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8 Settembre 2015 09:30 | Palazzo dei Congressi - Pallati i Kongreseve

Intervento di Armash Nalbandian



Armash Nalbandian


Primate armeno di Damasco, Siria

In primo luogo mi scuso con voi perche’ non posso presentarvi il mio contributo nella sua interezza, perche’ la tragedia dei migranti in cerca di asilo e’ cosi’ dolorosa e ci tocca cosi’ profondamente per la loro fragilita’, che e’ impossibile dare un quadro completo della situazione. Le problematiche connesse evolvono cosi’ in fretta che non posso presentare le informazioni piu’ recenti e aggiornate. Anche le celebri agenzie di stampa non riescono a star dietro agli avvenimenti che si succedono.
Ma negli ultimi giorni e’ circolata una foto sui media internazionali.

Si tratta di una foto straziante: un poliziotto turco che porta un piccolo bambino morto sulla spiaggia della localita’ balneare di Bodrum. In un'altra foto si vede il cadavere del bambino sulla sabbia, a faccia in giù, ancora circondato dalle onde. Queste immagini sono ora in grande formato sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo.

Il bambino chiede nel suo angelico silenzio, senza voce, ai dirigenti, presidenti e capi di governo, a tutte le persone responsabili, di riflettere, e fa appello alla coscienza e alla storia di rispetto dei valori  dei nostri paesi perche’ aiutino le persone bisognose.

Come conseguenza dei quattro anni di conflitto in Siria, 220.000 persone sono state uccise, 12 milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria, 4 milioni hanno lasciato il paese, e altri 7 milioni 600mila sono sfollate all’interno. Questo è quanto ha riferito il Deputato del Segretario Generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari nel suo discorso al Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 24 aprile. (La guerra ha causato la morte di oltre 1000 siriani-armeni. Prima della guerra, vivevano in Siria 100.000 armeni, e 70.000 di loro erano ad Aleppo).
Un passaggio importante, che io penso possa aiutare a mobilitare la comunità internazionale nell’aiuto ai cristiani, è che i leader nazionali si uniscano a  Papa Francesco nel riconoscere che ciò che sta accadendo lì e’ un genocidio.
E’ un genocidio a tutti gli effetti. Ha tutti i fatti, gli eventi, le storie e le esperienze per soddisfare la definizione di genocidio. Non dobbiamo aspettare altri 20 anni e guardare indietro a quello che è successo e dire: 'Beh, mi dispiace che non abbiamo fatto niente di veramente decisivo ".

Coloro che sono appena arrivati (in gran numero e a volte rischiando la propria vita) naturalmente sono ben visibili e presenti nei media: i rifugiati e i migranti dal Medio Oriente, dall’Africa e dall’Afghanistan. Ma gli altri, che viaggiano invisibili, con gli aerei, le vecchie berline, coi treni o lungo le linee ferroviarie, sui media non li vediamo.

Lo spirito europeo e’ stato capace di costruire dopo tanti anni, anzi decadi di guerra, un’Europa senza confini. La realizzazione di questa visione ha fatto cadere le frontiere economiche, finanziarie e commerciali. Anche i trasferimenti finanziari fra le banche si fanno agevolmente. La gente viaggia attraverso l’Europa senza limitazioni. Un sogno, quello di un’Europa libera, diventa realta’.

Ma nel 2015  sembra che questi valori europei siano stati dimenticati e insieme ad essi anche la dimensione e i valori umani, perché nuovi limiti vengono fissati per molti migranti che hanno abbandonato le loro case e sono scampati alla guerra e alla distruzione.

Le chiese hanno la loro missione da compiere. C’e’ bisogno di concentrarsi di piu’ sulle persone bisognose e sulla loro situazione, piuttosto che presentarle come una sfida globale. La domanda da porsi dovrebbe essere: come possiamo aiutare queste persone? E questo ci trascina in una serie di domande a catena, ognuna delle quali e’ di grande significato e importanza.
Nei paesi da dove vengono la domanda che si pone è: restare e vivere nel pericolo e nella paura per la propria vita, rischiare la morte, o emigrare verso l’ignoto?
Sull’altro versante, nei paesi di destinazione, la domanda è se i profughi devono essere accolti o essere respinti, rifiutando loro il diritto di asilo a causa del gran numero di rifugiati.

Da questa conferenza, dall'Albania, che ha conosciuto l'emigrazione di massa in passato ma è ora un modello di convivenza, deve essere inviato un messaggio forte al mondo: sappiamo che non si può fermare l'attuale esodo dal Sud, dal Medio Oriente, se non si fa nulla per fermare i conflitti in corso. Le religioni possono fare molto per la pace. Possono incontrarsi, condividere e lavorare insieme: i muri sono il passato, l'integrazione è il futuro.

La comunità mondiale e le Nazioni Unite hanno miseramente fallito nel raggiungere il loro scopo principale - vale a dire "mantenere la pace e la sicurezza internazionale". Soprattutto in Siria negli ultimi cinque anni. Il mondo ha perso civili siriani innocenti, soprattutto donne e bambini. Abbiamo perso milioni di rifugiati negli ultimi cinque anni.
 Secondo i report delle Nazioni Unite stesse ci saranno oltre 4 milioni 270mila rifugiati siriani entro il dicembre 2015. La cosa peggiore è che la metà di questi hanno meno di 18 anni. Oltre 2 milioni di bambini soffrono ogni secondo a causa del fallimento delle Nazioni Unite, organizzazione nata proprio per salvarli. Le Nazioni Unite non sono riuscite neanche a raccogliere i fondi minimi richiesti ($ 6,5 miliardi), per soddisfare le esigenze dei colpiti. Non sono in grado di compiere azioni efficaci, immediate, azioni concrete.

Il mondo piange quando vede i cadaveri dei bambini siriani innocenti che arrivano sulle spiagge. Essi non meritano questo destino. Le Nazioni Unite non sono riuscite a ottenere che i suoi Stati membri aprissero le porte per ricevere i rifugiati siriani che sono lasciati al freddo, ad annegare in mezzo al mare. Essi sono morti a causa della mancanza di azione.
Nessuno vuole prenderli, i rifugiati siriani; non vogliono gli ungheresi, non i macedoni, ne’ i greci. Non sarebbero partiti se la guerra fosse finita. Molti paesi avanzano scuse per non accogliere i rifugiati: alcuni dicono di avere problemi con i musulmani, altri si lamentano che sono gia’molto numerosi, altri presentano scuse ancor piu’ ridicole.
“La polizia non ama i Siriani, in Serbia, Macedonia, Grecia” diceva un ragazzo siriano di 13 anni (Kinan) e chiedeva: “Per favore aiutate i Siriani e i Siriani hanno bisogno di aiuto ora, facendo finire la guerra, e noi non vogliamo venire in Europa. Fermate solamente la guerra in Siria, solo questo…”
Dall'inizio del 2011, innescata dalla primavera araba, infuria la guerra civile. Secondo le Nazioni Unite, circa 220.000 persone nei quattro anni dal 2011 al marzo 2015 sono state uccise. Circa dodici milioni di siriani sono in fuga, due terzi dei quali nel proprio paese, un terzo all’estero. Quasi quattro milioni credono che fuggire all’estero sia meglio che restare a casa.
Nel frattempo, centinaia, migliaia di profughi si spostano a piedi sulla strada per l'Austria. Rompono i cordoni di polizia e cominciano a correre, lontano dalla guerra, da qualche parte, dove  si spera che andra’ meglio.

Il fatto che i media di tutto il mondo mostrino gli avvenimenti sulle coste del Mediterraneo fa si’ che la questione dei migranti non venga recepita come una sfida globale. Il problema dei rifugiati e’ un problema attuale ed acuto. Ma l’Europa lo considera un problema europeo, invece di guardarlo come il problema di coloro che ne sono vittime. Questo attegiamento riduce l’impatto globale di questa sfida.
Globalizzazione? I leaders mondiali devono smettere di mentire. Bisogna fermare le notizie ed informazioni unilaterali e non aiutare a diffonderle. La mezza verita’ non e’ verita’: e’ una bugia.
L’unica Globalizzazione che funziona in questi giorni e’ la rete dei trafficanti e dei contrabbandieri.
Il dialogo fra religioni e culture serve ad avere una visione globale. Non si può stare a guardare la nascita e la crescita dell’Islam radicale, bisogna opporsi alla crescita di ogni estremismo.

Allora non dobbiamo parlare di una sfida all’Europa o alla Comunità Internazionale, noi dobbiamo parlare di una united challenge, una sfida unica,  che ci unisce

Osservazioni conclusive:
La condanna della violenza e del terrorismo è un imperativo e un must. La condanna del genocidio armeno impedirà il ripetersi di un tale crimine. Oggi, più che mai, ci aspettiamo una condanna delle violenze in Siria, vale a dire la violenza da entrambe le parti.

Le Chiese in Europa dovrebbero alzare la loro voce e rivolgere un appello ai politici e ai loro governi. Le chiese devono sollecitarli a tener conto, quando si pianifica la politica estera, dell'esistenza e della preservazione del cristianesimo in Medio Oriente e in Siria.

Noi tutti dobbiamo lavorare per porre fine alla violenza in Siria
Preservare l’esistenza dei cristiani in Siria è di grande importanza storica. Questa è anche responsabilità delle chiese fuori dellla Siria. Bisogna guardarsi dalle dichiarazioni che possono avere intenzioni umanitarie e sembrano scelte umanitarie, ma rischiano di avere conseguenze negative. Ora 600.000 cristiani su 1 milione 400mila hanno lasciato le loro case e la loro terra, spero ancora che tornino prima o poi alle loro case. Ma anche l'Occidente dovrebbe agire con più forza e discutere di meno dell’integrazione dei profughi cristiani: tali dichiarazioni sulla inclusione dei rifugiati in Europa inviano un messaggio sbagliato, perché un cristiano si sente invitato a emigrare. (Sarebbe meglio sostenerli e rafforzare le comunità là dove sono). Cosa ne sarebbe della Siria, se il paese si svuotasse? In questo modo per i terroristi tutto sarebbe ancora più facile.

Attraverso le chiese bisogna aiutare di più le chiese in Siria. Bisogna accettare le chiese locali come partners. Bisogna sostenere le loro attività umanitarie, pastorali, sanitarie e le missioni, così come bisogna promuoverne il sistema educativo e le scuole.
La crisi in Medio Oriente pone una nuova domanda. Ci saranno molti cambiamenti nella regione. L'emergere dell'Islam radicale dovrebbe allarmarci. I cristiani hanno vissuto con i musulmani per secoli. Attraverso l'esperienza della storia comune abbiamo imparato a vivere insieme. La domanda è: che tipo di Islam avrà il Vicino Oriente? O che tipo di Islam vogliamo. È evidente che l'Islam attraversa una crisi interna. L'Islam sta vivendo una crisi di identità oggi. Anche gli islamisti giustificano le loro ideologie radicali con le Scritture, il Corano, e lo fanno in maniera strumentale. Qui i cristiani possono svolgere un ruolo importante. I cristiani del Medio Oriente possono assumere la funzione di costruire ponti e dare così il loro contributo.

Dico tutto questo per ribadire che la pace è sempre possibile, la situazione non è disperata. Io non sono senza speranza: Anzi la pace è l’unica scelta possibile.
 

#peaceispossible
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