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8 Settembre 2014 09:30 | Thomas More, Campus Carolus, Aula 006

Intervento



Katherine Marshall


Direttore del "World Faiths Development Dialogue", USA
“Lo sviluppo è il nuovo nome della pace”. Questa breve frase, pronunciata da Giovanni Paolo II nel 1987, contiene una verità fondamentale sulle questioni globali. Rappresenta anche una sfida che in questo periodo turbolento e problematico del 2014, ci invita al dialogo e alla riflessione. I complessi legami tra l’economia e la pace invitano i leader religiosi e le istituzioni a riflettere per poter agire. Nella mia introduzione affronterò tre problemi: qual è il legame tra pace e sviluppo? Quali sono i problemi di cui si discute più animatamente? E infine, con uno sguardo al futuro: come può crescere l’impegno delle religioni per combattere le disuguaglianze e le ingiustizie?
 
Perché e in che modo la pace e lo sviluppo sono collegati?
 
Le due ragioni principali che ci portano a collegare la pace e lo sviluppo sono innanzitutto il fatto che la disperazione e la mancanza di speranza (un fallimento del processo di sviluppo) portano al caos e al conflitto; la seconda è che le palesi ingiustizie che accompagnano la povertà endemica e le grossa disparità tra ricchi e poveri generano rabbia e aggravano conflitti antichi e nuovi. La speranza è che in società nelle quali lo sviluppo porta prosperità, dove la popolazione istruita ha la possibilità di sviluppare le proprie potenzialità, dove sia bambini che adulti hanno accesso alle cure mediche, dove c’è libertà di parola e di azione, di religione, la pace prevarrà. Il mondo ha davanti a sé queste società. Non dobbiamo dimenticare che è un miracolo il fatto che oggi abbiamo la possibilità per la prima volta nella storia di garantire la vita e la salute di tutti. Ma siamo lontani da quelle che riconosciamo come nostre potenzialità.
 
Dunque perché c’è un dibattito così acceso? Quali sono le domande ancora in attesa di risposta?
 
Mentre le ragioni basilari per cui lo sviluppo e la pace sono intimamente legati sembrano convincenti, dietro a ogni facile consenso si nascondono modi divergenti di considerare e di comprendere le forze e i problemi connessi a tutto ciò. Alcuni vedono nella maggior parte dei conflitti odierni le ingiustizie della storia e gli squilibri di potere tra le nazioni. Un economista potrebbe affermare che la risposta all’instabilità e alla povertà sta in un clima favorevole agli investimenti, in modo che le imprese possano creare posti di lavoro. Un docente a sua volta suggerirebbe che la risposta è nell’istruzione, istruzione e ancora istruzione. L’operatore sanitario vede un enorme potenziale di instabilità nella minaccia posta dalle malattie infettive. L’esperto della soluzione di conflitti, al contrario, potrà controbattere che senza affrontare il dolore e l’ingiustizia del passato non è possibile alcuna pace. L’ambientalista dirà che la crescita economica incondizionata è insostenibile e distruttiva, tanto che bisogna trovare nuove strade. Il politologo a sua volta argomenterà che finché le élites non diverranno inclusive e il potere non sarà in mano al popolo, né la pace né lo sviluppo saranno duraturi. 
 
Lasciatemi ora approfondire quattro temi che meritano un’attenzione particolare da parte della nostra comunità. 
 
Disuguaglianza e ingiustizia sono il tema del libro di Thomas Piketty, uno più discussi dell’anno. Alcuni affermano che le disuguaglianze non sono mai evitabili, che addirittura sono ‘giuste’, in quanto chi vive nella ricchezza se l’è guadagnata. Altri pensano che sia un’ingiustizia sociale, il prodotto della storia e dell’abuso del potere. Ci sono molti che dicono che la priorità è lavorare per sradicare la povertà estrema piuttosto che concentrarsi sulle disuguaglianze. Tuttavia molti saggi osservatori credono che ci sia semplicemente qualcosa che non va nel divario sempre maggiore che separa i ricchi dai poveri. Il problema è come affrontarlo. Sono le competenze umane la priorità, per cui bisogna concentrarsi sull’istruzione e sulle cure sanitarie affinché tutti abbiano le stesse opportunità? O al contrario andrebbe effettuata una sorta di redistribuzione? È necessario creare nuovi sistemi o possiamo costruire su ciò che esiste già?
 
L’eterna diatriba sul ruolo dello stato è fondamentale ma ancora irrisolta. I dibattiti si svolgono in vari modi: è meglio la democrazia oppure uno “stato guardiano”? Fin dove può arrivare il controllo dello stato? In che misura il potere regolatore dello stato può indirizzare le forze dei mercati capitalistici in una direzione positiva? Cosa si può fare per assicurare una amministrazione onesta e per limitare o porre fine alla corruzione?
 
In terzo luogo, il ruolo degli aiuti internazionali allo sviluppo è molto discusso: è un diritto umano vitale e costituisce un obbligo, oppure è uno spreco di risorse che incoraggia la dipendenza e la corruzione? Ci sono divergenze e tensioni tra un approccio fondato sulla carità e un quadro di riferimento basato sui diritti. La carità, un antico buon principio, nasconde dei rischi, tra cui una categorizzazione di chi si trova nel bisogno come oggetto e vittima. Visioni basate sui diritti sottolineano la dignità dell’individuo e riconoscono il suo giusto diritto ad avere una decorosa opportunità di sviluppo. Entrambi questi approcci sono necessari, ma le differenze potrebbero creare confusione nelle politiche di aiuto allo sviluppo. Il ruolo del denaro (quanto? Come? A chi?) e quello della competenza restano opachi.
 
E, quarto, ci sono accese discussioni sulle varie dimensioni dei diritti umani. L’uguaglianza tra uomini e donne è percepita in modi molto diversi nelle varie società e particolarmente all’interno di alcune comunità religiose. È un campo di notevoli tensioni per molti professionisti degli aiuti (come per me stessa), poiché l’uguaglianza vera e completa è fondamentale per uno sviluppo che abbia successo. Molti altri argomenti di dibattito riguardano il ruolo dei diversi sessi, inclusi gli straordinari livelli di violenza domestica e gli stupri cui assistiamo ancora nel XXI secolo. Altri temi collegati ai diritti umani sono quelli delle minoranze, sia comunità religiose minoritarie che i gruppi LGBT. 
 
Una società viene giustamente giudicata dal modo in cui tratta le persone più deboli e più vulnerabili. Le realtà di come proteggere chi è molto povero e chi rischia la discriminazione e l’esclusione sono qui tra noi e ci pongono delle sfide morali continue. 
 
 
Uno sguardo al futuro: l’impegno delle religioni per la disuguaglianza e l’ingiustizia
 
Nonostante il diffuso riconoscimento del fatto che lo sviluppo e la pace sono strettamente connessi, spesso sono considerati in compartimenti stagni. I professionisti che lavorano nel campo dello sviluppo e della risoluzione dei conflitti tendono ad essere abbastanza separati tra di loro. I costruttori di pace guardano con diffidenza agli economisti e molti di quest’ultimi si domandano dentro di sé quali siano i reali frutti del lavoro per la pace, perché la vera soluzione sta nel lavoro e nella crescita. Parte della risposta a queste divergenze nella comprensione e nell’azione è un coinvolgimento maggiore dei leader e delle comunità religiose. 
James D. Wolfensohn e Lord Carey (a quell’epoca rispettivamente presidente della banca Mondiale e Arcivescovo di Canterbury) considerarono la necessità di colmare tali abissi, specialmente quelli che coinvolgevano attori dello sviluppo sia religiosi che laici, poiché sembrava assurdo che sostenitori convinti dei poveri fossero in disaccordo. Lavorare insieme, risolvere le possibili divergenze d’opinione è essenziale. Entrambe le parti hanno una vasta conoscenza e competenza, tra cui programmi già attivi e idee frutto di esperienze dirette. L’organizzazione che dirigo, the World Faiths Development Dialogue, http://berkleycenter.georgetown.edu/wfdd, prosegue il suo lavoro e incoraggia il dialogo su temi scottanti in molti campi collegati allo sviluppo e alla pace. 
Combattendo insieme la corruzione, migliorando la qualità dell’istruzione, ricercando la verità e la riconciliazione, o lavorando per affrontare i cambiamenti climatici, soggetti religiosi e laici possono raggiungere molti più risultati lavorando insieme che non separatamente. Ciò che conta nel lavoro per lo sviluppo e per la pace è il coinvolgimento dei molti e differenti soggetti interessati e una volontà di impegnarsi, di imparare l’uno dall’altro e di essere trasformati. Questa è la sfida del dialogo, nello sforzo di far diventare realtà l’affermazione che lo sviluppo è il nuovo nome della pace. 

 

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