacco di missilistico” invece di utilizzare il termine “guerra”, sminuendo così la gravità della situazione. Questa distorsione dà infatti la sensazione di una “scaramuccia, che potrebbe cessare subito, mentre il termine “guerra” darebbe l’impressione di situazioni ben più gravi. Il rischio è quello di ritenere una “guerra” come se fosse un avvenimento quotidiano.  

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale nel 1945, il Giappone non ha più sperimentato una guerra da 70 anni. È grazie a vari fattori, ma è una gran fortuna che la pace sia mantenuta. D’altra parte, sembra vero anche che i giapponesi non riescano ad avere un’idea precisa della vera essenza di una guerra e di un conflitto, perché visti attraverso i telegiornali sembrano solo dei videogiochi.

Qui vi è una prima necessità dell’educazione.

Che cosa produrrà una guerra? I predecessori hanno sperimentato le sofferenze grandissime 70 anni fa: hanno bruciato tutta Tokyo, hanno sganciato le bombe atomiche a Hiroshima e a Nagasaki e il Giappone è stato occupato da un altro stato. Essendo stata una “guerra”, un gran numero di persone anche di altre nazionalità ha perso la vita. Insomma è importante trasmettere alle generazioni successive che non conoscono la guerra, il fatto che essa conduce soltanto conseguenze negative di tristezza e di sofferenza oltre alla mera vittoria o sconfitta.

Infatti anche in Giappone si svolge un’educazione in tal senso.

Tuttavia, è sufficiente soltanto trasmettere gli orrori della guerra?

Per esempio, come ho detto prima, sono 70 anni che il Giappone non vive una guerra. Significa che, essendoci ormai poche persone in grado di trasmettere gli orrori della guerra con un discorso vivo, sia naturale che in futuro si perderà un’idea precisa di cosa possa essere una guerra. Quest’anno ricorrono i 100 anni dall’inizio della Prima Guerra Mondiale, ma mi domando se anche adesso stiamo riuscendo nel nostro intento di continuare a trasmettere gli orrori della Guerra e purtroppo risponderei di no. Ecco, dunque, perché anche i Paesi che hanno sperimentato una guerra in un passato recente, continuano a ripetere lo stesso errore di iniziare dei conflitti. Inoltre, lo scopo di un’ “educazione alla pace” dovrebbe essere quella di una pace che possa protrarsi per centinaia di anni. Un’educazione che trasmetta continuamente, in tempo di pace, gli orrori della guerra sottolineando i motivi affinché si eviti la guerra, può avere dei limiti.

Allora che tipo di educazione dobbiamo impartire?

Semplificando le cause dei conflitti, si può affermare che da una parte ci sono cose che “dobbiamo proteggere” e dall’altra cose che “possono essere violate”. 

Noi inevitabilmente abbiamo “cose che dobbiamo proteggere”, sia come individui che come comunità. Ad esempio Io non solo ho un’identità, ma anche una famiglia, una professione, una società e una nazione da proteggere. Immagino che sia lo stesso per tutti voi. Considerando la presenza di un numero elevato di uomini di religione, si potrebbe aggiungere che ci sarebbe anche un dio da proteggere.

Allora troviamo come la seconda delle necessità nell’educare la gente sia che “non bisogna violare tali cose”. 

“Ama il tuo prossimo” è un principio meraviglioso e se tutti noi riuscissimo a praticarlo, i conflitti sparirebbero. Madre Teresa di Calcutta disse che il contrario dell’amore non è l’odio, bensì l’apatia”. È un’ideale che tutti gli esseri umani possano raggiungere un amore disinteressato e infinito, che non cada mai nell’odio interessandosi sempre agli altri continuamente. Benché io non sia così ottimista tanto da poter credere in una realizzazione immediata di questo tipo di amore, sono convinto che sia molto importante amare il prossimo, cioè tenerlo sempre in considerazione.

Sulla base di questo, credo che sia necessario educare le persone a riflettere profondamente su quale possa essere la cosa che noi stessi dobbiamo proteggere e, allo stesso tempo, quale possa essere la cosa che il nostro prossimo debba proteggere.

In quest’ottica ho pensato invece a quale possa essere la cosa importante per lo shintoismo, considerato una religione autoctona giapponese.

Non avendo lo shintoismo alcun fondatore né scritti sacri, ovviamente non vi è una rivelazione divina da seguire. Immaginandone uno, secondo il tema di quest’anno, potremmo riferirci a uno spirito che rispetti l’armonia, proprio come scritto nel primo articolo della costituzione di 17 articoli che lo Shotokutaishi promulgò nel 7° secolo, ossia che “l’armonia è da considerarsi una cosa nobile”.

Lo shintoismo trova gli dei nella natura la quale, dandoci le benedizioni e pur essendo severa ogni tanto, mantiene la legge e l’armonia totalmente e la quale permette di vivere anche agli esseri umani. Nello shintoismo gli esseri umani devono trovare l’armonia nella convivenza con la natura e, allo stesso tempo, essa è importante anche nelle relazioni tra ogni dio e ogni umano.

 

Nello shintoismo non esiste un unico dio onnipotente, come nelle religioni monoteistiche, ma ci sono innumerevoli dei, che possono essere per esempio, della  montagna, del mare e del vento, ognuno dei quali viene venerato e che concorrono a mantenere l’armonia in una dipendenza reciproca. Grazie a questa concezione, il buddismo venne accettato quando fu introdotto in Giappone nel 6° secolo e non vi è alcuna remora o stranezza nel celebrare un matrimonio in una chiesa cristiana, pur non essendo cristiani. Potrebbe apparire strano o sacrilego per le altre religioni, ma può esistere qualsiasi tipo di dio come Dio, Buddha, Yahweh, Allah e anche gli dei nell’induismo e nella mitologia greca. Le religioni che non dovrebbero essere cause di conflitti, purtroppo ne diventano. Sarebbe veramente spiacevole “violare” un “Dio che dovrebbe essere al contrario protetto e venerato”. 

Non solo nelle religioni, ma in tutte le situazioni, sono convinto che tali violazioni possano diminuire se ognuno di noi riconoscesse le cose che sono rispettivamente sacre e lasciando che siano lasciate libere di esistere.

Colgo l’occasione per ricordare che è fondamentale prendere atto che, così come ognuno di noi ha qualcosa da proteggere, anche gli altri hanno qualcosa da proteggere, e, in questo spirito di mutuo rispetto, dovremmo essere profondamente grati che viviamo in un clima di “WA”, ossia di armonia. 

La pace è scritta in giapponese “heiwa”, composta da 2 ideogrammi, il secondo del quale è appunto il “WA” che indica una situazione piena di armonia. 

Io prego sinceramente che la Terra si colmi di varie forme di armonia. Credo che trasmettere continuamente la concezione di quest’armonia a tal fine

sia proprio un’ “Educazione alla Pace”.

Grazie per la vostra attenzione.

 

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