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04/12/2016
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8 Settembre 2015 09:30 | Palazzo dei Congressi - Pallati i Kongreseve

Intervento di Roberto Catalano



Roberto Catalano


Movimento dei Focolari, Italia

È sempre un grande piacere essere parte di questi incontri organizzati dagli amici di Sant'Egidio. Offrono, infatti, la grande opportunità di incontrarsi e approfondire la nostra conoscenza reciproca, smontare gli stereotipi che i media oggigiorno costantemente costruiscono, ingrandendo le differenze e creando tensioni anche quando queste non sono mai esistite. Fa parte della strategia dello scontro di civiltà, mentre qui siamo parte di un convegno ed un incontro di persone appartenenti a culture e religioni diverse.
Un secondo motivo per esprimere la mia gratitudine è l'invito di far parte di questa tavola rotonda. Quello che ho apprezzato è il titolo che è stato proposto, che per una volta non è una affermazione, ma una domanda. Recentemente un'altra comunità ecclesiale mi ha invitato a offrire alcune riflessioni sul dialogo interreligioso, durante le loro vacanze estive sulle Dolomiti. Ho pensato di iniziare la mia considerazione con la stessa domanda, probabilmente formulata in modo leggermente diverso: il dialogo:è una possibilità? Penso che valga la pena riflettere su questo tema, al fine di trovare risposte che possano essere soddisfacenti e sostenibili, soprattutto nel panorama attuale. Non possiamo ignorare che i recenti sviluppi in Medio Oriente e in Africa e le crescenti ondate di immigrati e sfollati che premono ai confini di molti paesi europei, causino gravi preoccupazioni. Tutto questo richiede soluzioni basate su decisioni che, spesso, devono essere prese rapidamente e con un miscuglio di sentimenti che sono generalmente provocati da diversi tipi di paura. Ma è sul valore di una questione in particolare che vorrei insistere, come europeo e come cattolico.
Permettetemi di condividere una esperienza personale che potrebbe essere vicina a quella vissuta, in mesi recenti,  da altri qui in Europa. Lo scorso gennaio l'Europa ha vissuto uno dei momenti più inaspettati e difficili della sua vita dopo la seconda guerra mondiale. Due fratelli diventati terroristi hanno attaccato l'ufficio di Charlie Hebdo Magazine, nota per i suoi fumetti satirici che prendevano di mira anche simboli e credenze religiose - Cristianesimo, Islam e Ebraismo erano spesso nel mirino di questa pubblicazione. L'assalto ha provocato l'uccisione di dodici membri dello staff della rivista satirica e di un poliziotto. Quasi contemporaneamente un terrorista solitario ha attaccato un negozio kosher ebraico uccidendo quattro clienti, dopo aver ucciso anche un poliziotto il giorno prima. Lo spargimento di sangue ha generato in Francia, ma anche in tutta l'Europa occidentale, una crescente tensione, un'ondata di paura e una reazione di massa contro l'Islam ed i suoi seguaci. La morte violenta di artisti comici, che sono stati nel mirino di alcuni islamisti per aver offeso i sentimenti religiosi dei musulmani raffigurando il Profeta in modo vergognoso, ha provocato una manifestazione di massa spontanea che ha riempito le strade e le piazze di Parigi attorno a Place de la République. Lo scopo principale era quello di rivendicare il diritto alla libertà di scrivere, di pensare e di fare satira. Una quantità smisurata di penne mostrate da migliaia di persone e migliaia di striscioni con la scritta  'Je suis Charlie Hebdo' sono stati i principali simboli della reazione laica francese al fondamentalismo religioso settario e violento.

Il punto della mia riflessione non è quello di discutere gli eventi di Parigi e nemmeno il diritto alla libertà di espressione, che la gente sembrava rivendicare contro l'attacco dei terroristi. Questo atto violento, infatti, è stato percepito come una minaccia alla libertà, libertà che è considerato il valore più alto da parte della società occidentale. Il motivo per cui ho deciso di iniziare la mia presentazione riportando alla memoria quegli eventi è collegato al fatto che mi hanno fatto pensare e riflettere su un semplice ma, secondo me, cruciale aspetto: perché per diversi giorni nessuno in Francia e nel mondo occidentale si è interrogato/a sulle vere cause dei due crudeli atti? Le immagini di Place de la République, strapiena di gente e con presenti i leader politici di diversi partiti e le autorità e gli uomini di stato provenienti da differenti paesi, in marcia mano nella mano, nonostante i tanto forti sentimenti che ha generato, non poteva cancellare un pensiero che continuava a venirmi in mente: siamo ancora in grado di metterci in discussione? Mi sono trovato profondamente confuso e perplesso pensando ad un mondo occidentale che ha fatto della libertà quasi una religione senza alcun tabù. Ancor più, ho sentito che milioni di europei sono stati ridotti a una massa dalla definizione standard "Io sono Charlie Hebdo". Personalmente, non ho mai sentito che ero Hebdo. E nemmeno si sono sentiti tali  molte persone che ho incontrato in quei giorni. Ma sembrava difficile, quasi impossibile, reagire. La grande paura che ho iniziato a percepire era l'evidenza del fatto che il mondo occidentale avesse creato una ideologia. Gli eventi di Parigi hanno portato le prove che la laicité era diventato il laicismo, e, in quanto tale, tanto esclusivista come quelle religioni che avrebbe voluto limitare o delimitare.

Tutto questo sembra trasmettere un messaggio allarmante. Il mondo occidentale europeo ha perso le sue radici. La capacità di dubitare, che ha rappresentato il punto di partenza da dove uno dei suoi padri, Socrate, aveva costruito il suo pensiero, è svanito. L’abitudine di Socrate di fare domande alla gente, a causa della sua consapevolezza di sapere di non sapere, è mancata. Ho sentito in me il terrore di appartenere ad una civiltà e ad una cultura che pretende di fornire solo risposte, senza avere dubbi. Tutto ciò impedisce sicuramente la possibilità di dialogare. Ho capito quanto alto è il rischio che noi europei e cristiani, che demonizziamo coloro che identifichiamo con il male del fondamentalismo, corriamo di essere fondamentalisti. Eppure, se li imparassimo ad apprezzare, noi avremmo radici preziose per sapere come dialogare con loro, sia sul piano culturale che su quello religioso.

Mi sono ritrovato a riflettere su Socrate. Egli non ha mai affermato di avere qualcosa da insegnare al suo interlocutore e, in effetti, chi è di fronte a lui, almeno apparentemente, non impara nulla. Socrate ha una sola convinzione: sapere di non sapere. Platone nell’Apologia gli mette sulla bocca parole che esprimono la ricerca dell’anima compiuta da ogni uomo o donna che ascolta o  legge tali parole: "Non credo di sapere quello che non so" (Platone, Apologia di Socrate, 21d 5) . Su questa base, Socrate invita coloro che sono davanti a lui a cercare la propria coscienza facendo un profondo esercizio di ricerca interiore. Si tratta del vero e proprio “conosci te stesso”. Questo significa sapere quanto non si sa. In ultima analisi, una persona deve riconoscere che lui o lei è tutt’altro che saggia. Il dialogo nella vita di Socrate e nelle opere di Platone appare come un impegno ascetico, che ha fatto storia e ha aperto una nuova strada per la filosofia come un vero e proprio esercizio spirituale. Il dialogo socratico implica rispettare il diritto dell’altra persona di esprimere la propria opinione; di riconoscere l'evidenza della posizione dell’interlocutore e, infine, di riconoscere la presenza del logos, che è al di sopra dei due o di più, è al di sopra di coloro che sono impegnati nel dialogo.  Socrate è un maestro nell’arte del dialogo. Il dialogo socratico è un esercizio dialettico e spirituale che conduce l'interlocutore ad una conversione interiore verso una fede nella Verità che è il vero oggetto della ricerca. Tutto ciò spiega perché il dialogo è stato definito da un filosofo francese come “itinerario spirituale verso il Divino”.
Tutto ciò mi fa anche riflettere come cristiano. Per più di mille anni noi cristiani, soprattutto noi cattolici, abbiamo vissuto con la certezza di avere il monopolio della Verità fino al punto che abbiamo pensato che non ci fosse modo per gli altri di essere salvati. E’ stato l’extra ecclesiam nulla salus, che è stato considerato come un dogma, anche se non è mai stato formulato come tale. Questo è stato un altro ostacolo al dialogo, una sorta di violenza e di vincolo imposto agli altri che erano considerati essere fuori dalla portata della Verità. Benedetto XVI, soprattutto verso la fine del suo pontificato, in diverse occasioni,  ha toccato aspetti che in passato sono stati piuttosto controversi dato l'atteggiamento e il ruolo assunto dai cristiani.

Ad Assisi nel 2011 ha riconosciuto
... la violenza esercitata da difensori di una religione contro gli altri ... è il suo travisamento e contribuisce alla sua distruzione ... Come cristiano, vorrei dire a questo punto: sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna.
Poche settimane prima di dimettersi dal papato ha autorevolmente ammesso
Certo, non siamo noi a possedere la verità, ma è essa a possedere noi: Cristo, che è la Verità, ci ha presi per mano, e sulla via della nostra ricerca appassionata di conoscenza sappiamo che la sua mano ci tiene saldamente…. vuole sempre essere anche un avvicinamento alla verità. Così, ambedue le parti, avvicinandosi passo passo alla verità, vanno in avanti e sono in cammino verso una più grande condivisione, che si fonda sull’unità della verità.
Come cristiano e come europeo, ho trovato proposte alle sfide di cui ho prima parlato nel recente insegnamento di Papa Francesco.
Prima di tutto, Bergoglio parla spesso del pensiero incompleto.  La consapevolezza che nessun pensiero e nessuna cultura possa essere completo in se stesso ed autosufficiente ci aiuta a rimanere aperti e pronti a provare empatia. Egli, inoltre, spiega questo concetto con il termine empatia che ha usato in Asia, rivolgendosi ai vescovi del continente a Seoul nell’agosto 2014.

...il dialogo autentico richiede anche una capacità di empatia. Perché ci sia dialogo, dev’esserci questa empatia. La sfida che ci si pone è quella di non limitarci ad ascoltare le parole che gli altri pronunciano, ma di cogliere la comunicazione non detta delle loro esperienze, delle loro speranze, delle loro aspirazioni, delle loro difficoltà e di ciò che sta loro più a cuore ... In questo senso, il dialogo richiede da noi un autentico spirito “contemplativo”: spirito contemplativo di apertura e di accoglienza dell’altro. Io non posso dialogare se sono chiuso all’altro. Apertura? Di più: accoglienza! Vieni a casa mia, tu, nel mio cuore. Il mio cuore ti accoglie. Vuole ascoltarti. Questa capacità di empatia ci rende capaci di un vero dialogo umano, nel quale parole, idee e domande scaturiscono da un’esperienza di fraternità e di umanità condivisa. 
Questa apertura verso l'altro, radicata nella consapevolezza che non posso essere completo come individuo e nemmeno se considerato con la mia comunità, porta alla convinzione che il dialogo è possibile se camminiamo insieme.
Il dialogo è un pellegrinaggio. Questa è un’immagine che è stata probabilmente coniata da Giovanni Paolo II, durante il suo viaggio in India nel 1986, ma effettivamente applicata pochi mesi dopo alla preghiera per la Pace di Assisi, che ha rappresentato una icona nell'esperienza del dialogo interreligioso. Benedetto XVI l’ha usata di nuovo nel 2011, in occasione del 25 ° anniversario della manifestazione promossa dal suo predecessore. Papa Francesco parla spesso del camminare insieme.
La vita è un cammino, un cammino lungo, ma un cammino che non si può percorrere da soli. Bisogna camminare con i fratelli alla presenza di Dio. Per questo vi ringrazio di questo gesto di camminare insieme alla presenza di Dio: è quello che chiese Dio ad Abramo. Siamo fratelli, riconosciamoci come fratelli e camminiamo insieme.(Papa Francesco, 2014)
L'impegno di camminare insieme favorisce notevolmente la cultura dell’incontrarsi, un'espressione che viene spesso ripetuta dal papa attuale. Nel messaggio alla conferenza internazionale di leader religiosi organizzata dalla Comunità di Sant'Egidio nel 2013, Papa Francesco scrisse: “Dialogare, incontrarci per instaurare nel mondo la cultura del dialogo, la cultura dell’incontro.” (Papa Francesco, 2013) Già pochi giorni dopo la sua elezione, in occasione del suo primo incontro con i fratelli e le sorelle delle altre Chiese e Comunità Ecclesiali e di altre religioni, Papa Francesco ha sottolineato la centralità di un dialogo di amicizia.
La Chiesa cattolica è consapevole dell’importanza che ha la promozione dell’amicizia e del rispetto tra uomini e donne di diverse tradizioni religiose - questo voglio ripeterlo: promozione dell’amicizia e del rispetto tra uomini e donne di diverse tradizioni religiose. ... Ma noi dobbiamo andare all’incontro e dobbiamo creare con la nostra fede una “cultura dell’incontro”, una cultura dell’amicizia, una cultura dove troviamo fratelli...
Tutto questo richiede ciò che Papa Francesco definisce “un dialogo tenace, paziente, forte, intelligente, per il quale niente è perduto”. Questo impegno per il dialogo perseguito dai membri e dai gruppi di questi movimenti, nell'arco di anni, ha contribuito a formare fitte e strette relazioni, che hanno dato vita ad un’amicizia contagiosa, e alla creazione di una piattaforma su cui ricercare insieme soluzioni.
Alla fine, ancora una volta con le parole di Papa Francesco e di Benedetto XVI, il dialogo è un dovere. Nella sua lettera apostolica Evangelii Gaudium, Papa Francesco, ha affermato che il “dialogo interreligioso è una condizione necessaria per la pace nel mondo, e pertanto è un dovere per i cristiani, come per le altre comunità religiose”. (EG 250)
In conclusione, trovo fondamentale la necessità di mettere in discussione noi stessi - personalmente e come gruppi e comunità - sul dialogo come possibilità sostenibile. Papa Francesco, e Benedetto XVI prima di lui, lo affermano chiaramente: il dialogo non è una possibilità ma un dovere che ci coinvolge come persone e come comunità. Ma il dialogo ha i suoi pre-requisiti per essere vissuto e attuato. Qui l'altro, gli altri giocano un ruolo determinante. Io/Noi abbiamo bisogno di loro per camminare insieme sulla stessa strada e per realizzare pienamente il fatto che siamo tutti alla ricerca della pienezza della Verità.
E vorrei concludere con la parola di uno dei pionieri e dei profeti del dialogo del secolo scorso e dell’inizio di questo millennio: Chiara Lubich. Le è stato chiesto una volta cosa rispondere a chi sostiene che il dialogo non è possibile. Era chiaro, per lei, quale fosse la pre-condizione. "Il dialogo è possibile solo se amiamo. Per coloro che non amano, il dialogo è impossibile ".
 

#peaceispossible
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