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09/12/2016
Preghiera della Santa Croce

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8 Settembre 2015 09:30 | Museo Storico Nazionale

Intervento di Armand Puig i Tàrrech



Armand Puig I Tàrrech


Teologo cattolico, Spagna

Le religioni si affacciano al mondo e si chiedono quale debba essere il loro atteggiamento dinanzi a tutto quello che vi accade. Qualsiasi religione non è indifferente alle domande delle persone che la seguono ma anche alle richieste, esplicite o implicite, di coloro che non fanno parte di essa. Fino a pochi anni fa le religioni e le confessioni religiose coincidevano con precisi ceti culturali, geografici, economici, ed anche linguistici, ma oggi non è più così. Ogni religione, grande o meno grande, non saprebbe vivere senza avere di fronte il mondo globale, attenta soltanto ai mondi locali che, forse tradizionalmente, l’hanno configurata. Se fosse così, quella religione si appiattirebbe, diventerebbe minuscola di prospettive e futuro –pur avendo miglioni di seguaci! Le religoni si trovano dinanzi a un mondo complesso, spaesato, pieno di interrelazioni, e guardano, a volte con difficoltà, le sfide enormi del mondo globale. Ma non possono rinchiudersi in sé stesse. 
Guardare il mondo globale non significa fare una bella analisi, ma entrare nel concreto della vita di tante persone: quelle che mi «appartengono», come credenti nella mia stessa fede, e quelle che non condividono le mie convizioni ma sono parte della mia umanità. Le religioni hanno nuove opportunità nel mondo globale, in modo che c’è per loro un allargamento di orizzonti in tanti sensi. Tra i primi orizzonti c’è quello della sensibilità per tutti e per tutte, al di là delle barriere etniche, sociali, economiche, culturali e, naturalmente, religiose. Oggi, in un mondo globale, le religioni devono andare oltre la loro propria storia e collocarsi come «sentinelle di misericordia» nelle società del nostro tempo, aprendo il loro cuore ai bisogni di tutti gli uomini, specie i poveri.

I poveri bussano alla porta
Le religioni hanno la fortuna di avere le risorse più importanti che ci siano: quelle spirituali. Per ciò possiedono delle potenzialità straordinarie. Esse hanno un grande vantaggio: possono camminare sulla strada dell’amore concreto ai poveri perchè la loro scelta non si trova condizionata, se agiscono onestamente, dalle strategie geopolitiche, né dal guadagno finanziario, né dalla ricerca di potere. Perciò le religioni sono chiamate a prendersi cura dei poveri, spesso respinti per la loro scomodità oppure tante volte guardati con diffidenza come se fossero persone pericolose. Il fondamento fornito dalla religione è una base salda per rendersi conto dei bisogni delle persone e dare ad esse una risposta esauriente.    
Ogni credente conosce le grandi colonne della sua fede, i punti fermi sui quali si apre il suo cammino verso l’Assoluto, verso l’Onnipotente. Una colonna tra le più centrali è quella della «misericordia», cioè la «compassione». Nei testi sacri queste due parole, di significato simile, ricorrono parecchie volte per esprimere l’attitudine con la quale Dio agisce nel mondo. Ma le stesse parole servono anche per indicare quel comportamento che il credente è chiamato ad assumere vedendo cosa c’è scritto nella saggezza antica dei testi sacri. Ad esempio, nell’Islam è abituale incominciare un discorso con l’invozacione al «Dio clemente e misericordioso», quella che si trova all’inizio di tutte le sure del libro santo, il Corano. Oppure nella religione ebraica, quando si leggono i libri che contengono la rivelazione fatta a Mosè, si trova questa frase, pronunciata dalla voce divina, come identità dell’Onnipotente: «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore» (Esodo 34,6). Parole simili compaiono nella Scrittura cristiana, concretamente nella Lettera di Paolo apostolo agli Efesini, dove l’Eterno viene chiamato «Dio, ricco di misericordia» (2,4). Anche il buddismo sottolinea l’importanza della compassione come uno dei principali cammini di crescita spirituale, e nei Vangeli cristiani si legge pure quest’ammonizione: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Luca 6,36). E potremmo continuare.  
Queste sacre parole costituiscono un tesoro che deve essere usato a favore dei poveri. Essi bussano alla porta delle religioni del mondo. Sono milioni di persone ferite dalla vita, che soffrono fame o sete, che sono colpite dalla malattia e restano senza protezione, che sono portate in carcere e lì perdono la vita giorno dopo giorno, che diventano profughi da un paese all’altro morendo con la speranza di pensare che ci sarà una vita migliore senza guerra né violenze. I poveri sono spesso «pellegrini di pace», persone che non cercano altro che vivere senza gli orrori che li hanno portati a subire situazioni terribili e di grande sofferenza. Tutti sappiamo come, particolarmente questi giorni, migliaia di profughi attraversano il Mediterraneo dall’Asia o dall’Africa cercando una vita in pace, quella che la guerra o la malizia degli uomini o la loro ingiustizia, non gli hanno permesso di avere. Sono una folla di poveri –uomini, donne, bambini– che bussa alla porta, anche delle religioni, cercando una vita umana e dignitosa. Le religioni in Europa non possono chiudere le porte –così come non sono state chiuse in parecchi paesi del Medio Oriente.    
Ma è importante che le religioni traggano fuori tutte le implicazioni della loro fede nel Dio di misericordia e di compassione. Le energie espirituali che le sono concesse, rappresentano un bene per tutti, sopratutto per i poveri. È dunque evidente che questi bussino alla porta degli uomini e delle donne di religione perchè capiscono che nella dimora di Dio c’è sempre posto per i più piccoli e i bisognosi. I poveri si affidano al Dio di misericordia e lo fanno con la preghiera ma anche cercando l’aiuto di coloro che sono credenti e, così pensano, non respingeranno mai un essere umano in necessità. Dove si vive in nome di Dio, non si può respingere nessuno dei suoi figli! 

Un cuore misericordioso che accolga i poveri
In un mondo che vede come ogni anno si allarga sempre di più il fossato tra ricchi e poveri, le religioni devono prendere la decisione di diffendere la parte più debole. Certo, in tanti testi sacri delle diverse religioni l’elemosina è presentata come un obbligo oppure come una seria raccomandazione rivolta ai credenti. Ma l’elemosina non è soltanto un comandamento divino, un mezzo di santificazione di ogni singolo credente. L’elemosina può diventare un modo di cambiare questo mondo, se le religioni capiscono che dietro la legge dell’elemosina c’è qualcosa di decisivo: l’invito alla misericordia. Così, la misericordia, che è fonte e fondamento dell’elemosina, può trovare nuove strade sulle quali i poveri ricevano l’affetto misericordioso e compassionevole dei credenti, degli uomini e delle donne di religione.
A questo punto, possiamo prendere la lingua greca, dove c’è un rapporto etimologico tra le due parole: «misericordia» (eleos) ed «elemosina» (elemosinê). Questo rapporto sottolinea la relazione profonda che si stabilisce tra il fatto di dare qualche soldo a un povero e la volontà di essere misercordioso con lui. Come fare sì che il comandamento dell’elemosina si ampli e divenga un invito alla misericordia, in modo che i poveri vengano accolti da un cuore misericordioso, che capisca la profondità e la gratuità dell’amore, sia divino che umano? 
Ogni religione, e ogni credente di essa, è in grado di promuovere il passaggio dall’elemosina alla misericordia. Non si tratta di cancellare il comandamento dell’elemosina ma di portarlo alla sua pienezza e alla sua radice. Infatti, la misericordia è sempre creativa e capace di scoprire strade nuove, quando vede i bisogni dei poveri e si commuove. Un cuore mosso dal bisogno degli altri essere umani, trova vie che scaturiscono dalla propria religione e che, forse, ancora nessuno aveva percorso. I poveri fanno crescere la misericordia in noi e rendono il nostro cuore sensibile a ogni persona umana. Essi favoriscono un rinnovato incontro con la propria tradizione religiosa e, con loro, la religione si purifica dal polvere delle abitudini e della durezza di cuore che ci si attacca alle scarpe e ci impedisce di camminare nella gioia della fede.

I poveri, un aiuto per la pratica della religione
Tutti saremo d’accordo che i poveri devono essere aiutati, sia con l’elemosina, sia con altre azioni a loro favore dettate da una misericordia creativa, che sa trovare modi nuovi di stare accanto ai figli più piccoli di Dio. Ma mi chiedo se non è giusto cambiare le prospettive e rendersi conto sull’aiuto che rappresentano i poveri per le religioni quando esse aprono a loro uno spazio generoso, al di là delle proprie frontiere. Infatti una religione ha sempre bisogno di purificazione, e per ciò la sua storia mostra come ogni tanto vi si alzino voci che puntano sul rinnovamento della vita spirituale e su una fedeltà più sincera ai principi fondamentali. Questo appello è giusto e fecondo, e ogni religione fa riferimento a momenti della propria storia in cui c’è stata una rivisitazione di quello che è stato il fuoco originale di Dio sulla terra. In genere questi momenti, storicamente individuati, sono legati ad alcune persone che hanno riacceso la fiamma della verità e di una pratica più fedele della religione.  
Orbene, con l’arrivo del mondo globale ci sono scambi continui di popolazione, e i conflitti e le guerre che colpiscono oggi il pianeta vedono coinvolte le religioni in modo significativo –purtroppo, dobbiamo ricordare che è diventato abituale uccidere in nome di Dio, cioè l’antireligione! In questo nuovo constesto è cresciuto il numero di poveri, e sopratutto avvengono cambiamenti non prevedibili. Ad esempio, la guerra fa sì che persone che avevano una comoda posizione sociale debbano lasciare la loro casa e le loro proprietà e sprofondino nel bisogno più assoluto. Il numero di poveri cresce anche quando l’incertezza delle economie delle diverse regioni del mondo obbliga molti a trasferirsi in altri paesi, dove si lavora in condizioni precarie o dove si sopravive nella necessità estrema. In conseguenza, davanti a ogni struttura di culto religioso (una chiesa, una moschea, una sinagoga, un tempio) si apre un mondo complesso dove i poveri, autoctoni o stranieri, diventano una domanda e una richiesta per coloro che si dicono seguaci del Dio santo.
Questi poveri sono un popolo che non va dimenticato né soppresso. Anzi, il fatto di guardare queste persone in faccia, provando ad aiutarle in modo misericordioso, è un grande aiuto per le religioni, oggi. Essere capaci di ascoltare il loro grido, rende capace di ascoltare con un cuore più puro i messaggi divini contenuti nei testi sacri. Essere capaci di capire i loro bisgoni, rende capaci di comprendre con più intensità le esigenze della propria fede religiosa. Essere capaci di lasciarsi toccare dai loro problemi, rende capaci di alzare una preghiera più accorata al Dio di ogni misercordia. I poveri sono un vero aiuto per la prattica della religione.

Conclusione     
Si legge nel Nuovo Testamento, nella Lettera di Giacomo: «Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo» (1,27). È un testo illuminante che ci fa capire, inanzitutto, come una religione, se non è pura davanti a Dio, fallisce nel suo proposito fondamentale. Quindi, ogni religione si deve porre la domanda sulla sua purificazione, cioè, sulla sua santità vissuta. In secondo luogo, questo testo identifica la religione pura con la misericordia verso i poveri, quelli senza protezione (orfani e vedove) e con tanti bisogni e sofferenze. Infine, il testo afferma che l’uomo religioso è chiamato a mantenersi puro di fronte al male del mondo, vincendo, tra l’altro, la tentazione di lasciare da parte i poveri.
Le religoni sanno vincere questa tentazione quando si affidano alla misericordia di Dio e loro stesse usano misericordia, senza escludere nessun figlio di Dio.   
 

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