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9 Settembre 2014 09:30 | Auditorium ING

Intervento


Felix Anthony Machado


Arcivescovo cattolico, India
Si può dire che ci sono sempre state relazioni tra cristiani e musulmani. In periodi differenti e in luoghi differenti le relazioni sono state di cooperazione o di conflitto. Alcuni fattori hanno reso tali relazioni più difficili. Per fare un esempio di un fattore religioso, i cristiani devono ammettere che non hanno avuto una base teologica realmente adeguata per un rapporto aperto nei confronti dei musulmani. L'Islam in genere è stato visto come una sorta di forza geopolitica e non come un approccio a Dio, un luogo dell’attività divina in mezzo alle vite umane. Grazie a Dio, questo non è il modo in cui la Chiesa cattolica insegna oggi ai cattolici ad accostarsi all'Islam. Quest'anno ricorre il “giubileo d'oro”, i 50 anni della “Nostra Aetate”, una breve dichiarazione che è stata approvata dall'intero corpo mondiale dei vescovi cattolici e promulgata da papa Paolo VI il 28 ottobre 1965. Da un punto di vista umano, è stata un traguardo inaspettato. D’altro canto, è stata pianificata da Dio attraverso l'ispirazione dello spirito Santo. Lo scopo della dichiarazione “Nostra Aetate” era di esaminare con maggior cura il rapporto della Chiesa cattolica con le religioni che esistono nel mondo. I vescovi al Concilio desideravano riflettere su cosa hanno in comune le genti di tutte le religioni e su che cosa aiuta a promuovere la fratellanza tra loro. Questo è quanto è stato dichiarato proprio all'inizio della Nostra Aetate:
 
“I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità. Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l'intero genere umano su tutta la faccia della terra (At 17,26) hanno anche un solo fine ultimo, Dio, la cui Provvidenza, le cui testimonianze di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti (Sap 8,1 At 14,17 Rm 2,6-7 1Tim 2,4) finché gli eletti saranno riuniti nella città santa, che la gloria di Dio illuminerà e dove le genti cammineranno nella sua luce (Ap 21,23-24)”.
 
Riconoscendo la natura fondamentalmente religiosa dell'essere umano i vescovi hanno parlato positivamente di tutte le religioni in generale e hanno confermato in particolare l'alta reputazione della Chiesa cattolica per i mussulmani che adorano Dio, che è Uno, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo della terra, e che ha anche parlato agli uomini.
La pace è un tema centrale in tutte le religioni. Per noi cristiani, Gesù Cristo, nel quale Dio si è rivelato completamente, è chiamato il “principe della pace”. Dopo la sua resurrezione dei morti, il primo dono che Gesù ha impartito ai suoi discepoli è "il dono della pace", non come la dà il mondo, ma come Dio stesso la dà.
Per i nostri fratelli e sorelle nella tradizione islamica, il termine "salam" costituisce uno dei gloriosi nomi divini. La preghiera musulmana si conclude con un saluto di pace verso la comunità. Certamente, ogni popolo aspira alla pace ma, causa dell'egoismo dell'essere umano, i conflitti tra i popoli non si fermano mai e sono spesso gonfiati da un facile accesso a vari tipi di armi. La società sta diventando sempre più sensibile ai problemi dell'equilibrio ecologico, ma il cambiamento radicale di comportamento che è richiesto alla gente non avviene mai.
La salute e la felicità stanno diventando gli obbiettivi più alti della vita umana, ma paradossalmente sono in pericolo a causa del nostro stile di vita egoista. Il senso della responsabilità comune sul futuro dell'umanità è spesso dimenticato a causa del desiderio di soddisfazione immediata.
Lasciando da parte i conflitti del passato, la Nostra Aetate del Concilio Vaticano II invita cristiani e musulmani a lavorare insieme per la pace.
"Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà" [NA 3].
 
La pace non è tanto un equilibrio superficiale tra diversi interessi materiali; piuttosto dobbiamo guardare ad essa come ad un bene essenziale, certamente, come un dono di Dio che ci è stato affidato. La pace è il frutto della moralità e della virtù. La ricerca per la pace e gli sforzi per costruire la pace devono iniziare con Dio. La pace in questo senso è una nostra responsabilità. Il dono divino della pace deve divenire per noi, musulmani e cristiani, un progetto umano. Dobbiamo anche prendere con noi credenti di tutte le tradizioni religiose per coltivare la pace nella società. Poiché, o siamo tutti in pace o nessuno di noi individualmente vivrà in pace.
L'edificio della pace poggia su molti pilastri: la preghiera, l'amore, la giustizia, la solidarietà, il rispetto, il perdono, lo sviluppo, eccetera. I problemi del nostro mondo - siccità, malattie, il giusto uso delle delle risorse della terra, la povertà, la migrazione delle persone - non riflettono una divisione religiosa. Coinvolgono gente di tutte le religioni, inclusi cristiani e musulmani. Qui ci sono degli spazi aperti alla cooperazione cristiano-musulmana. Ci sono inoltre altri territori dove i cristiani e i musulmani si tendono la mano, ma può essere fatto di più: la difesa della vita, la preoccupazione per i tossicodipendenti, la cura dei disabili, degli anziani e dei morenti. Dove gli esseri umani sono in necessità c'è un richiamo ad unire gli sforzi per rispondere a queste necessità. In questi casi bisogna costruire fiducia reciproca. Certamente, un'azione congiunta è importante, poiché dimostra che le nostre rispettive religioni non sono alla ricerca di un'auto-espansione a discapito della sofferenza di altri, che non approfittano della debolezza di qualcuno, ma che stanno veramente servendo i loro fratelli e sorelle per amore di Dio (la lettera aperta "Parola comune, amore di Dio e amore per il prossimo", del 13 ottobre 2007, scritta da 138 eminenti studiosi e intellettuali musulmani rivolta ai leader delle chiese cristiane, ha testimoniato la più importante iniziativa di dialogo dei nostri tempi che ha guadagnato un vasto apprezzamento dei leader religiosi di varie tradizioni). Non dimentichiamoci che la pace nasce nel cuore di una persona. Si può difficilmente portare la pace nella società, nel mondo, se non c`è pace in se stessi. Coltivare la pace interiore é indispensabile se non c'è pace attorno a noi. La perseveranza nella vita di preghiera porta frutti di pace nel cuore. Ricordiamoci di S. Giovanni Paolo II che ha detto ad Assisi nel 1986: "... Lì esiste un'altra dimensione di pace, un altro modo di promuoverla... Il risultato della preghiera che, pur nella diversità delle religioni, esprime una relazione con un potere supremo che sorpassa le nostre sole capacità umane” (Discorso inaugurale alla Giornata mondiale di preghiera per la pace, Assisi, 27 ottobre 1986).
 
Ovviamente, pregare non è fuggire dalla storia e dai problemi che essa rappresenta. Al contrario, è scegliere di affrontare la realtà non per conto nostro, ma con la forza che proviene dall'alto, la forza della verità e dell'amore che hanno la loro sorgente definitiva in Dio. Confrontandosi con la doppiezza del male, la gente di fede può contare su Dio, che assolutamente desidera ciò che è buono. Può pregare di avere coraggio, di affrontare perfino le più grandi difficoltà con un senso di responsabilità personale, senza mai cedere al fatalismo o alle reazioni impulsive.
Lo sviluppo è il nuovo nome per la pace. Può esistere la pace vera mentre uomini, donne, bambini non possono vivere in piena dignità umana? Ci può essere una pace duratura in un mondo governato da relazioni - sociali, economiche e politiche - che favoriscono un gruppo, una nazione alle spese di un'altra? Può essere instaurata una pace genuina senza un effettivo riconoscimento di questa meravigliosa verità, cioè che abbiamo tutti la stessa dignità, siamo uguali perché siamo stati formati ad immagine di Dio che è il nostro Padre? Lo sviluppo integrale dell'intera persona e di tutti i popoli è la condizione necessaria per la pace. A meno che noi non cerchiamo il bene di ciascuno e di tutti, la pace è messa a rischio. Il rispetto per i diritti di ogni persona è il fondamento della pace. Ovviamente, ci sono sempre diritti e doveri, che provengono direttamente simultaneamente proprio dalla natura della persona umana. È proprio sul corretto fondamento antropologico di questi diritti e doveri e sulla loro correlazione intrinseca, dove poggia il vero bastione della pace.
 
Il fenomeno della globalizzazione viene imposto sulle persone, specialmente sui poveri, senza rispettare la solidarietà tra tutta la gente. Possono davvero tutti trarre vantaggi da un mercato globale? Possono tutti finalmente avere una chance per godere la pace? Le relazioni tra Stati diverranno più equilibrate, o la competizione economica e le rivalità tra i popoli le nazioni porteranno l'umanità verso una situazione di ancora maggiore instabilità? La sfida di fronte a noi è di assicurare una globalizzazione nella solidarietà, una globalizzazione senza emarginazione.
 
La gente è il soggetto del vero sviluppo e allo stesso tempo l'obiettivo del vero sviluppo. Lo sviluppo integrale del popolo è la meta e la misura di tutti i progetti di sviluppo. Perché non proporre valori che siano un vero vantaggio sia per gli individui che per la società? Non è sufficiente avvicinarsi e aiutare quelli che sono nel bisogno. Dobbiamo aiutarli a scoprire i valori che li renderanno capaci di costruire una nuova vita e di assumere il loro giusto posto nella società con dignità e giustizia. La solidarietà che favorisce lo sviluppo integrale e quella che protegge e difende la legittima libertà di ogni individuo e la giusta sicurezza di ogni nazione. Lo sviluppo in definitiva diventa una questione di pace, perché essa aiuta a raggiungere che cosa è buono per gli altri e per la comunità umana nel suo insieme.
Le religioni hanno un ruolo importante da giocare nello stabilire una pace duratura nella società. I leader religiosi devono incoraggiare i loro stessi correligionari a comprendere i principi delle proprie tradizioni religiose. I credenti sono "messaggeri e artigiani di pace". Il desiderio umano per la pace è espresso da ogni religione. Se questo desiderio è fondamentale ed essenziale per l`essere umano, allora i credenti di ogni religione dovrebbero sostenerlo, siano essi politici, leader di organizzazioni internazionali, uomini d'affari o lavoratori, associazioni o privati cittadini. Ancora una volta voglio ricordare le parole di S. Giovanni Paolo II. Lui ha detto: "lavorate per la pace, specialmente con l'esempio personale del vostro corretto comportamento interiore, che si mostra esternamente in azioni e comportamenti coerenti. Serenità, equilibrio, autocontrollo, e atti di comprensione, perdono e generosità hanno un'influenza pacificatrice sulla gente circostante e sulla comunità civile e religiosa".
L'amicizia tra cristiani e musulmani deve e possibilmente dovrà regnare in molte, se non in tutte, le parti del mondo. "Nel clima di tensioni aumentate in diverse parti del mondo di dialogo sarà particolarmente importante nello stabilire una base solida per la pace e nell'allontanare lo spettro temuto di quelle guerre che hanno insanguinato così spesso la storia umana. Il nome dell'unico Dio deve diventare sempre di più ciò che esso è: un nome di pace e un'invocazione alla pace!" (Giovanni Paolo II, NMI, 2000)
Tutto questo può sembrare molto idealistico. Dobbiamo prendere la gente per come è. Tuttavia dobbiamo mantenere degli ideali davanti a noi, dobbiamo mantenere una visione, altrimenti ci rassegneremo solamente  ad un costante conflitto. Comunque per quanto i cristiani sono stati e sono ancora implicati nei combattimenti, il cristianesimo e l`islam sono entrambi in loro stesse religioni di pace. Cristiani e musulmani noi adoriamo il Dio della pace. Abbiamo il dovere di lavorare per la pace, di lavorare insieme per la pace.
 

 

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