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8 Settembre 2014 09:30 | Thomas More, Campus Carolus, Aula 109

Intervento



Jürgen Johannesdotter


Vescovo luterano, Germania

Un paio di settimane fa ho avuto un consiglio di amministrazione in una delle case per disabili in Germania. Sono membro del Consiglio di Amministrazione da 20 anni e in questi anni ho conosciuto molte delle circa 300 persone che vivono lì, alcune da più di 50 anni. Di solito cominciamo con una preghiera. All’improvviso un giovane mi è venuto accanto e mi ha detto: “Gesù è mio amico. Tu sei amico di Gesù?” –Sì – ho risposto. “Allora sei anche mio amico”. E mi ha dato la mano. Cose del genere accadono quasi ogni volta che vado in questa casa. L’amicizia con Gesù significa amicizia con gli altri.

Ho trascorso 8 anni della mia vita in una scuola che si trovava in quel che era stato un monastero benedettino. Lontano da casa hai bisogno di amicizia, amicizia affidabile. Nel libro del Siracide 6,16-17 leggiamo: “Un amico fedele è un balsamo di vita, lo troveranno quanti temono il Signore. Chi teme il Signore è costante nella sua amicizia, perché come uno è, così sarà il suo amico.”

La maggior parte di noi passa la maggior parte del suo tempo ad organizzarsi la vita, i nostri piccoli problemi, le saghe, le vittorie, le sconfitte. Alla fine della giornata raccogliamo il nostro punteggio, non a favore o contro i grandi sistemi sociali o intellettuali del mondo, ma nei termini di quanto stiamo dalla parte delle persone che consideriamo e, forse, anche amiamo.

E’ facile per la religione pronunciarsi sui grandi affari ed eventi della nostra epoca; può e deve farlo, ma una religione celeste che non sappia aiutarci a districare la nostra razione giornaliera di esperienza umana non dà alcun beneficio terreno.

Il primo dono che ci è stato dato alla creazione è stato quello della compagnia: “non è buono che l’uomo sia solo”, dice Dio quando dona ad Adamo Eva. La motivazione è generosa; non dice che non è pratico, o conveniente che l’uomo sia solo. Dice, semplicemente, che non è buono, e procede a risolvere il problema e a procurare la prima relazione, la cui essenza è la compagnia dell’uno per l’altro.

Il bisogno di Adamo è il nostro stesso bisogno; forse lo abbiamo ereditato da lui. Abbiamo bisogno di ritrovarci in qualche modo connessi a qualcuno al di fuori di noi. Sì, siamo connessi con Dio, il nostro creatore, abbiamo questo rapporto sommo, e portiamo il segno del creatore, ma perfino Dio si rende conto che non è abbastanza, non è abbastanza buono; e così quel che comincia con Eva non è tanto la licenza di sposarsi ma una garanzia di alleanza e di compagnia, la cui forma ultima e più intima è l’amicizia, che è essa stessa dono e grazia di Dio. La massima espressione di questo dono, naturalmente, è l’amicizia con Dio. Questo è ciò che otteniamo grazie alla saggezza, quando la saggezza, di generazione in generazione, ci rende “amici degli dei e dei profeti”. In qualche modo, tuttavia, l’amicizia con Dio non è sufficiente in se stessa per noi, e per questo il dono di Dio è così saggio e pratico da fornirci l’incentivo e l’opportunità dell’amicizia umana come prefigurazione di quella divina: Dio ci ha dato il dono dell’intimità come segno dell’intimità che egli condivide con noi.

 

Negli Apocrifi, da cui è preso il nostro testo, leggiamo: “un amico fedele è un rifugio sicuro; chiunque ne trovi uno, ha trovato un tesoro” e ancora leggiamo: ”un amico fedele è balsamo per la vita, trovato da chi teme il Signore”. Impariamo che l’amicizia è un tesoro. L’amicizia autentica è difficile a trovarsi, come un tesoro, e la vera amicizia viene da Dio. Forse è per questo che incontriamo così tanti problemi nelle nostre amicizie; qualcosa di così prezioso, raro e divino sembra fuori posto e insolito per la realtà delle nostre amicizie mondane.

Tutti conosciamo le grandi amicizie della storia. Davide e Gionata, per esempio. Il modello di Gesù, un amico che dà la sua vita per l’amico.

Conosciamo le regole – avere un amico è essere un amico; un amico nel bisogno è davvero un amico – e perseguiamo questi ideali, cercando sempre l’amico perfetto che ci aiuterà, ci conforterà e ci incoraggerà nonostante noi stessi.

 

Tuttavia, nonostante questi ideali, la maggior parte di noi è spaventata dalla lotta tra l’esperienza e la speranza. Conosciamo, forse più di quanto vorremmo, la verità di quell’aforisma rivolto contro Winston Churchill che dice: “Non aveva nemici; solo i suoi amici lo disprezzavano profondamente”. Di solito, quando viene scoperto un cadavere di una vittima della mafia, coloro che sono interrogati rispondono scioccati alla morte del loro vecchio collega: “Non aveva un nemico al mondo, solo un amico avrebbe potuto fare questo”. 

 

Nonostante tutto ciò, tuttavia, l’amicizia continua ad essere il modello ultimo che inseguiamo per combattere quella solitudine nella creazione che Dio stesso ha detto non essere buona. I bambini sono attirati verso chiunque o qualsiasi cosa sia attratta da loro. I ragazzini amano correre in gruppo. Gli adolescenti cercano il “migliore amico”, quella persona al di là dei legami di sangue che dividerà il mondo con loro; e tutti noi ci organizziamo, in qualche modo, per lo stesso sforzo: condividere il dono dell’ Eden. Questo è ciò che è l’amicizia e il motivo per cui la inseguiamo anche se non è facile da raggiungere. Si noti che le amicizie possono rompersi, e sappiamo che questo succede, e non essere più riparabili. Mentre possiamo considerare naturali, persino divini, il desiderio, la necessità dell’amicizia, non possiamo dare per scontata l’amicizia stessa.

Ci vuole lavoro per conservare un’amicizia, non solo contatto ma lavoro. Più spesso questo “lavoro” si trova in piccole cose:  le cortesie e le gentilezze quotidiane. Il credito per il successo è dato a piccole cose, esattamente come, al suo opposto, la colpa per il fallimento viene anche essa attribuita a piccole cose.

L’uso della parola “riparare” nel nostro testo è eloquente. Chiunque di voi gestisca una proprietà sa quanto sia difficile farlo su ampia scala. Sono i piccoli compiti quotidiani, settimanali, annuali che fanno andare avanti tutto. Provare a fare tutto immediatamente in un unico solenne restauro funziona raramente. “L’uomo che teme il Signore,” dice il testo: “tiene al riparo la sua amicizia”. Vale questo lavoro? Potremmo chiedercelo. Forse l’amicizia è troppo costosa, troppo esigente.

 

La ricerca di amicizia è una difesa contro un mondo anonimo ed indifferente. E’ la nostra occasione, la nostra speranza, di fare qualcosa di più del nostro tempo sulla terra rispetto ad una semplice sopravvivenza. Questo è il motivo per cui il dono dell’amicizia è un dono così grande di Dio. Vale la pena affrontarne i rischi perché l’alternativa che ci si prospetta è talmente grigia da non poterci nemmeno pensare. I cristiani sanno, o dovrebbero sapere, che la loro sola grande speranza è in Dio e che per il resto la vita non ha garanzia, tranne la necessità dello sforzo. Ci sono degli ideali a cui dobbiamo aggrapparci e a cui ci aggrappiamo: la fedeltà, la fiducia, la verità, l’amore, la gioia. Questi sono gli ideali, ma servono a sostenerci nella loro assenza, perché questo è ciò che sono gli ideali. Di conseguenza l’Apocrifo ci dice che l’amicizia migliore è quella che permette all’amicizia di Dio di essere modello ai nostri sforzi immediati, mettendo in preventivo il fallimento e il perdono, la speranza che nasce dalla delusione, e la carità, il lubrificante di tutte le relazioni che valga la pena avere. 

 

L’amicizia di Dio come un modello per la nostra amicizia – perchè?
Un paio di anni fa un padre e il suo figlioletto stavano visitando una delle meravigliose cupole del nostro paese. 

Al centro della cupola cammini sotto le braccia di Gesu’ Cristo crocifisso fino all’altra parte della chiesa. Il ragazzino stette lì per un po’ e poi chiese a suo padre: “ Chi è quello?” e suo padre: “Non lo so”. E continuò a camminare. Alla fine il figlio pensò a voce alta: “Non è forse: vieni tra le mie braccia?”.  Il Signore crocifisso ci invita: Vieni tra le mie braccia. 

Questo è quello che sperimenta il credente.  E’ un tipo meraviglioso di amicizia. Nella Bibbia Abramo e Mosè sono chiamati “amici di Dio”. Nei Vangeli di San Luca e San Giovanni Gesu’ chiama i suoi discepoli “amici”. Lui stesso trovò degli amici là dove non se li aspettava. L’amicizia non è solo un sentimento. E’ una caratteristica della persona di fede. 

 

Quello che noi nella tradizione della teologia luterana  - e non solo nella teologia luterana, ma lì nel modo più complicato, chiamiamo:  “giustificazione per grazia” è esattamente questo: Gesu’ ci guarda come amici. Questo è immeritato, e così siamo a chiamati a guardare agli altri in questa prospettiva. Ci invita a questa amicizia come un modo di pensare agli altri.

Questo è ciò che siamo invitati a fare in questi giorni di preghiera per la pace – nel dialogo, nel rispetto delle differenze. Io sono amico di Dio, e anche tu. Questo è quello che mi diceva l’uomo disabile di cui ho parlato all’inizio. 

Questo è quello che gli amici di Sant’Egidio praticano con i loro amici a Roma e ad Anversa e in tutto il mondo – amicizia con i poveri, e questa amicizia ha un nome, un volto, una storia e una dignità. Il mondo ha davvero bisogno di più amici, più credenti che sperimentino questo tipo di amicizia. 

 

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