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9 Settembre 2014 09:30 | Auditorium KBC

Intervento


Mario Marazziti


Deputato, Presidente della Commissione Affari Sociali, Italia
Immaginare il disarmo. Non delle coscienze, ma della possibilità di distruggere ed eliminare l’altro, al tempo di un nuovo tipo di Guerra. Quella non fatta dagli stati, e nemmeno della guerra civile, ma al tempo della guerra di gruppi armati privati che riscrivono i confini degli stati in nome della religione. 
Come è possibile? 
Albert Einstein diceva in proposito: “Non so con quali armi la Terza Guerra Mondiale sarà combattuta, ma di certo la Quarta Guerra Mondiale verrà combattuta con i bastoni e le pietre”.
Noi siamo accompagnati da dure consapevolezze su questo terreno, ma che non sembrano sufficienti a decidere con realismo e immaginazione per una strada diversa dall’escalation militare. Dwight D. Eisenhower, eroe della II Guerra Mondale e presidente americano della Guerra Fredda sapeva che “Ogni fucile fabbricato, ogni nave da guerra messa in mare, ogni razzo sparato, significa, alla fine dei conti, un furto ai danni di chi ha fame e non riceve da mangiare, di chi ha freddo e non è rivestito”.
 
Dalla nascita delle Nazioni Unite l’obiettivo del disarmo multilaterale e della limitazione degli armamenti è al centro dello sforzo per mantenere la pace e garantire la sicurezza internazionale, incluso il problema dell’eliminazione delle armi nucleari e chimiche. 
 
Oggi ci chiediamo, in maniera realistica, se è possibile una via diversa dalla banalità dell’escalation militare. È in crescita il pensiero che dice che a violenza occorre rispondere con una violenza superiore per annientare l’avversario; il linguaggio, anche di leader democratici, ha raggiunto livelli di minaccia pari alle difficoltà che si hanno a tutelare davvero la vita di popolazioni civili inermi. Mi ha colpito quando dopo l’orribile decapitazione di James Foley e Steven Sottloff il Segretario di Stato Americano ha dichiarato: “Li prenderemo e li inseguiremo fino ai cancelli dell’inferno”.
La spettacolarizzazione dell’esecuzione da parte del Califfato, per mano di “John l’inglese” è puro orrore moltiplicato ad hoc in una guerra che vede all’azione come mai in precedenza l’arma dei media come arma di distruzione di massa delle coscienze. 
Questo puro orrore ha già ottenuto un risultato: quello di spingere consistenti e autorevoli ambienti ed esponenti delle democrazie occidentali, anche in Italia, ad usare nei toni analoga violenza e a inclinare per la scelta della Guerra e della Guerra senza limitazioni come unica via. In contrapposizione al “buonismo” e alla debolezza “intrinseca” – a detta di questi -  delle democrazie occidentali, inadeguate a rispondere colpo su colpo fino a quello decisivo al jihadismo e terrorismo islamico. Come se si trattasse di scontro di religioni e di civiltà e come se il jihadismo debba necessariamente coincidere con tutto l’Islam.
 
Quindi, il primo fatto che vorrei introdurre nel nostro ragionamento è che dall’11 settembre 2001 ad oggi il tema del disarmo deve fare i conti in maniera crescente, oggi molto raffinata, con i media come nuovo fronte dello scontro e della guerra, utilizzato in maniera scrupolosa anche dai mondi che finora le democrazie occidentali consideravano  “arretrati” o “primitivi”. È un filone di ricerca e di analisi che penso andrebbe sviluppato, anche nell’analisi della nascita e delle evoluzioni delle primavere arabe, cui è seguita una grande destabilizzazione. Parlo non solo del ruolo avuto dai social media e network, ma da un movimento di sostegno alla loro diffusione e di alfabetizzazione attiva che mi sembra parta da molto più lontano e abbia avuto per obiettivo una redistribuzione del potere all’interno del mondo arabo e mediterraneo.
 
L’orrore di oggi, l’escalation militare tra fratelli, come in Ucraina, e come tutte le guerre balcaniche e, alla fine, anche quelle medio-orientali, è legata a molti errori di valutazione sulla natura del cambiamento in atto, delle cosiddette “primavere arabe” sullo stato di salute dei regimi autoritari del Nordafrica e del Medio Oriente.
 
Mi ha colpito l’evoluzione della crisi siriana, dopo quella libica. L’impegno occidentale per fare cadere il regime libico senza una società civile e senza uno stato, senza una storia e istituzioni capaci all’interno di garantire la legalità e la partecipazione, senza un piano e senza  soggetti in numero sufficiente capaci di guidare una transizione democratica, si commenta da sé.
Con questa esperienza alle spalle, Stati Uniti e Unione Europea, e i soggetti più attivi in quella crisi - senz’altro Turchia, Qatar, Arabia Saudita - hanno ritenuto agli sgoccioli, sbagliando clamorosamente, la tenuta della Siria di Assad e, contro il parere e l’azione di Russia e Iran, hanno lavorato a rafforzare le varie componenti frammentate dei combattenti anti-regime sul campo. Ma non posso non osservare come il numero delle vittime, che era di alcune centinaia, dopo i primi mesi di rivolta, quando l’escalation nelle forniture militari ai ribelli è salito e quando si è arrivati alle prime due battaglie di Aleppo e di Damasco, il numero di vittime civili e di profughi ha raggiunto la cifra di quasi 200 mila morti e di oltre 6 milioni di profughi e rifugiati interni ed esterni. Non c’era, tre anni fa, un Califfato che poteva vantare un controllo territoriale di una vasta area di Siria e Irak, c’erano ancora ad Homs quasi centomila cristiani mentre dal centro storico, prima che venisse ucciso un amico, il padre Franz, olandese, ne erano rimasti meno di 50.
 
Occorre dire che la scelta di forniture militari ai ribelli anti-Assad hanno generato la dissoluzione  - per side effect – di una convivenza millenaria, la distruzione di una continuità territoriale, di una parte consistente della vita siriana. In questo scenario c’è chi sostiene che l’unico errore sarebbe stato quello di non dare armi sufficienti subito ai ribelli. Tre anni stanno a dimostrare come l’escalation militare abbia rafforzato, alla fine, cannibalizzando gli altri, i gruppi islamisti radicali jihadisti e qaedisti e, alla fine, anche l’oscuro Califfato di Al-Baghdadi.
 
Per questo, credo che mentre cresce il consenso verso interventi militari pesanti occorre provare a ridare spazio a un pensiero e a una visione che non pensa che la corsa agli armamenti sia un bene e una necessità.
 
Credo che a un secolo dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale sia giusto ricordare come il papa che nel 1917 aveva definito quel conflitto “l’inutile strage” stesse lavorando anche a una iniziativa di pace per l’inizio dell’autunno di quell’anno. Il segretario di Stato Gasparri scriveva al nunzio Pacelli alcuni punti che accettati dal governo tedesco potessero mettere fine al conflitto. I punti proposti comprendevano: la libertà dei mari, il disarmo simultaneo e reciproco con sanzioni internazionali concordate preventivamente per lo stato o gli stati che lo violassero, l’arbitrato, con analoghe sanzioni per lo stato che rifiutasse di ricorrervi in caso di necessità. Poi, ancora: la restituzione da parte inglese delle colonie tedesche, l’evacuazione del territorio francese occupato e del Belgio, accompagnate da garanzie per piena indipendenza politica, militare ed economica, sia verso la Germania, che la Francia e l’Inghilterra. Altre questioni, come le compensazioni economiche e le questioni di frontiera tra Italia ed Austria, tra Germania e Francia, la sorte della Polonia e gli assetti di Serbia, Romania e Montenegro, sarebbero state parte della Conferenza di pace. 
Gli storici ci raccontano come il nunzio Pacelli ritenesse la parte sul disarmo troppo forte per la Germania, e che invece il card. Gasparri  riaffermasse come proprio il disarmo bilaterale fosse un punto decisivo. Del piano vaticano non se ne fece l’uso finale perché il governo Bethmann-Hollweg fu costretto alle dimissioni il 13 luglio dalla convergenza della nuova maggioranza parlamentare, più favorevole a una pace di compromesso, e gli ambienti militari di Hindenburg e Linderdorff, orientati a una offensiva decisiva per raggiungere la vittoria sul terreno.
 
Era un pensiero audace, non buonista, ma ragionevole, concreto. D’altra parte, nelle stesse Beatitudini evangeliche non viene detto “Beati i pacifici”, ma “Beati gli operatori di pace”. “L’eirenopoiesis, la realizzazione della pace, è considerata una beatitudine dall’autore della montagna. Poiesis, è la radice della parola “fare”, “fabbricare” “realizzare”, in inglese “make”. Così la Chiesa di Cristo non è un peaceable kingdom - come osserva Jurgen Moltmann - ma un peacemaking kingdom, un regno che stabilisce la pace. 
 
Sugli strumenti per lavorare a costruire questo “regno di pace”, i cristiani non possono fare conto sul potere delle armi e sulla dissuasione che esso comporta. “Vanno fatte severe riserve morali al riguardo di tale mezzo di dissuasione”, recita il Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2315, “La corsa agli armamenti non assicura la pace. Lungi dall’eliminare le cause della guerra, rischia di aggravarle”, continua. E mi sembra si attagli alla cronaca della vicenda siriana come l’ho poco fa ricordata. “L’impiego di ricchezze enormi nella preparazione di armi sempre nuove impedisce di soccorrere le popolazioni indigenti; ostacola lo sviluppo dei popoli. L’armarsi ad oltranza moltiplica le cause di conflitti ed aumenta il rischio del loro propagarsi”. Nel paragrafo successivo, al 2316, lo stesso Catechismo ricorda la necessità di regolamentare il commercio delle armi e come “la ricerca di interessi privati o collettivi a breve termine non può legittimare imprese che fomentano la violenza e i conflitti tra le nazioni e che compromettono l’ordine giuridico internazionale”.
Già papa Giovanni XXIII nella Pacem in Terris invitava a cercare vie diverse da una pace fondata sull’equilibrio delle forze, mentre si “continuano a creare armamenti giganteschi”, “gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono.” E concludeva: “Per cui giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci”. (Pacem in Terris, 60).
 
Giustizia. Saggezza. Umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti già esistenti, il bando delle armi nucleari per un disarmo integrato da controlli efficaci.
 
È una strada su cui le Nazioni Unite si sono impegnate in maniera rilevante. I Trattati di non Proliferazione delle Armi Nucleari (NPT), la Convenzione sulle Armi Chimiche (CWC), il Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty del 1996, la Mine-Ban Convention (1997), le due Conferenze sul Disarmo del 1978 e 1988, il lavoro dell’UNODA, l’Ufficio ONU che implementa le decisioni sul tema dell’Assemblea Generale, numerosi organi, inclusi quelli dei rappresentanti speciali per aree diverse del mondo indicano un grande sforzo. Come l’approvazione dell’ATT, recentemente, il Trattato sul commercio delle armi convenzionali, che l’Italia ha ratificato all’unanimità  lo scorso anno, unificando due disegni di legge, uno a prima firma del sottoscritto, con firmatari di tutti i gruppi, e uno a prima firma dell’allora non ministro degli esteri Federica Mogherini, perché possa entrare presto in vigore, quando si raggiunga il numero di 50 ratifiche nel mondo. E il disarmo preventivo, sulle armi convenzionali resta una via maestra per ridurre la possibilità di scontri letali in aree come Liberia, Sierra Leone, El Salvador.
 
Ma a fronte di questo va registrato come le Nazioni Unite indichino in 1500 miliardi di dollari per le spese militari del 2010. Oltre 1700 oggi che ne parliamo.
 
È impressionante come il mondo appaia contraddittorio. Consapevole della forza distruttiva che le armi possono avere, sembra sempre convinto e sempre sbagliando della possibilità di controllo che può esercitare. Da oltre venti anni, guardando all’Africa, Andrea Riccardi aveva notato come le guerre si stessero trasformando e come il vuoto lasciato dalla fine della Guerra Fredda e l’allentamento delle aree di influenza abbia creato opportunità per criminalità organizzata e gruppi terroristi su vaste zone territoriali. Incrociare questo dato con la possibilità di impadronirsi di arsenali in mano ad eserciti male addestrati e male motivati, come in Irak, si arriva a capire di più della rapida ascesa del Califfato, che inizialmente ha goduto, evidentemente, di tolleranza  sostegno anche di governi convinti di potere gestire forze ribelli.
La mappa della violenza organizzata nel mondo aggiornata dall’Uppsala Conflict Data Program (UCDP) classifica gli eventi in conflitti armati di matrice statale, conflitti non-statali e violenza unilaterale. Dal 2002 al 2011 i conflitti armati e i conflitti non-statali vedono una flessione a metà del decennio ma una crescita inquietante negli ultimi anni. 
 
Quanto alle spese militari, l’analisi del SIPRI valuta in 1.756 miliardi il 2,5% del prodotto interno lordo globale, circa 249 dollari a persona, la spesa del 2012. Nonostante la crisi economica e finanziaria abbia imposto una significativa azione di spending review negli Stati Uniti e in Europa. Nonostante questo, e il calo del 5,6% sull’anno precedente della spesa USA, essa è ancora il 69% in più dei livelli pre-11 settembre. In Russia la spesa militare nel 2012 è salita bruscamente del 16%. Ma non fa ben sperare il fatto che a fronte di una minore spesa per gli armamenti in Europa e Stati Uniti i governi abbiano messo in atto diverse strategie per dare assistenza al comparto di difesa interno, al di fuori dei mercati del loro paese: con l’esportazione diretta di armi, il sostegno per la riduzione dei costi, il sostegno dell’occupazione (ma anche la retorica conseguente) nell’industria della difesa. Osserva il SIPRI che “i paesi che non hanno tagliato le spese militari, dal canto loro, percepiscono la situazione attuale come un’opportunità per ottenere condizioni più favorevoli per l’importazione di armi o per lo sviluppo di una industria militare indigena”, magari su licenza. 
A questo settore tradizionale andrebbe affiancato un ragionamento sulla crescita degli investimenti per cyber-security e la sua connessione con l’industria delle armi. Le cronache hanno segnalato in maniera clamorosa i problemi legati ai programmi Flames o Stuxnet, ma è verosimile che oltre agli Stati Uniti e ai Paesi con essi coinvolti, anche Iran, Cina, Russia e Israele siano coinvolti in altrettanti programmi militari di sicurezza informatica, che ovviamente vuole dire insicurezza informatica per altri.
 
Occorre un pensiero diverso. Cosa fare subito? Papa Francesco ci dice: “fermare l’aggressore”. Cosa diversa da chi vorrebbe la “guerra giusta” o la “guerra di religione” di fronte alla concreta violenza del Califfato che avanza. 
 
Si può lavorare al disarmo in un tempo di scontri crescenti? Di crisi economica? Mentre gli stati che producono armi sono incoraggiati ad esportarne di più  per ridurre la crisi dell’occupazione interna? Si può lavorare al disarmo mentre si deve aprire il nuovo fronte della sicurezza e guerra informatica? Mentre i rischi di una guerra chimica o biologica vedono attivi soggetti diversi – pulviscolari – diversi dagli stati e dai governi? Mentre i media appaiono il nuovo fronte dello scontro, perché sono moltiplicatori e galvanizzatori di gruppi prima considerati inoffensivi o irrilevanti?
 
Si deve.
Occorre creare un pensiero e una pratica diversi mentre siamo dentro la crisi, non dopo. Perché l’assuefazione è il rischio che il mondo corre, e l’ultimo decennio ha visto dissolversi le masse indignate di fronte alla guerra, per lasciare il posto alle masse indignate per la crisi economica.
 
“La globalizzazione ci rende vicini, ma non ci rende fratelli”, ci ricordava Benedetto XVI nella Caritas in veritate (AAS 101 (2009), 654-655), e la crisi viene proprio dalla difficoltà di lavorare coerentemente all’idea di un destino comune, ammesso in teoria, non perseguito nella realtà. Papa Francesco ha sottolineato nel Messaggio per la 47ma Giornata Mondiale per la Pace (1/1/2014) come “le nuove ideologie, caratterizzate da diffuso individualismo, egocentrismo e consumismo materialistico, indeboliscono i legami sociali, alimentando quella mentalità dello “scarto”, che induce al disprezzo e all’abbandono dei più deboli, di coloro che vengono considerati “inutili” (…) le etiche contemporanee risultano incapaci di produrre vincoli autentici di fraternità”.
 
Può sembrare inattuale, ma quando il mondo appare scarico di un pensiero e di una pratica efficace per la pace, la fraternità diventa la chiave per ritrovare i modi concreti per riannodare un “avvenire comune dell’umanità” (Paolo VI, Populorum Progressio, n.87). La pace, per papa Francesco, è opus solidaritatis e proprio per questo richiede la riscoperta della fraternità come fondamento. La carenza di fraternità è tra le cause dell’impoverimento di interi popoli nella globalizzazione (Caritas in veritate, n.19) e la stessa natura delle crisi economiche contemporanee implica soluzioni interdipendenti e il recupero anche in chiave laica della “fraternità”, ovvero di soluzioni comuni.
 
Non ritengo sia una scelta da “anime candide” quella di rilevare  come la conversione all’interdipendenza e la scelta di costruire un destino comune – cioè riconoscere all’altro, popolo, individuo, gruppo etnico, religioso, minoranza, altri da sé, dignità di fratello o di parente – sia l’unica risposta di lungo periodo per un futuro sostenibile.
Vendere armi, nel mercato internazionale, a regimi che è noto ne faranno uso verso i propri concittadini o vicini, è una visione miope: perché tutta la storia recente mostra come questi conflitti siano sfuggiti di mano e abbiano creato piccoli “mostri”.
 
“Rinunciate alla via delle armi e andate incontro all’altro con il dialogo, il perdono e la riconciliazione per ricostruire la giustizia! (…)nella vita dei popoli i conflitti armati costituiscono sempre la deliberata negazione di ogni possibile concordia internazionale (…) le guerre costituiscono il rifiuto pratico a impegnarsi per raggiungere quelle grandi mete economiche e sociali che la comunità internazionale si è data” ha insistito papa Francesco nella sua lettera al presidente Putin del 4 settembre 2013, un anno fa, ricordandolo nel suo messaggio del 1 gennaio 2014. 
 
Occorre un lavoro immediato e un lavoro di lungo periodo. Oltre l’ipocrisia o il realismo piuttosto fallimentare che ha guidato la grande politica internazionale nell’ultimo quarto di secolo, dove abbiamo sempre assistito a una eterogenesi dei fini e a una perdita di controllo su soggetti incoraggiati, promossi, blanditi per contrastarne altri, e poi diventati armi improprie e parte del problema, allargato e ingigantito: dai talebani ad Hamas, dai gruppi armati in Siria e Irak, dagli shabab alle truppe qaediste e jihadiste, al Califfato.
 
Nell’immediato occorre lavorare all’uscita dalla crisi economica senza utilizzarla per mantenere alta la produzione di armamenti in nome della stabilità sociale e della difesa dell’occupazione, cercando strade alternative. 
Nel medio e lungo periodo bisogna lavorare al disarmo come scelta interiore, personale e dei popoli. Non come rassegnazione, ma come resistenza al male. Perché solo la coabitazione, la trasformazione dell’altro come diverso in alleato, può permettere di costruire futuro e pace. Cioè crescita per tutti e non solo per alcuni. 
È possibile, ed è necessario. I fallimenti che arrivano oggi a chiedere il conto in un mondo complesso sono un buon punto di partenza e una buona ragione.
 

 

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