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9 Settembre 2014 09:30 | Thomas More, Campus Carolus, Aula 006

Intervento


Joseph Yacoub


Università cattolica di Lione, Francia

Introduzione

Dal 2004 una grande fonte di inquietudine pesa sulla sorte dei cristiani d’Iraq e sulle altre minoranze. Nel marzo 2003, un mese prima dell’invasione americana dell’Iraq, noi avevamo pubblicato un libro intitolato: Minacce sui cristiani in Iraq.

Di anno in anno la situazione è peggiorata. Ma a partire dallo scorso 10 giugno lo stato di sicurezza si decisamente deteriorato, in particolare a Mossul, città che conta più di 20 chiese, e nella provincia di Ninive, a seguito della presa di controllo della città da parte dei Jihadisti ultraradicali.

Davanti a un esodo forzato di massa, provocato da forze oscurantiste, il fanatismo scatenato e il terrorismo, la loro sopravvivenza è ormai in pericolo. Dopo il 17 luglio, i cristiani sono stati cacciati senza pietà da Mossul. Gli Yazidi hanno conosciuto una sorte tragica simile, dopo il 4 agosto.

(citare i rapporti delle ONG, di Amnesty International ad es., le dichiarazioni del Patriarca Louis Raphael 1 Sako, soprattutto quella del 4 agosto fatta a Asia News).

A partire da adesso, la storia dell’Iraq non sarà più come prima. Si assiste a una tragedia umanitaria senza precedenti che tocca tutte le località cristiane di questa provincia, che porta il nome di Ninive ( Karakosh o Bakhida, Telkeif, Tel Eskof, Bartellé, Karamlesh, Baachika, Bahzani…) in questi mesi di agosto-settembre, siamo davanti a un dramma, accompagnato da una pulizia etnica e religiosa, a rischio di un genocidio (Patriarca Sako)

Caos ed esodo di massa

Il dolore ha colpito la provincia di Ninive, il cui nome, soltanto a lei, riveste una risonanza tanto simbolica: Ninive (dal nome arameo Ninwé), che è stata la capitale dell’antica Assiria, e che ci ricorda sia gli splendori di una civiltà, antica di oltre 4000 anni, sia la Bibbia e un cristianesimo ricco di 2000 anni di esistenza.

Ci sarebbe un rischio di estinzione dei cristiani di Iraq, in quanto gruppo etnico e religioso, anche se la loro storia è parte integrante di questa terra di Mesopotamia? Quel che sta accadendo sotto i nostri occhi sarebbe un tornante storico, un cambiamento di civiltà?

Certo, per molti irakeni, al di là delle loro appartenenze religiose ed etniche, la vita è diventata un inferno. Questo riguarda, certo in gradi diversi, tutte le componenti etniche e religiose del popolo irakeno, in particolare le minoranze: i Chabaks, gli Yazidi, i Turkmeni, il Kakais, i Sabéeni (o Mandeeni), gli Assiro-Chaldei-Siriaci e gli Armeni)

Abbiamo assistito al costante deterioramento della situazione della sicurezza e all’aggravamento dei conflitti interconfessionali. Lo Stato irakeno è divenuto così uno stato frazionato in categorie, o delle sottocategorie confessionali o etniche. Ci troviamo davanti a delle strutture statali deficitarie (amministrazione, polizia, esercito) e a un legame nazionale lacerato, a un disequilibrio delle rappresentanze, una società uccisa e frammentata, psichicamente sofferente, una identità lacerata e un tessuto nazionale a pezzi.

Malgrado le elezioni legislative del 30 aprile scorso, il popolo irakeno è sempre in attesa del ristabilimento dell`ordine e della formazione di un nuovo governo. Il paese è caratterizzato da una instabilità cronica dal 2003, che è seguita ad una dittatura senza pietà. L’invasione americana del 2003 ha visto radere al suolo le strutture dello stato, e ha imposto un regime politico di tipo federale, senza il previo consenso del popolo irakeno.

Il caos

Oggi l’Iraq è nel caos, ed è minacciato di decomposizione. I suoi cristiani sono in pericolo, come altre minoranze come gli Yazidi. Proporzionalmente al loro numero e in ragione della loro appartenenza religiosa, i cristiani d’Iraq hanno già pagato un pesante tributo di sofferenze e di privazioni. Scartati dal gioco politico, divenuti una comunità marginale, essi sono stati vittime di vessazioni di ogni tipo e subiscono regolarmente situazioni dolorose: rapimenti, richieste di riscatto, assassinii, attacchi alle loro persone e ai loro beni, torture, violenze e intimidazioni. Tutto questo ha dato luogo a una evidente emorragia demografica, che è divenuta un’emorragia che nessuno riesce a fermare. Su oltre un milione di membri prima del 2003, il 60% hanno già preso il cammino dell’esilio. Ed è drammatico.

Soltanto la città di Mossul contava nel 2003 35.000 cristiani, radicati in questa terra da 2000 anni. Oggi non c’è più nessuno! Ora, gli ultimi sono stati costretti questi ultimi giorni ad abbandonare i loro domicili e i loro beni, e le loro case sono state prese di mira dai Jihadisti dello Stato Islamico e segnate con la lettera “N” che significa Nisrani = Nazareni.

L’umanitario: urgenza

Davanti ai dolori dei cristiani d’Iraq, gli slanci di simpatia e di solidarietà sono stati considerevoli. Ma la loro situazione resta grave e la loro sopravvivenza è in pericolo. Una notte buia avvolge ormai le minoranze di questo paese, in particolare i cristiani. Il patriarca siro-cattolico Joseph III Yonan ha definito i terribili eventi in corso a Mosul e nella provincia di Ninive, come “epurazione di massa su base religiosa”. Il patriarca siro-cattolico ortodosso Mar Ignace Ephrem II Karim ha fatto lo stesso.

Cosi, si devono denunciare più fermamente gli attacchi gravi commessi contro le minoranze religiose e prendere delle misure diplomatiche concrete per la protezione dei cristiani d’Iraq, perché questo paese possa ritrovare la via della riconciliazione nazionale fra le sue componenti religiose ed etniche, poiché è importante che quelle minoritarie siano riconosciute pienamente, prima di tutto come cittadini per intero, e vedano i loro diritti alla libertà di religione e di convinzione -che è un diritto fondamentale dell’uomo- all’eguaglianza e alla non-discriminazione, concretizzati (citare i testi internazionali dei diritti dell’uomo e le risoluzioni adottate).

Quale difesa? Quale protezione?

Questione sicurezza

Le minoranze in Iraq devono essere protette. Sotto quale forma e chi deve assicurarne la protezione? Ci sono varie tesi su questo tema. Si fa strada il progetto di una zona di sicurezza, dopo l’invasione delle truppe dello Stato Islamico il 10 giugno scorso e i suoi atti barbari.

Di che si tratta precisamente e quale visione questo sottende in termini di futuro per i paese?

Cosa stabilisce la Costituzione irachena su questo tema e cosa prescrive il diritto internazionale sulle minoranze e i popoli autoctoni? Quale è l’atteggiamento della comunità internazionale?

Una provincia amministrativa autonoma?

Nella provincia di Ninive, intorno a Mosul, che è la capitale, e che è a forte maggioranza araba, gli Assiro-caldei-siriaci abitano numerosi e compatti su aree di questo territorio da tempo immemorabile. Per avere protezione, con il sostegno della diaspora, una parte della comunità chiede un territorio, uno spazio geografico amministrativo proprio, un luogo sicuro in grado di garantire la loro sicurezza e i loro diritti culturali e religiosi, all’interno di una zona relativamente omogenea (Save Haven) . Un tale progetto di stanziamento è infatti stato presentato da alcune formazioni politiche e associative cristiane. Alcuni chiedono che il loro paese sia collegato al Kurdistan, che rivendica, a suo profitto, dei territori situati in questa stessa provincia (e in altre tre) non al riparo d’altra parte dalle controversie con la popolazione araba.

Oggi gli eventi precipitano e questo dibattito acquista sempre più importanza.

Infatti le regioni contese fra Arabi e Curdi appartengono a quattro province differenti (Ninive, Al-Ta’mim, Diyala, Wassit) di cui le frontiere sarebbero suscettibili di essere modificate in funzione delle appartenenze etniche e religiose. Oltre la città di Kirkuk (provincia di Al-Ta’mim), questo riguarda i Qadas (distretti) di Makhmour  a sud di Mossul a maggioranza curda) Aqra  ( a nord di Mossul, a maggioranza curda, Mandali (provincia di Diyala a maggioranza turcomanna) Tall Afar (provincia di Ninive, a maggioranza turcomanna sciita), Sindjar et Sheikhan (province di Ninive,  a maggioranza Yazida), il qada de Hawija (provincia di Kirkuk, a maggioranza araba  di cui la popolazione non vuole essere unita al Kurdistan) e Khanaqine (provincia de Diyala, a maggioranza di Curdi Sciiti. Il qada di Badra della provincia di Wassit è anche rivendicato dai Curdi (art. 2 du projet de constitution kurde).

Qual è il significato di questo progetto di autonomia e come leggerlo? Ma innanzitutto qual è lo Statuto delle province nella Costituzione irachena?

Qual è lo statuto delle province irachene?

A proposito delle amministrazioni locali, come abbiamo visto, la Costituzione Irachena garantisce teoricamente i diritti amministrativi, politici, culturali ed educativi alle diverse nazionalità irachene fra cui gli Assiro-caldei: “Questa Costituzione garantisce i diritti amministrativi politici, culturali e educativi delle varie nazionalità, come i Turcomanni, i Caldei, gli Assiri e tutte le altre componenti, e questo è regolato dalla legge” (art.125).

Quindi si può dire che gli Assiro-caldei sono riconosciuti come nazionalità con i diritti afferenti. Tuttavia quest’articolo 125 di fatto non è stato sufficientemente seguito.

D’altra parte la sezione V (capitolo I, art.116-121) della Legge fondamentale attribuisce una larga decentralizzazione alle regioni (Iqlim) e alle province (Mohafazat). Ora in virtù dell’articolo 117.2 delle nuove regioni(una o più province) possono essere costituite, dotate della loro Costituzione propria che fissa l’architettura del potere del Iqlim: legislativo, esecutivo (compreso quello delle forze di sicurezza) e giudiziario, e di una rappresentazione presso le ambasciate irachene all’estero per seguire gli affari culturali, sociali e di sviluppo (art. 120 e 121).

Il capitolo 2 della sezione 5 della Costituzione (art 122-123) definisce i poteri delle province non costituite in regioni su larghe basi di decentramento.

Ma a differenza dei Curdi che hanno tre province al nord del paese (Dehok, Arbil et Suleimanyié) raggruppati in una regione: Iqlim Kurdistan (la regione del Kurdistan, riconosciuta dalla Costituzione irachena art 117.1), che hanno saputo imporre la loro autonomia dal 1992, gli Assiro-caldei, loro, non hanno province geografiche definite, ancora meno una regione. Il territorio dove essi sono in una presenza demografica compatta, è inglobato nella provincia di Ninive, che è a maggioranza araba e dove vivono diverse minoranze. Il resto della popolazione risiede in zone abitate concentrate nella regione del Kurdistan autonomo. Quelli che sono a Baghdad, sono dispersi in diversi quartieri. Altri in un numero più piccolo, sono soprattutto a Suleimaniyé, a Kirkuk e anche a  Bassora. Ma questi progetti non raccolgono affatto unanimità, poiché alcuni temono la ghettizzazione. Ma oggi la questione si pone con forza.

Il diritto all’autonomia / solidarietà

Nel quadro di questa parte dedicata all’Iraq, una nozione attira l’attenzione:  l’autonomia. Così la nozione di autonomia (auto-governo) – da non confondere con indipendenza – riaffiora. Dopo essere stata per lungo tempo accessoria, questa nozione è divenuta centrale. Essa vince in chiarezza, conosce un progresso intellettuale e normativo certo, che il diritto internazionale accetta ormai ed è entrato progressivamente nelle abitudini. 

Oltre all’eguaglianza e alla non discriminazione, il rispetto della dignità inerente ogni persona, e il trattamento differenziato (azione affermativa), converrebbe conservare la possibilità di auto-amministrarsi – nel quadro degli Stati esistenti- quando una minoranza ha una presenza compatta sul territorio.

Infatti si è dissertato molto sul principio di uguaglianza e di non discriminazione contenuto nella Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo delle Nazioni Unite e confermato in tutti i trattati internazionali dei diritti dell’uomo. Per quanto riguarda il trattamento differenziato, esso si incarna secondo modalità distinte in funzione dei paesi e dei regimi politici, delle culture e delle civiltà, come succede nel Regno Unito, in Canada, negli Stati Uniti, in India e in Sudafrica. Si tratta qui, con misure specifiche di ristabilire una uguaglianza colpita da squilibri sociali, etnici, economici, culturali e linguistici, allo scopo di correggerli e di concorrere al bene comune.

Riguardo il contenuto istituzionale dell’autonomia, il suo campo di competenza e i suoi effetti, nonostante l’ostilità tradizionale dei paesi arabi a tale progetto, essi possono variare da un paese all’altro secondo il loro sistema politico. Si ammette in alcuni casi, che le minoranze siano dotate di un diritto proprio. Esistono diverse categorie di autonomia secondo il contesto e i casi in presenza (autonomia socioculturale, amministrativa, regionale, territoriale, autonomia autoctona, regione a statuto speciale dovuto alla storia, alla geografia, alla densità demografica…). Il diritto all’autonomia suppone la facoltà concessa a una minoranza di autodeterminarsi in seno allo Stato che sia rispettoso della diversità, e ciò implica in cambio un senso del dovere. In questo caso, si potrebbe parlare di quello che chiamiamo “autonomia solidarietà “.

Certo, le minoranze hanno il diritto di essere autonome per tutto quello che riguarda i loro affari locali, di cui il contenuto istituzionale e la portata giuridica possono variare. E’ evidente che una minoranza che si trova concentrata su un territorio, come il caso dei siro-caldei nel nord dell’Iraq, potrebbe godere di autonomia, paragonata a una minoranza dispersa che invece beneficerebbe di un principio di uguaglianza e di non discriminazione e di un trattamento differenziato (azione affermativa).

In questo caso di figura, il diritto all’autonomia suppone la facoltà che deve essere concessa agli Assiro-caldei di autodeterminarsi in tutta responsabilità, nello Stato, nelle province e nelle regioni esistenti, nel rispetto reciproco della diversità e del senso del dovere.

Inoltre bisogna sottolineare che non è la prima volta che si parla dell’autonomia per gli Assiro-Caldei. Questo progetto ha degli antecedenti. E’ una questione che ritorna in maniera ricorrente dal 1919, quando si pose alla conferenza di pace e poi nel 1930, 1935, 1937, 1945. Cosa che si ignora, lo storico britannico Arnold Toynbee aveva scritto già qualche idea sulla nozione di uguaglianza di trattamento e di autonomia per queste popolazioni nel 1920.

Quale autonomia per gli Assiro-Caldei-Siriaci

Come abbiamo detto, alcuni gruppi di assiro-caldei lavoravano già per l’autonomia prima degli eventi tragici di questa estate. Alcuni sognano, secondo quel che dicono, di avere una propria bandiera, un proprio governo e le loro proprie forze di sicurezza. In effetti alcune iniziative sono state già prese nel 2011 e 13 organizzazioni si erano pronunciate per l’autonomia. Un memorandum, reso pubblico il 15 luglio 2011, è stato presentato alle autorità irakene e kurde. In precedenza il cartello di queste tredici associazioni assiro-caldee-siriache aveva pubblicato un programma politico, nel quale esso si proponeva degli obiettivi nazionali tra i quali la creazione di una provincia autonoma nei distretti (quada) e nei sottodistretti (NAHYA) di Hambanié, Tell-Keif, Baachika, Alqosh, e Bartelé, in associazione con le altre componenti nazionali e religiose che vi coabitano, seguendo le garanzie della Costituzione irakena.

Cosa pensare di un territorio autonomo nella piana di Ninive?

Bisognerebbe anzitutto definire la filosofia politica di un simile progetto e tutto dipende su  quale base esso sarà fondato. Talvolta si parla di una provincia autonoma per i cristiani, altre volte per l’etnia assiro-caldea-siriaca. Così non ci si può impedire di porsi qualche domanda. Anzitutto quale ne sarebbe la natura geografica e amministrativa: provincia, distretto, dipartimento, e quale la sua estensione? 

E’ augurabile la creazione di una provincia su basi confessionali? Questa opinione va scartata, perché essa sarebbe in contraddizione con la laicità che gli assiri-caldei-siriaci difendono, e le sue ricadute sarebbero gravemente dannose.

Quanto ad un progetto di una istituzione su fondamento etnico, esso sarebbe, a priori, in contraddizione con la Costituzione irakena, oltre che difficilmente realizzabile. Inoltre, in quale misura sarebbe conciliabile con l’unità dell’Irak, che in Mesopotamia è la patria di riferimento degli assiro-caldei, che le sono molto attaccati? 

Inoltre, occorrerebbe definire anzitutto i concetti di unità e di diversità e i legami da stabilire tra essi. Ma una nazione può essere il crogiuolo di diverse nazionalità.

Un altro aspetto risiede nel fatto che gli assiro-caldei non sono l’unica minoranza che vive nel perimetro rivendicato della valle di Ninive (Hamdanié, Tell-Keif, Baachika, Alqosh, Bartellé…) questa regione è abitata anche da arabi musulmani, da Yazidi, da Kakais, da Kurdi, da Mandei  (Sabei) e da Chabaks.

Quali sarebbero in tal caso le reazioni di queste minoranze, e quale quella della maggioranza araba che è in rivalità con i curdi, i quali rivendicano dei territori nella provincia di Ninive?

D’altra parte, il debole numero e l’ambiente (arabo e Kurdo) sono tali che i cristiani non potrebbero resistere alle intemperie politiche che questo tipo di progetto rischierebbe di provocare. In confronto con i curdi, questi ultimi hanno imposto la loro autonomia, che data dal 1992. Quanto agli arabi, essi si oppongono in maggioranza all’autonomia minoritaria e si mostrano diffidenti davanti a questi progetti politici che essi qualificano come secessionisti.

Inoltre, se ci si limita, strictu sensu, alla lettera della Costituzione irakena, la creazione di una nuova provincia (costituita di distretti, sottodistretti e villaggi) in Irak non è, dal punto di vista legale e amministrativo, cosa facile.

Quale sarebbe dunque la scelta possibile?

La questione è ormai aperta e merita anzitutto una riflessione approfondita e un’iniziativa realista, al riparo dalle passioni.

Bisogna dire che dal punto di vista dell’autonomia la storia è dolorosa. Essa ci ricorda che ogni volta che gli assiro-caldei hanno rivendicato l’autonomia, questa domanda è stata accolta con un rifiuto categorico e una repressione senza pietà, senza che la comunità internazionale sia mai intervenuta.

Detto ciò, il governo irakeno dice di voler proteggere i suoi cittadini. D’altronde la costituzione irakena contiene delle misure positive in favore degli assiro-caldei-siriaci che bisognerebbe rendere effettive e tradurre in fatti. L’articolo 125 della Costitutzione riconosce gli assiro-caldei come una nazionalità  e i loro diritti amministrativi, politici, culturali ed educativi. Allo stesso modo, l’articolo 4 erige, in particolare, la lingua siriaca in lingua ufficiale nelle unità amministrative in cui la comunità assiro-caldea è in un numero elevato. In queste condizioni, dando forza di dettagli (sotto forma di leggi) a queste norme giuridiche, bisogna sperare in un esito più accettabile, in termini di riconoscimento degli assiro-caldei-siriaci.

Conclusioni

Con i cristiani dell’Iraq, si tratta di una presenza storica e autoctona che risale all’antica Mesopotamia ed è legata indissolubilmente all’avvento del cristianesimo. Questi cristiani sono una comunità cittadina, fedele e leale, che rivendica la sua sicurezza la sua integrità fisica, e il suo riconoscimento in nome di una libertà fondamentale, quella di religione e di convinzione, e del diritto alla differenza, riconosciuto del resto dalle norme del diritto internazionale e dai testi irakeni.

Lo stato irakeno deve proteggere i suoi cittadini, altrimenti fallirebbe la sua missione principale. Questo paese ha bisogno di tutte le parti che lo compongono, cioè di tutto il suo tessuto sociale. Il patriarca irakeno della chiesa caldea, Louis Raphael 1 Sako, molto preoccupato per la situazione, ha lanciato molti appelli forti al mondo intero, per agire e non contentarsi di belle parole.

La presenza cristiana in questa regione del mondo, molto sconvolta, è quindi importante sotto molti aspetti, e anzitutto per la salvaguardia della pluralità delle libertà, della coesistenza tra le religioni e i popoli, e per la pace.

Preserviamo un Iraq multiforme e multi religioso nella sicurezza, la pace civile e la giustizia, prima che sia troppo tardi.

 

 

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