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9 Settembre 2014 09:30 | Auditorium KBC

Mai più guerre


Eugenio Bernardini


Moderatore della Tavola Valdese, Italia

 Al tempo delle crociate si diceva che i valdesi camminavano “due a due, nudi predicando un Cristo nudo”. Questa piccola comunità di credenti, male organizzata e teologicamente ancora acerba perché l’adesione alla Riforma era ancora lontana, aveva però colto il valore evangelico della nonviolenza. E in un tempo nel quale la croce era sulle armi e sulle corazze, i valdesi la tratteggiavano sui sandali: volevano così testimoniare che l’evangelo si afferma e si difende camminando e non combattendo, annunciando e non brandendo la spada.

Ma non sono qui a celebrare la virtù nonviolenta della mia Chiesa che, secoli dopo, si difese dalle violenze e dalle persecuzioni anche ricorrendo alle armi, sebbene povere armi di difesa. Non sono qui, insomma a magnificare una storia che ha luci e ombre, coerenze e compromessi: come quella di ogni azione umana, di ogni uomo e di ogni donna, di ogni chiesa e di ogni confessione religiosa.

Lo sapevano bene i nostri maestri spirituali della Chiesa confessante tedesca in lotta contro il nazismo che, messi di fronte a una drammatica alternativa, si assunsero la responsabilità di un’azione e di una scelta carica di conseguenze. Ricordiamo tutti come il pastore luterano e martire Dietrich Bonhoeffer rispose al compagno di prigionia che gli chiedeva come potesse un sacerdote partecipare a una cospirazione politica dagli esiti imprevedibili: “quando un pazzo lancia la sua auto sul marciapiede – rispose - io non posso come pastore contentarmi di sottrarre i morti e consolare le famiglie. Io devo, se mi trovo in quel posto, saltare e afferrare il conducente al suo volante”.

Quella generazione di credenti accettò il rischio delle sue responsabilità sapendo che tutto ciò che è umano è sotto il segno del peccato ma anche che tutto ciò che è umano è redento dalla grazia di Dio.

Simul iustus ac peccator, giusto e peccatore allo stesso tempo, ha scritto Martin Lutero. Lo voglio dire in questo momento importante e solenne nel quale tutti noi, come credenti e come cristiani, qui ed oggi ci assumiamo un impegno contro la guerra, la logica che essa sottende e la cultura che la ispira. 

Siamo qui riuniti a cento anni da una guerra terribile come tutte le guerre ma se possibile ancora più brutale per le morti e le sofferenze che ha prodotto a milioni di persone. 

E commemoriamo quella catastrofe umana e morale in un tempo che non ci risparmia nuovi orrori blasfemi nei quali cupi guerrieri invocano un dio – lo dico volutamente con la d minuscola – senza amore, violento e vendicativo. Un dio che non ritroviamo in nessuna scrittura rivelata ma solo nelle menti deliranti in cerca di una legittimità che nessun dio gli potrà mai dare. 

Uccidere, violentare e torturare nel nome di una fede è un abominio,  e tutti noi dobbiamo denunciarlo come tale: come un peccato blasfemo che offende il volto e il cuore di Dio.

 

E’ il virus feroce dei fondamentalismi che, come un’erba cattiva, cresce anche nelle terre europee: antisemitismo, nazionalismo, xenofobia, omofobia, pregiudizio. 

Su di noi, uomini e donne di fede, più che su altri, ricade il compito di vigilare e contrastare questo virus sempre risorgente perché distrugge il seme della Buona Notizia che noi, umilmente, cerchiamo di spargere. 

Siamo qui a commemorare le vittime di un’orrenda guerra – come tutte le guerre – ma questa commemorazione non ha senso se non nella confessione di peccato e nella conversione a una nuova logica opposta a quella della violenza e della forza militare.

E’ la logica dell’agàpe, del dono che Dio ci fa di un amore gratuito e assoluto. 

E’ stata questa logica che ha ispirato grandi profeti del nostro tempo, che hanno saputo immaginare grandi città dove c’erano solo le macerie della guerra, ponti dove c’erano i muri che dividevano il mondo in aree d’influenza, riconciliazione dove c’erano anche le ferite e l’odio per il male subito: Schuman (alla francese), Spinelli, Jean Monnet, Dag Hammarskjöld a cui dobbiamo un monito molto preciso: “il perseguimento della pace e del progresso – scriveva il segretario ONU morto misteriosamente in una missione ONU nel 1961 – non si realizza in pochi anni. […] con i suoi successi e i suoi errori  il perseguimento della pace e del progresso non può mai essere allentato né abbandonato”.  

Tra questi grandi profeti, mi permetterete di citare anche il pastore valdese Tullio Vinay, un uomo che all’agàpe di Cristo ha dedicato tutta la sua vita: proteggendo e salvando degli ebrei durante gli anni delle infami legge razziali del fascismo; coinvolgendo giovani di ogni parte del mondo che si conoscevano come nemici nella costruzione di una casa dell’incontro e del dialogo – il centro ecumenico di Agape, sul versante italiano delle Alpi –, costruendo scuole e opportunità di lavoro in Sicilia, in un Sud dell’Italia depresso e dimenticato; contrastando l’aumento delle spese militari e spendendosi strenuamente contro la guerra in Viet Nam. 

La mia generazione deve alla testimonianza di persone come queste la sua formazione e la sua visione della fede cristiana: una forza che ci consente di sperare oltre la speranza e persino di aspettare un nuovo cielo e una nuova terra.

Ecco, se dovessi dire perché sono qui, direi che sono qui – fratelli e sorelle – per condividere questo messaggio di fiducia e di speranza che è al centro della fede cristiana.

Solo così posso dire in coscienza “mai più la guerra”: perché so che la fede può capovolgere ogni logica e ogni paradigma, e se può fare che i ciechi vedano, che gli storti camminino e che le montagne si muovano, può fare sì anche che gli uomini “non conoscano più la guerra”.

Ma l’azione di Dio si incontra, si deve incontrare, con quella degli uomini. Quando Martin Luther King sognava un’America desegregata e riconciliata, non si limitava a predicare da un pulpito che per altro – come credo di poter dire – è la cosa che noi pastori e preti crediamo di saper fare meglio!

Ma che cosa possono fare le chiese perché le parole che oggi diciamo contro la guerra abbiano efficacia e durata?

Non è una domanda facile ma non possiamo eluderla. Non è mia abitudine cercare il versetto risolutivo nella Bibbia. Potrei persino trovarlo ma non credo che la risposta sia così semplice. La Bibbia non può essere ridotta a un manuale di comportamento con risposte fisse alle nostre domande. 

La Bibbia è un incontro con la Parola di Dio, e come tutti gli incontri può sorprenderci e lasciarci senza parole e senza risposte. E allora dobbiamo continuare a confrontarci con essa, a chiedere e a cercare in un dialogo continuo e costante. 

Ci sono però tre parole della Bibbia che mi aiutano a rispondere alla domanda che anche oggi risuona con forza in mezzo a noi: che cosa possiamo fare per dare coerenza e concretezza al nostro impegno?

La prima parola – ovvia perché nel cuore delle Scritture bibliche – è giustizia. Se vogliamo essere attori e testimoni di pace non possiamo dimenticare che essa è sorella gemella e indivisibile della giustizia. E in un mondo pieno di ingiustizie è difficile che ci possa essere la pace. Non c’è giustizia quando un popolo non ha una terra e non può esercitare il diritto elementare a costruire case e scuole, a viaggiare liberamente e autodeterminare il suo futuro. Non c’è giustizia quando un popolo non può vivere nella sicurezza, senza l’angoscia degli attentati e dei rapimenti e nell’ostilità dei paesi vicini.

La seconda parola è dialogo. Non ci può essere pace senza avere il coraggio e la forza morale di guardare negli occhi il prossimo diverso da noi. Per noi cristiani, significa non poter immaginare la pace senza essere pronti a incontrare chi è diverso da noi, senza avvicinarci alla sua spiritualità e alla sua identità sapendo che non è la nostra e che tra le due identità resta una tensione irriducibile che però possiamo trasformare in reciproco arricchimento. La cosa più desiderabile non è, insomma, ciò che noi abbiamo e che nessuno ci potrà togliere ma ciò che possiamo ricevere dagli altri. E’ questa è la preziosità del dialogo.

La terza è ultima parola è riconciliazione. E forse è la parola più difficile forse perché richiede un eccezionale sforzo della mente e del cuore. Ma che cosa è la pace se resta armata? Se viene mantenuta con i muri e i reticolati? Che cosa è la pace se non sa generare un sentimento nuovo nei confronti del nemico? 

La riconciliazione – ci insegna il vescovo anglicano Desmond Tutu – è difficile perché non può prescindere dal riconoscimento delle responsabilità. Ma proprio per questo è il terreno più solido sul quale può crescere la pace. Ce lo insegna la triste storia che oggi ricordiamo, la storia di popoli e paesi che si sono combattuti senza tregua e senza pietà per anni ma che poi hanno trovato la forza  della giustizia, del dialogo e della riconciliazione.

Ricordo un presidente della Commissione europea che teneva sempre sul suo tavolo il libro Resistenza e resa di D. Bonhoeffer. Perché? Perché la nostra storia di europei – spiegava – nasce da lì: dall’amore per la giustizia ma anche da una visione del mondo illuminata dalla luce della pace e della riconciliazione.

 

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