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8 Settembre 2014 16:30 | Auditorium BNP Paribas Fortis

Intervento


Daniela Pompei


Comunità di Sant'Egidio, Italia

La sera del 24 agosto del 1989 – 25 anni fa - nelle campagne di Villa Literno nel sud dell’Italia, Jerry Masllo e tre suoi amici, mentre dormivano in una casupola diroccata, venivano aggrediti da alcuni giovani del luogo che volevano rubare il misero guadagno del loro duro lavoro nella raccolta dei pomodori. Secondo le testimonianze dei presenti si trattava di ragazzi incappucciati, con la pistola in mano: il giovane sudafricano reagì perché non voleva perdere quei pochi soldi che contava di inviare alla famiglia, ma gli aggressori spararono: uccisero lui e ferirono gli altri tre compagni. 

La morte di Jerry sconvolse l’Italia intera, l’opinione pubblica si rese conto del dramma dell’immigrazione, e forse come mai prima, della crescita dell’intolleranza e del razzismo. Per la prima volta i funerali di un africano nero vennero trasmessi in diretta dalla Rai, e alle esequie presero parte il vicepresidente del Consiglio dei Ministri e altre autorità. La Comunità di Sant’Egidio, che ospitava Jerry in una casa di accoglienza, ricevette un telegramma di condoglianze dal Presidente della Repubblica.

Rivedere le immagini del funerale di stato, che venne celebrato allora, fa comprendere l’eco nazionale e le conseguenze che questo grave fatto ebbe, non solo sull’opinione pubblica, ma anche sulle decisioni che l’Italia di lì a poco prese: la prima legge nazionale sull’immigrazione infatti porta la data del dicembre 1989, 4 mesi dopo la morte di Jerry. 

L’Italia da quel momento inizia a riconoscere lo status di rifugiato non solo agli stranieri provenienti da paesi dell’Europa dell’Est ma anche a coloro che provenivano da ogni parte del mondo e concede permessi di soggiorno ai lavoratori immigrati, fino ad allora considerati invisibili o clandestini. Così dalla morte di un povero rifugiato-lavoratore inizia il complesso percorso dell’integrazione degli stranieri in Italia: da allora molti passi avanti sono stati fatti, l’approccio con il mondo dell’immigrazione è cambiato, anche se c’è ancora molto da fare, quantomeno in Italia.

Voglio iniziare questa mia breve riflessione dalla vicenda dolorosa di questo giovane rifugiato non solo per il mio coinvolgimento personale e di altre persone della Comunità di Sant’Egidio che hanno conosciuto Jerry Masllo, ma per le conseguenze che la sua vita e la sua tragica morte ebbero per la riflessione e l’impegno delle istituzioni e di molte associazioni della società civile che nacquero in quegli anni.

La Comunità di Sant’Egidio già impegnata dal 1982 con varie iniziative sul tema dell’accoglienza agli stranieri, proprio l’anno successivo fonda “l’Associazione Jerry E. Masllo. Perché Nessuno sia più Straniero” con l’obiettivo del raggiungimento della piena integrazione tra italiani e nuovi cittadini. Questa associazione è cresciuta in Italia e in Europa fino a diventare un movimento denominato Genti di Pace che oggi raccoglie migliaia di europei di origine o di nuova provenienza ed è presente anche qui in Belgio.

Genti di pace nasce all’indomani di quel tragico evento come presa di coscienza che insieme, vecchi e nuovi europei, si possa stringere un’alleanza per disegnare una nuova Europa e testimonia che vivere insieme è possibile e bello. E’ importante riaffermarlo oggi dinanzi ad un mondo globalizzato e in crisi, dove sempre di più si parla di guerre etniche, di religione, e di fronte al fallimento delle politiche di integrazione di alcuni paesi europei che vedono alcuni giovani, figli delle cosiddette seconde o terze generazioni diventare terroristi. In questo contesto complesso e per certi aspetti difficile con più forza è necessario che il messaggio delle Genti di Pace risuoni nel cuore dell’Europa. 

L’Europa si trova innanzi a due sfide vecchie e nuove allo stesso tempo sul tema dell’immigrazione.

•  La prima; come affrontare insieme le emergenze, si pensi al Mediterraneo.

•  La seconda: come far crescere il percorso di inserimento e di integrazione dei cittadini immigrati già presenti sul territorio europeo. 

Parliamo della prima sfida. Il 3 ottobre dello scorso anno, 366 persone hanno perso la vita nel naufragio davanti a Lampedusa, isola divenuta ormai a livello mondiale simbolo tragico delle morti in mare e della tragedia della migrazione contemporanea. Le morti a Lampedusa solo nella settimana tra il 3 e l’11 ottobre del 2013, sono state oltre 560. Superano di gran lunga le vittime del terribile incendio nella miniera di carbone a Marcinelle qui in Belgio che fu a ragione considerato uno dei più grandi disastri dell’emigrazione in Europa: l’8 agosto 1956 infatti morirono 262 persone quasi tutti emigrati italiani. 

Solo nell’ultimo anno le morti nel Mediterraneo sono state 1900. Sono aumentate rispetto all’anno precedente perchè è cresciuto il numero degli arrivi a causa delle situazioni di guerra sull’altra sponda del Mediterraneo: Nel 2014 in Italia sono sbarcate  oltre 113.000 persone provenienti dalla Siria, l’Eritrea, l’Iraq, l’Egitto, la Libia, la Nigeria. L’Italia dopo il 3 ottobre 2013 e dopo la visita del Papa a Lampedusa ha messo in campo l’operazione denominata Mare Nostrum che vede impegnata la Marina Militare nel salvataggio in mare di vite umane. Una operazione molto efficace, forse poco elogiata, ma che da sola non può risolvere la complessità del fenomeno del Mediterraneo. 

Non abbiamo ancora preso le misure dell’immane responsabilità che grava su noi europei.  La tragedia di Lampedusa è come una ferita nel cuore dell’Europa, e non solo in quello dell’Italia.  Dopo il 3 ottobre 2013 è necessario un sussulto della coscienza europea come fu per la morte di Jerry Masllo. Siamo in Belgio, il cuore anche politico dell’Unione Europea, e credo che da qui possa e debba scaturire un messaggio forte, una svolta che parte dalla dura lezione delle morti in mare e che possa scuotere l’Europa dal suo torpore.

L’Europa ha bisogno di risvegliarsi e di ritrovare le sue radici come ha detto Papa Francesco citando Andrea Riccardi in una recente visita alla Comunità di Sant’Egidio. Queste le parole del Papa sull’Europa “ L’Europa è stanca. Dobbiamo aiutarla a ringiovanire a trovare le sue radici. Ha rinnegato le sue radici, è vero, ma dobbiamo aiutarla a ritrovarle.” Aiutare l’Europa a ringiovanire e a trovare le sue radici è una prospettiva decisiva ed entusiasmante su cui lavorare ed impegnarsi come europei. In questa sfida i nuovi europei, gli immigrati, potrebbero aiutare molto.

L’Europa invece sembra muoversi in un torpore spaventato e proprio sui temi dell’immigrazione misura la sua scarsa lungimiranza. Un segnale di questo sono le recenti elezioni europee che nei singoli stati hanno visto il tema dell’immigrazione agitato ancora una volta come un argomento buono per alimentare paure vecchie e nuove degli europei e racimolare qualche voto in più. Partirà tra breve l’operazione denominata Frontex Plus di cui non si conoscono bene i dettagli, non vorrei che l’obiettivo sia solo quello del controllo delle frontiere esterne all’Unione e non invece quello di salvare vite umane. Se queste sono le prospettive e necessario che l’Italia prosegua in ogni caso l’operazione Mare Nostrum.

Un torpore anche economico che tanto ci preoccupa quando scrutiamo il dato del PIL che non cresce e non supera l’asticella dello 0, ma che non vuole fare i conti con un dato reale e incontestabile: senza la presenza dei 50 milioni di cittadini europei di origine straniera l’Europa perderebbe molto in termini di competitività. 

Un recente studio dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole, per la Commissione Europea, che posso citare solo in modo sintetico per ragioni di tempo, risponde con chiarezza e con dati aggiornati agli stereotipi riguardo alle presenza straniera. Ne riporto una delle conclusioni. All’affermazione “Non abbiamo più bisogno di immigrati” la risposta netta degli studiosi è: “sbagliato” . 

In una tabella riassuntiva il rapporto quantifica il fabbisogno di lavoratori migranti da qui al 2050 per il mantenimento degli attuali livelli economico-sociali europei: da un fabbisogno di poco meno di 5 milioni nel 2015 si passa agli almeno 85 milioni del 2050. Nel 2013 in tutti i paesi dell’Unione sono entrati complessivamente poco più di un milione di nuovi immigrati, molti di meno di quelli di cui ci sarebbe bisogno. Di fronte alla crisi - cito il rapporto dell’Istituto Europeo - l’Europa ha due opzioni e solo due. La prima: gli Stati europei chiudono le proprie porte ai migranti e ne devono accettare anche l’ineluttabile corollario cioè un Europa in declino in un mondo in crescita. Oppure - ed è la seconda opzione - si aprono all’immigrazione e alla cittadinanza per i migranti e permettono così che l’Europa cresca. 

Non diverse sono le considerazioni di Bauman – abbiamo il grande onore di averlo con noi oggi ed è per me l’occasione per esprimere gratitudine e apprezzamento per le sue acute riflessioni che hanno arricchito e orientato il pensiero contemporaneo- Bauman, dicevo, che proprio a proposito della tragedia di Lampedusa, citando il caso inglese, afferma che le economie europee hanno un bisogno determinante di queste persone. Se in Inghilterra i clandestini venissero identificati ed espulsi la maggior parte degli ospedali e degli alberghi chiuderebbe.

L’Europa deve provare ad uscire dalla trappola mentale sull’immigrazione in cui si è imprigionata negli ultimi 20 anni. L’assunto in estrema sintesi che ha guidato le politiche dell’Unione è: libera circolazione interna ai 28 paesi e controllo ferreo all’esterno. La libera circolazione oggi è di fatto permessa solo alle merci e poco agli uomini tanto che i rifugiati riconosciuti da un paese non possono stabilirsi in un altro se non dopo 5 anni. Il controllo ferreo delle frontiere è impossibile da attuare vista la complessità della situazione geopolitica: negli ultimi tre anni infatti è esploso il Mediterraneo e negli ultimi mesi la crisi in Ucraina. C’è bisogno di andare oltre e lavorare per un nuovo sistema comune in tema di immigrazione e asilo, che richiede una complessità di risposte che vanno sperimentate e impiantate modificando se necessario le attuali. A questo proposito vorrei lanciare alcune proposte proprio da qui, dal Belgio cito solo i titoli per ragioni di tempo :

1.Un Commissario Europeo per il Mediterraneo; 2. Una cabina di regia per un sistema di accoglienza efficace dei profughi; 3. Istituire una Agenzia Europea per asilo e immigrazione che abbia delle sedi operative stabili nei paesi di transito dei profughi. 4. Solidarietà europea rinnovata nella nuova geografia dell’asilo e dell’immigrazione; 5.Cooperare efficacemente per realizzare l’integrazione euro-africana; 6.Impegno rinnovato per favorire l’integrazione dei migranti, riconoscendo la cittadinanza europea o in ogni caso facilitando l’accesso alle cittadinanze dei vari paesi dell’Unione. 

Richard Sennet  nel suo saggio Lo straniero parla di una seconda cicatrice come tratto distintivo dell’esule oltre alla prima cicatrice, quella delle origini: “Questa seconda insanabile cicatrice nella civiltà occidentale ha un significato come lo ha la cicatrice dell’origine che marca il valore attribuito all’appartenenza a un luogo specifico (…) diventare uno straniero significa essere strappato alle proprie radici. La condizione dello sradicamento assume nella tradizione giudaico-cristiana un valore morale positivo, anzi potremmo dire che diventa di fondamentale importanza”  

Torno a Jerry: l’unica cosa che è rimasta di lui, oltre alla tomba e alle foto, è la sua Bibbia. Alcuni passi sono sottolineati. Ad esempio Esodo 6 versetto 6, che recita così: “Pertanto dì agli israeliti: Io sono il Signore! vi sottrarrò ai lavori forzati degli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi riscatterò con braccio teso e con grandi castighi”. Forse Jerry ha sentito queste parole molto vicine alla sua condizione; ha creduto alla liberazione dalla schiavitù del razzismo, dall’apartheid e alla promessa di un riscatto che sperava di vivere in Italia. Questo può essere l’Europa.

Un altro passaggio sottolineato è un breve versetto della lettera ai Romani al cap. 11 dove si dice “tu rimani innestato grazie alla fede. Tu non insuperbirti, ma abbi timore!”. Accanto a questo versetto Jerry ha annotato a mano “ la fede di Abramo”. La fede di Abramo unisce le tre grandi religioni, la fede di Abramo è la fede di un nomade, di un esule, di un migrante. La nuova Europa che possiamo costruire si basa non solo sull’identità delle origini o sull’appartenenza (o possesso) ad un luogo, ma su quell’identità altrettanto vera e profonda che si realizza oltrepassando i confini, in quella costruzione di sé che è cambiamento, incontro, meticciato, contaminazione con l’altro. Non c’è civiltà, vorrei dire non ci sarà una identità europea, senza questo continuo uscire da sé e incontro con l’altro, senza - come dice Sennet - quel “sentirsi a proprio agio nella complessità delle differenze” .

 

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